Sea Watch: a Siracusa una veglia per i migranti. Mons. Pappalardo: “La solidarietà sia uno stile quotidiano”

Movimenti ecclesiali e civili, fedeli e semplici cittadini hanno riempito ogni spazio della cattedrale, raccogliendo l’invito dell’arcivescovo mons. Salvatore Pappalardo. “La solidarietà dimostrata in questa occasione deve essere per tutti uno stile quotidiano” ha detto il presule nel suo saluto a conclusione della veglia sul tema “Ero forestiero e mi avete ospitato”. E ha ricordato ai presenti: “Nel Vangelo, Gesù Cristo si identifica con l’affamato, l’assetato, lo straniero, il nudo, il malato e il prigioniero”

È “per ritrovare la nostra umanità” e vivere un “momento di condivisione fuori dal clamore mediatico che la vicenda dei 47 migranti sulla Sea Watch sta avendo” che ieri sera, nella cattedrale di Siracusa, si sono ritrovati quanti, in questi giorni, hanno chiesto di poter accogliere i migranti bloccati al largo della città. Movimenti ecclesiali e civili, fedeli e semplici cittadini hanno riempito ogni spazio della chiesa, raccogliendo l’invito dell’arcivescovo Salvatore Pappalardo. “La solidarietà dimostrata in questa occasione deve essere per tutti uno stile quotidiano” ha detto il presule nel suo saluto a conclusione della veglia, sul tema “Ero forestiero e mi avete ospitato”. E ha ricordato ai presenti: “Nel Vangelo, Gesù Cristo si identifica con l’affamato, l’assetato, lo straniero, il nudo, il malato e il prigioniero”.

“L’altro, il diverso, fa paura. Eppure siamo tutti imbarcati. Tutti sulla stessa barca. E basta che ci sia solo uno che faccia naufragio perché nessuno di noi possa gioire di trovarsi sulla terra ferma. Se uno solo fa naufragio, alla deriva siamo tutti noi”. Così don Luca Saraceno, parroco e docente di filosofia presso lo Studio teologico San Paolo di Catania. È stato lui a guidare la riflessione nel corso della veglia voluta dall’arcidiocesi di Siracusa. Ha descritto la vita dell’uomo come essere che – fin dal concepimento nel grembo della madre, dal “naufragio” della nascita, all’entrar a far parte di una famiglia, di questa nostra terra, di una comunità di credenti e di una città – sperimenta il suo essere straniero e, soprattutto e a volte inconsapevolmente, il suo essere accolto. “Il forestiero sono io, sei tu, siamo noi, che continuamente veniamo ospitati. Stranieri a noi stessi, esistenzialmente – ha detto -, facciamocene una ragione.

Non abbiamo radici, ma gambe e non stiamo mai fermi, continuando a muoverci oggi come turisti, domani come pellegrini, sempre da ‘stranieri’ e ‘ospiti’ dentro a questa grande carovana caotica che è il mistero della vita.

Ed è proprio quando dimentichiamo che c’è un forestiero che abita e convive dentro di noi – ha proseguito – che facciamo fatica ad accogliere il forestiero, l’altro, il diverso che ci raggiunge, si presenta a noi innanzi e svuota il suo sacco pieno di bisogni e di domande. Ne ho paura, lo rifiuto perché mi ricorda la mia precarietà, finitezza, instabilità, fugacità. Inorridisco davanti a un altro me perché è privo di ciò che credo mi dia sicurezza”. Il sacerdote ha sottolineato che “saremo giudicati sull’ospitalità data o rifiutata oggi” e ha posto in evidenza il rischio di “non riuscire più ad ‘accogliere’ volti mentre ci stiamo specializzando nell’arte di ‘raccogliere’ corpi”. “Perché non ci rendiamo conto che siamo anche noi a generare un esodo quando, nel momento stesso in cui diciamo “Prima io, prima noi”?, confiniamo l’altro nello spazio della marginalità? Crediamo davvero – ha detto don Saraceno – che chiudere un porto, innalzare un muro o tenere in casa una pistola ci renda più sicuri e che siano queste le espressioni di un sano principio di libertà? È davvero questo il mondo che vogliamo? Un mondo di spazi chiusi, arginati e posseduti, costruiti come prigioni entro le quali ci muoviamo nell’illusione di essere noi le persone libere?”.

I fratelli maristi in missione in Sicilia da due anni sono stati tra i testimoni chiamati ad intervenire alla veglia per le migrazioni nella cattedrale di Siracusa. Con una comunità internazionale formata da due laici, due laiche e due fratelli religiosi, vivono in contatto con i ragazzi di prima e seconda accoglienza, ma anche con chi fa parte dei centri speciali per donne e famiglie.

Sono stati invitati a condividere la loro esperienza di formazione ed educazione dei migranti, messa in atto nel “Ciao”, Centro interculturale di aiuto e orientamento. Per farlo hanno presentato un video: conteneva alcune parole, quali sogno, futuro, famiglia. Ma tra queste anche altre parole: come “tornare in Libia” o “mare”. “Abbiamo lasciato raccontare quello che noi abbiamo imparato dai migranti alle loro espressioni, le prime reazioni impresse sui loro volti. Raccontano tutto da sé – dice Gabriel, fratello laico della comunità dei maristi -, senza menzogna: quando si parla di famiglia o di amici l’espressione è una e chiara, di nostalgia magari, ma serena. Ma quando si parla di Libia, basta guardare i loro occhi: i loro sguardi esprimono in maniera inequivocabile i sentimenti che provano”. Basta a conoscere quello che hanno passato e in cosa incorrerebbero se tornassero indietro. “È questo primo racconto tessuto di emozioni, di paura e sofferenza – aggiunge Gabriel -, che ci spinge a creare comunità con i ragazzi, creare identità, ma anche far uscire il trauma, il lutto, a suggerirci come aiutare i ragazzi a superare tutto questo e capire come muoversi e come integrarsi in Italia”.

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