Safer Internet Day 2019: essere umani vuol dire anche essere digitali

Il titolo della giornata di quest’anno (Together for a better internet) esplicita al meglio il ruolo attivo e responsabile di ciascuno, nel rendere i territori digitali luoghi positivi e sicuri. Anche la Chiesa cattolica, nelle sue diverse espressioni, ormai da tempo, si interroga su questa esigenza “migliorativa”. E lo fa non cedendo a facili moralismi o a rifiuti deresposanbilizzanti, ma mettendosi in gioco e assumendo un ruolo da protagonista. Anzitutto attraverso il Magistero ecclesiale che non manca, ormai da diversi anni, di porre l’accento sulla realtà digitale. Ne sono dimostrazione, ad esempio, l’enciclica Laudato si’, nella quale Papa Francesco ci mette in guardia da quello che definisce “un dannoso isolamento” dovuto a uno distorto delle tecnologie. O il recente Sinodo, il cui documento finale evidenzia come web e social network siano occasioni “per raggiungere e coinvolgere i giovani, anche in iniziative e attività pastorali”. Ma è l’ultimo Messaggio per la 53ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali a compiere un ulteriore passo in avanti

Non esiste paese al mondo privo di una connessione alla rete. Ci saranno certamente diverse modalità di utilizzo, apparecchiature obsolete o futuribili, censure nazionalistiche o accessi super aperti, ma è innegabile che una delle poche variabili che accomuna l’umanità, sia essa agiata o povera, colta o analfabeta, giovane o adulta, sia proprio internet. Si tratta di un processo così incarnato nella vita delle persone, che, per essere spiegato, esige una (mai scontata) presa di coscienza interpretativa: internet non è uno strumento e non riflette la neutralità tipica di un artefatto tecnologico. È qualcosa di più: struttura le nostre esistenze, offre nuove opportunità di azione, modula le nostre scelte, orienta i nostri sentimenti. In una sola espressione, internet siamo noi.

Le logiche del digitale, infatti, destrutturano il tradizionale legame tra persona e tecnologia. In un certo senso lo normalizzano, determinando un avvicinamento mai visto prima. Essere umani, infatti, vuol dire anche essere digitali. E viceversa. Questa sorta di linea continua non è però sempre compresa e percorsa.

Sovente il web è visto come il demone di turno, come un fattore di contaminazione culturale, come uno spazio oscuro da cui stare lontani. Nonostante i numerosi tentativi di concepirlo come qualcosa di positivo, questo approccio (sbilanciato sugli aspetti negativi) non è, però, del tutto condannabile. Fenomeni come cyberbullismo, pedopornografia online, fake news, hate speech, non sono (sempre) leggende metropolitane o forzature giornalistiche, ma rappresentano quella zona franca del nostro comportamento online che possiamo definire “deviato”. E che necessità di un intervento educativo integrale che oltrepassi la semplice istruzione ai tecnicismi e agisca su quelle categorie, spesso trascurate, che qualificano l’uomo come persona in relazione autentica e rispettosa dell’altro. Anche per questo oggi, 5 febbraio, si celebra il Safer Internet Day, il consueto evento internazionale organizzato con il contributo della Commissione europea e finalizzato a promuovere un uso consapevole della rete e a prevenire e gestire i rischi a essa collegati.

Si tratta di un giorno in cui scuole, istituzioni, associazioni, organismi di vigilanza, genitori e semplici cittadini riflettono “insieme” sui pericoli e sulle potenzialità di internet per contribuire a renderlo “migliore”.

Non a caso il titolo della giornata di quest’anno (Together for a better internet) esplicita al meglio il ruolo attivo e responsabile di ciascuno, nel rendere i territori digitali luoghi positivi e sicuri. Anche la Chiesa cattolica, nelle sue diverse espressioni, ormai da tempo, si interroga su questa esigenza “migliorativa”. E lo fa non cedendo a facili moralismi o a rifiuti deresposanbilizzanti, ma mettendosi in gioco e assumendo un ruolo da protagonista. Anzitutto attraverso il Magistero ecclesiale che non manca, ormai da diversi anni, di porre l’accento sulla realtà digitale.

Ne sono dimostrazione, ad esempio, l’enciclica Laudato si’, nella quale Papa Francesco ci mette in guardia da quello che definisce “un dannoso isolamento” dovuto a uno distorto delle tecnologie. O il recente Sinodo, il cui documento finale evidenzia come web e social network siano occasioni “per raggiungere e coinvolgere i giovani, anche in iniziative e attività pastorali”. Ma è l’ultimo Messaggio per la 53ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali a compiere un ulteriore passo in avanti. Il Pontefice, infatti, ci aiuta a passare dalla diagnosi alla terapia, condividendo alcuni modelli di “better internet”. Tra questi, quello della “comunità ecclesiale [che] coordina la propria attività attraverso la rete, per poi celebrare l’Eucaristia insieme”. Ed è così che l’essere digitale diventa “essere in comunione”, “dove l’unione non si fonda sui ‘like’, ma sulla verità, sull’‘amen’, con cui ognuno aderisce al Corpo di Cristo, accogliendo gli altri”.

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