Produzione e commercio di armi, le Chiese cristiane a confronto. Card. Bassetti: “Proposte contro la crescita e per la loro riduzione”

“Produzione e commercio di armamenti: le nostre responsabilità. Le Chiese e la società civile per un’economia di pace” è il tema del convegno promosso dalle Chiese cristiane e organizzato al Palazzo dei Gruppi Parlamentari per stimolare il confronto tra rappresentanti del governo e delle istituzioni, parlamentari, associazioni di categoria, delle Chiese e della società civile sul tema della produzione e del commercio italiano di armamenti. Un incontro nato per “portare dai margini al centro delle istituzioni le due periferie del Sulcis, in Sardegna, e dello Yemen, connesse dalla morte e dalle armi”, ha spiegato Elizabeth Green della Chiesa battista di Carbonia e Sulcis Iglesiente

Le Chiese cristiane ribadiscono il loro impegno per il disarmo, a favore di una cultura della pace. Lo fanno in occasione del convegno “Produzione e commercio di armamenti: le nostre responsabilità. Le Chiese e la società civile per un’economia di pace”, organizzato al Palazzo dei Gruppi Parlamentari per promuovere il confronto tra rappresentanti del governo e delle istituzioni, parlamentari, associazioni di categoria, delle Chiese e della società civile sul tema della produzione e del commercio italiano di armamenti. Un incontro nato per “portare dai margini al centro delle istituzioni le due periferie del Sulcis, in Sardegna, e dello Yemen, connesse dalla morte e dalle armi”, ha spiegato Elizabeth Green della Chiesa battista di Carbonia e Sulcis Iglesiente.

“In clima di dialogo ecumenico tra le Chiese e di dialogo costruttivo tra tutti gli uomini di buona volontà, auspico che possiate contribuire a creare una cultura della pace, davvero alternativa a quella che affida alle armi il tema della sicurezza sociale”, ha scritto il presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti, in un messaggio inviato ai partecipanti. È necessario cioè lavorare perché

si possa aprire “una nuova stagione di coraggiose proposte contro la crescita degli armamenti e per la loro riduzione”.

“Servono armi di giustizia”, ha sottolineato in un altro messaggio Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) , per il quale “le chiese e la società possono costruire un’economia di pace e cooperazione, dove le armi della giustizia portino i loro buoni frutti: riconversione dell’industria bellica; ripudio della guerra come indicato nella nostra Carta costituzionale; istituzione di organismi civili internazionali non armati di mediazione diplomatica”. “Come protestanti – ha assicurato – siamo da sempre impegnati, in Italia e all’estero, per l’educazione alla pace e alla non-violenza”.
“Noi non possiamo essere neutrali, non possiamo rimanere in silenzio, perché diventiamo complici dell’oppressione e quindi colpevoli di sostenere un sistema legato all’economia e ai soldi”, ha aggiunto da parte sua il pastore Herbert Anders (Fcei). “La teologia ha come obbligo e scopo quello di disegnare scenari diversi: come teologi – ha osservato – dobbiamo dire che si può ragionare in modo diverso”.

La Chiesa, infatti, “deve continuare a formare, educare ed informare, perché la disformazione su questi temi non fa bene, non crea dialogo, confronto, dà una verità di chi ha interessi da salvare”, ha confermato mons. Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti e presidente di Pax Christi, per il quale il dialogo tra le religioni e tra le Chiese cristiane gioca un ruolo fondamentale:

“Abbattere le forme di contrapposizione e di conflitto è il nostro compito, che è quello di seminare nei solchi difficili della storia il germe di un mondo nuovo che è possibile solo nella pace”.

Pace che, ha precisato, “ha bisogno di scelte precise a livello politico, che non perseguano finalità che salvaguardino solo alcuni interessi, ma guardino all’interesse vitale dell’umanità”. “La razionalità della pace deve vincere l’irrazionalità della guerra”, è stato l’auspicio espresso da mons. Ricchiuti che ha ricordato che “la guerra giusta non esiste”. “Tutto deve essere orientato a persuadere e dissuadere: questa follia della guerra e della corsa alle armi non può che portare alla distruzione”, ha detto il presidente di Pax Christi.

“La produzione e il commercio di armi scatenano un circuito vizioso che alimenta i conflitti nel mondo e crea le premesse per l’insicurezza e l’instabilità democratica”, ha spiegato don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei, per il quale “non c’è ragione né etica né umana né spirituale che possa giustificare questa folle corsa”. “Non ci sono alternative: disarmare i cuori e gli arsenali – ha scandito – è una conditio sine qua non per la costruzione della pace”. Per la Chiesa la corsa agli armamenti è “una struttura di peccato, cioè una scelta che ha molteplici conseguenze negative e distruttive sull’uomo e sulla società”, ha concluso il direttore Cei che ha citato il “modello positivo avanzato da Rondine Cittadella della Pace grazie alla campagna ‘Leaders for Peace’” con la quale “si chiede ai governi di sottrarre una cifra simbolica dal proprio bilancio della difesa e indirizzarla alla formazione di altrettanti leader globali in grado di intervenire nei principali contesti di conflitto del mondo, per promuovere lo sviluppo di relazioni sociali e politiche pacificate”.

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