Non solo Montalbano. Da Camilleri arriva “La stagione della caccia”

Il film, in onda in prima serata su Rai Uno lunedì 25 febbraio, è il secondo titolo dal ciclo “C’era una volta Vigata” dai racconti storici di Camilleri, dopo il successo nel 2018 de “La mossa del cavallo” con Michele Riondino. Prodotto sempre da Carlo Degli Esposti con la sua Palomar, è stato adattato per lo schermo dallo stesso Camilleri con Francesco Bruni e Leonardo Marini

È una storia di vendetta, folle e dispersiva, nella Sicilia di fine Ottocento al centro del film tv “La stagione della caccia” diretto da Roan Johnson e tratto dal romanzo di Andrea Camilleri. Il film, in onda in prima serata su Rai Uno lunedì 25 febbraio, è il secondo titolo dal ciclo “C’era una volta Vigata” dai racconti storici di Camilleri, dopo il successo nel 2018 de “La mossa del cavallo” con Michele Riondino. Prodotto sempre da Carlo Degli Esposti con la sua Palomar, è stato adattato per lo schermo dallo stesso Camilleri con Francesco Bruni e Leonardo Marini. Il Sir, con la Commissione nazionale valutazione film Cei, ha visto il film in anteprima.

La storia tragica dei marchesi Peluso. Nel paese di Vigata di fine Ottocento fa ritorno Fofò La Matina (Francesco Scianna), che apre una farmacia in città. Fofò ritrova dopo molti anni i suoi compaesani, in particolare la famiglia dei marchesi Peluso: don Totò (Tommaso Ragno), la moglie Matilde (Donatella Finocchiaro) e i due figli ‘Ntontò (Miriam Dalmazio), per la quale Fofò aveva sempre provato un’attrazione, e Rico (Michele Ragno). Ben presto però la tranquillità di Fofò e la vita di Vigata viene colpita da una serie eventi sconvolgenti e inspiegabili: annegamenti, morti accidentali, avvelenamenti e perdita di senno. Un groviglio di casualità oppure un disegno disperato?

Tra machismo e umorismo grottesco. Nella cornice storica della Sicilia del tempo, il film racconta una vicenda fosca, nerissima, coniugando passaggi drammatici e raccordi umoristici esilaranti. C’è una comicità a tratti grottesca che emerge tanto dai personaggi quanto dalle situazioni, frutto del genio letterario di Andrea Camilleri. Nel film televisivo vengono valorizzate tutte le sfumature del racconto, sottolineando manie dei personaggi, brama di potere, passioni, follia e un certo machismo. Come ha sottolineato il regista Johnson: “Camilleri racconta l’inizio della fine di questa nobiltà. Una nobiltà che riproducendosi sempre fra i suoi componenti aveva introiettato il seme della pazzia”.

È una società dove a dominare è la figura maschile, un protagonismo di un ceto sociale elevato e insieme un po’ decadente, che guarda a possedimenti economici e alla soddisfazione delle pulsioni, incurante di regole e valori.

Spassoso su questo punto il richiamo di padre Macaluso (Ninni Bruschetta) al marchese don Totò, disinvolto nell’adulterio pur di avere l’agognato figlio maschio. Un machismo dilagante dove alla donna è concesso uno spazio marginale di decisione e azione; una donna chiamata solo a mettere al mondo figli, che trova il coraggio di affermare se stessa soltanto opponendosi a un matrimonio di convenienza oppure abbracciando la follia. Come infatti ha dichiarato Donatella Finocchiaro: “A quel tempo le donne erano schiacciate dagli uomini. La mia Donna Matilde si fa ribelle quando diventa folle; una pazzia che in un certo modo conferisce modernità al personaggio”.

Una vendetta vuota. E poi c’è il tema della vendetta, asse portante del racconto. Una vendetta che si mantiene mimetizzata nel corso della narrazione, ma che serpeggia e vizia i cuori, li acceca fino alla perdizione. Una vendetta che manipola e poi si mostra in tutta la sua vacuità, priva di senso. Camilleri come sempre regala agli spettatori scenari umani intriganti e spiazzanti insieme; personaggi che non hanno una connotazione chiara, né buoni né cattivi, ma rivelano tutta la complessità della vita umana. “Si potrebbe parlare per ore dei personaggi di Camilleri” – ha indicato il regista Johnson – “perché sono così complessi, così poco semplificati che sfuggono perfino alle categorie di protagonista o antagonista”.

Il punto Sir-Cnvf. La confezione formale del film tv è inappuntabile. Un’opera dalla regia solida, quella di Roan Johnson, autore di formazione cinematografica e con una riuscita esperienza televisiva (“I delitti del BarLume”), capace di cogliere e valorizzare le sfumature umoristiche di una vicenda che lascerebbe poco spazio alla comicità.

Una narrazione che scorre agile su una sceneggiatura ben puntellata, senza raccordi deboli; poi gli interpreti giocano un ruolo decisivo, tutti in parte, così generosi nel caratterizzare i personaggi, scritti ottimamente in partenza.

Un film che funziona ancora meglio del già valido “La mossa del cavallo”, proprio per questo dosare drammaticità e leggerezza. A livello tematico il racconto però è nerissimo: non c’è una luce di speranza. La comunità deraglia senza senso, attirata in un vortice di pulsioni e vendetta. Lo scenario umano dunque è sconfortante. Nel complesso lo sguardo è problematico, duro ma niente affatto banale. Un po’ come denuncia e un po’ come sberleffo di un’umanità a volte piccola, Andrea Camilleri conferma la sua genialità.

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