Elezioni in Sardegna: la rabbia e lo sdegno non bastano

La realtà delle porte girevoli e sempre in movimento, ormai consolidata, ha due conseguenze. La prima è la cosiddetta “campagna elettorale permanente”. Per rispondere ai successivi appuntamenti elettorali e all’almeno settimanale appuntamento con i sondaggi, i partiti e i loro leader si concentrano sull’immediato e sull’annuncio, sempre più assertivo e mirabolante. Salvo smentirsi dopo poco senza nessun problema e comunque sempre cercando di cavalcare l’onda di un’opinione pubblica sempre frastagliata e mutevole. La seconda è la precarietà del “contratto” che lega le due forze di governo, generando una sensazione di instabilità. I traguardi sono sempre fissati a brevissimo, asserendo invece continuamente un orizzonte di legislatura: di fatto è un procedere con il pilota automatico, o e in “modalità aereo”

Si susseguono le elezioni parziali, in attesa di quelle europee.
E la Sardegna ha offerto una indicazione coerente: recupera il centro-sinistra, in una conformazione “a geometria variabile”, vince il centro destra e si sgonfia il M5S: alle cui vicende di fatto è legato il destino dell’assetto e del futuro della legislatura, in vista delle ormai imminenti Europee e prima della legge di bilancio.
In realtà

non si può chiedere alle elezioni parziali quello che non possono dire, ovvero quali sono le linee di sviluppo del sistema politico italiano e in particolare qual è il timing del governo e della legislatura.

Al più possono confermare che esiste una porzione significativa, da un quarto a un quinto dell’elettorato, disponibile a cambiare voto o passare dal voto all’astensione e viceversa. Cambia voto seconda del tipo di elezioni, ma anche a seconda dell’offerta politica e del proprio sentimento del momento. Questo vale ora per il principale beneficiario, in questi anni, del nuovo nomadismo elettorale, ovvero il MoVimento 5 stelle, che deve urgentemente dimostrare cosa vuole fare da grande. E ha sempre meno tempo e spazio per farlo.
Questa realtà di porte girevoli e sempre in movimento, ormai consolidata, ha due conseguenze. La prima è la cosiddetta “campagna elettorale permanente”. Per rispondere ai successivi appuntamenti elettorali e all’almeno settimanale appuntamento con i sondaggi, i partiti e i loro leader si concentrano sull’immediato e sull’annuncio, sempre più assertivo e mirabolante. Salvo smentirsi dopo poco senza nessun problema e comunque sempre cercando di cavalcare l’onda di un’opinione pubblica sempre frastagliata e mutevole.
La seconda è

la precarietà del “contratto” che lega le due forze di governo, generando una sensazione di instabilità.

I traguardi sono sempre fissati a brevissimo, asserendo invece continuamente un orizzonte di legislatura: di fatto è un procedere con il pilota automatico, o e in “modalità aereo”. Sperando di non andare a sbattere o non fare incidenti, come capita alle costosissime auto che usano questa tecnologia ancora del tutto sperimentale. E forse inutile.
In questo senso restano cruciali i dati economici. Che vengono usati da governo e opposizione alternativamente in buona sostanza solo come tema polemico, senza che ne consegue, come invece è urgente e necessario fare, una riflessione e soprattutto un disegno, un investimento e dunque delle scelte di medio-lungo periodo. E qui c’è poi il vero punto, anche riguardo alla collocazione europea e internazionale dell’Italia, che deve cambiare passo.
Forse sta cambiando l’aria. Abbiamo, noi italiani, giustamente espresso tutta la nostra rabbia, il nostro sdegno, addirittura il nostro rancore. Ma ci rendiamo conto che questo non basta. Meritiamo di più di una propaganda continua. Per carità, nessuna nostalgia di nulla. Ma bisogna andare avanti. E spicciarsi.

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