Sgombero della tendopoli di San Ferdinando: le ruspe abbattono le baracche. Migranti trasferiti

Per il giorno dello sgombero, su San Ferdinando si sono accese le luci dei riflettori. Oltre 900 gli uomini delle Forze dell’ordine impegnati nelle operazioni, che proseguiranno anche nei prossimi giorni. I migranti sono lì, in attesa di conoscere la loro sorte. Anche i numeri sulle presenze sono ballerine. C’è chi dice ce ne fossero oltre 1.500, chi, invece, come il prefetto di Reggio Calabria, Michele Di Bari, fissa la quota dei presenti in 600-700

Quelle baracche, di cui ora rimane il fragile solco sulla nuda terra, non potevano essere il sogno di nessuno. Troppa precarietà, troppa poca dignità per i migranti che le abitavano. “Ogni tendopoli è una soluzione temporanea” dice don Cecè Alampi, il diacono della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi che da sempre è a fianco dei giovani che abitano nel ghetto di San Ferdinando.

Le ruspe, all’ultima alba della vecchia tendopoli, nel cuore della zona industriale del paese reggino, fanno rumore. Soprattutto, distruggono, e ogni distruzione, anche quella di un ghetto, porta un pizzico di tristezza. Come quella che si legge sul volto di chi ogni giorno – da volontario – vive con i migranti. “Dove andranno ora?”, ci si chiede.

Per il giorno dello sgombero, su San Ferdinando si sono accese le luci dei riflettori. Oltre 900 gli uomini delle Forze dell’ordine impegnati nelle operazioni, che proseguiranno anche nei prossimi giorni. I migranti sono lì, in attesa di conoscere la loro sorte. Anche i numeri sulle presenze sono ballerine. C’è chi dice ce ne fossero oltre 1.500, chi, invece, come il prefetto di Reggio Calabria, Michele Di Bari, fissa la quota dei presenti in 600-700.

Quando arriviamo, la fila degli aventi diritto alla protezione umanitaria – secondo il recente cosiddetto Pacchetto Sicurezza – sono in fila per fare il proprio ingresso alla nuova tendopoli, quella edificata come risposta temporanea alle diverse emergenze della baraccopoli, e che probabilmente ora sarà ampliata con nuove tende. La precarietà, negli ultimi 18 mesi, ha portato alla morte di tre giovani. Nel loro piccolo “trasloco”, “alcuni volevano portare con sé anche il mobilio usato nelle vecchie baracche, ma non è stato possibile”, racconta Alampi.

Qui, a San Ferdinando, a due passi dal mare e dal discusso Porto di Gioia Tauro, il sole picchia forte.

I migranti arrivano in Calabria e nel reggino per lavorare. È quello che desiderano, anche se non alle condizioni a cui attualmente sono sottoposti. Per pochi spiccioli al giorno, a servizio di padroni delle campagne circostanti. “Molti stanno andando via anche perché la campagna agrumicola si è conclusa e tanti migranti stavano qui soltanto per un alloggio di fortuna, ma andavano a lavorare altrove”, assicura il prefetto Michele Di Bari. Al di là di chi ha lasciato l’area spontaneamente negli ultimi giorni, coloro i quali non hanno titolo per rimanere nella nuova tendopoli sono in via di trasferimento nei centri di accoglienza nella Regione. Al gazebo della “Polizia Immigrazione” si fa la conta dei posti nei Cas e negli Spraar. Dodici i pullman sull’area esterna della tendopoli, pronti a trasferire i migranti. Valigia e bustoni in mano, sono pronti a lasciare San Ferdinando, ma con tanti dubbi. Non conoscono la loro sorte, né come potranno fare per sbarcare il lunario, in una terra, quella di Calabria, che soffre troppo la mancanza di lavoro.

Mamma e figlio, nigeriani, sono sul ciglio della stradina, che di solito percorrono in bicicletta, e ora è occupata da decine di pattuglie. Due ore dopo piangono, all’ombra di una di esse.

Altri quasi “contrattano” con i responsabili dello sgombero perché vengano rispettati i loro diritti. C’è chi chiede disperatamente un “passaggio alla stazione dei treni”. Parla di “umanizzazione e legalità” come effetto dello sgombero, il prefetto, gli fa eco il sindaco di San Ferdinando, Andrea Tripodi, che auspica “soluzioni che diano dignità ai migranti sul territorio”. Le autorità per ora assicurano che non sono già sorte nuove tende a poche centinaia di metri, anche se a molti il rischio appare alto. Intanto, le ruspe sradicano letteralmente canne di bambù, teloni, lamiere. Le baracche consegnano alla luce del sole – che ha ormai prosciugato tutte le pozzanghere – vesti stracciate, scarponi invernali, utensili da cucina. Tutto diventa un cumulo di macerie. Ma quel ghetto non aveva proprio nulla di dignitoso.

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