Ripartire dalle città per una politica partecipativa. Fronza Crepaz (Focolari): “Trasformare la distanza tra istituzioni e cittadini”

A conclusione del convegno “Co-Governance, corresponsabilità nelle città oggi” nasce un documento che propone a cittadini e amministrazioni pubbliche la pratica della partecipazione e della costruzione di reti di cittadini, attori sociali e città. All’appuntamento promosso dai Focolari hanno partecipato oltre 400 amministratori pubblici, politici, imprenditori, accademici e cittadini di 33 Paesi. Al centro dei lavori c’è stata la partecipazione, presentata nelle sue numerose applicazioni, come hanno mostrato le storie e le prassi condivise dagli oltre 60 esperti nei campi dell’urbanistica, comunicazione, servizi, economia, politica, ambiente

Foto CSC Audiovisivi

“Le città possono divenire uno spazio di sperimentazione per trasformare la distanza e l’incomprensione tra istituzioni e cittadini in opportunità generative di risposte, sia locali che globali”. Lo sostiene Lucia Fronza Crepaz, già parlamentare, formatrice presso la “Scuola di preparazione sociale” a Trento e membro del comitato scientifico del convegno dedicato al governo partecipato delle città promosso da Movimento umanità nuova, Movimento politico per l’unità e Associazione città per la fraternità, espressioni dell’impegno sociale e politico dei Focolari.

Foto CSC Audiovisivi

Nel Patto per una nuova Governance firmato a conclusione del convegno, si parla di “una diversa visione dei processi democratici che può emergere dal livello locale con il deciso riconoscimento del valore della partecipazione”. Se questa partecipazione non trova però una sponda nelle istituzioni, rischia di restare un esempio virtuoso ma poco incisivo nella vita sociale?
Il rischio che le istituzioni non rispondano al muoversi dei cittadini fa parte del gioco. La particolarità di questo congresso è stata però quella di aver chiamato a lavorare assieme, cittadini singoli e associati, funzionari, amministratori e stakeholder. La constatazione delle crisi delle nostre democrazia è ormai percepita non solo dai cittadini, ma anche dagli amministratori, che forse tra i politici sono quelli che ne soffrono di più. In questo senso assieme

abbiamo individuato nelle città una importanza politica strategica.

La scelta di campo fatta è per una partecipazione concepita non come sostituzione della procedura della rappresentanza, ma come una modalità efficace per affrontare la complessità dei problemi e ridare quindi corpo alla delega democratica.

L’idea di rete che emerge dal Patto si estende anche a internet?
Il tipo di reti individuate possono certamente beneficiare delle opportunità offerte da internet e dai social media. Un’azione però che vuole essere politica deve partire da un dialogo effettivo e diretto con chi ha il potere e deve affrontare i problemi. Internet non è il luogo elettivo dal dialogo politico: è uno degli strumenti, importante, ma che non può sostituire la “deliberazione” fatta di incontri attorno ad un problema, con tempi e regole opportune. In questo senso, che nei social ci sia molto odio gratuito, è una sfida assunta dalle reti che abbiamo immaginato.

Foto CSC Audiovisivi

Come attuare una proposta così ampia?
Il convegno di questi giorni è il frutto di un anno e mezzo di lavoro, in cui persone con varie culture e funzioni dentro le città hanno cercato esperienze, approfondimenti culturali, coinvolgimento di esperti di varie discipline. Ne

è nato un movimento internazionale di idee, di risveglio di coscienza e di azione.

Con questo documento non parte una organizzazione ma, riassumendolo in uno slogan, si potrebbe dire “Vai, rischia, non aspettare che ti chiamino” o meglio “Andiamo, rischiamo, non aspettiamo che ci chiamino”. Il documento dice chiaramente che

tutti possono innescare il circuito virtuoso di una co-governace della città: un sindaco, un gruppo di cittadini, un collettivo di competenti.

Spesso sarà un bisogno o anche solo il desiderio di aprire un dialogo che spingerà all’azione, ma sarà comunque capitale sociale che cresce e contagia. Nessuno dovrà avere la presunzione di “gestire” le reti e, pertanto, non sarà nessuno, in particolare, a dare una “struttura” alle reti. Immaginiamo che questo lo si capirà dall’esperienza che va condotta accanto ad altre che si muovono con altre strategie.

Dunque è un modello aperto?
Vogliamo costruire reti tra cittadini, reti tra i soggetti collettivi che lavorano con le istituzioni e che chiedono luoghi nuovi di incontro e di dialogo. Non reti chiuse, ma aperte che contagiano altre reti costruite in altri luoghi e che formino una rete di reti. È la diversità messa in reciprocità il segreto per produrre veri cambiamenti. Oggi le nostre democrazie in crisi non hanno bisogno di piccoli aggiustamenti, il “cambiamento d’epoca” – come direbbe Francesco – rende necessario un nuovo impegno che coinvolga coscienza, pensiero e azione, sul piano personale e collettivo.

Foto CSC Audiovisivi

Che riscontro avete avuto dalle città italiane ed estere?
Abbiamo fatto convergere esperienze nazionali ed internazionali, da Medellin a Seul, da Bratislava a un piccolo comune della Catalogna di 500 abitanti, a Pisa, Campi Bisenzio, nati dentro e fuori il Movimento dei Focolari, per incentivare una rete tra città che cooperino superando gli interessi particolari e i pregiudizi, per osare strategie democratiche e partecipative più ampie e collaborazioni transnazionali creative. Città che condividano programmi e informazioni, risorse umane e materiali, ma anche fallimenti ed esperienze problematiche, per darsi aiuto reciproco e aprire visioni e collaborazioni operative.

Si è anche tenuto insieme teoria e pratica.
La seconda alleanza che abbiamo voluto significare con questo nostro lavoro è stata quella tra vita e pensiero. Esperti di politologia, di psicologia, di urbanistica e di altre materie si sono messi al servizio di chi sta “sul campo” per creare l’occasione di poter mettere in pratica le soluzioni, aggiustare le teorie, e ricominciare assieme la ricerca. Questa è la cultura nuova che può farci arrivare al di là del guado.

Foto CSC Audiovisivi

Come si può integrare il processo di co-governance nelle attuali forme di governo delle città?
È un percorso che si vedrà strada facendo.

L’obiettivo è la co-governance.

Alcune delle caratteristiche del lavoro che abbiamo messo e metteremo in campo con queste reti sono: dialogare costantemente con le istituzioni; adottare insieme alle donne e agli uomini delle istituzioni alcuni principi fondamentali; affrontare nelle città le grandi urgenze dell’ambiente, della pianificazione sociale e urbanistica, della rivoluzione digitale, della crisi della rappresentanza, fino a trovare risposte trasferibili anche su ampia scala.

Il modello proposto è attuabile anche nei grandi centri urbani, dove le difficoltà di relazioni tra le persone e di rapporto con le istituzioni sono ancora più difficili?
Già diverse esperienze presentate alla conferenza dimostrano che è possibile. Sono tuttavia processi reversibili e mai dati per sicuri. È una sfida che assieme abbiamo raccolto, anche nelle megalopoli si può fare un lavoro di quartiere e iniziare dai quartieri più disagiati.

Nel patto si parla di “politica come esperienza democratica, partecipativa e deliberativa”. Eppure i tentativi finora sperimentati di partecipazione popolare non sono così riusciti: basti pensare alla Brexit, alla e-democracy o alla questione dei migranti…
Per molti non riusciti, ce ne sono tanti altri molto ben riusciti. Sul sito www.co.governance.org li metteremo a disposizione, ma penso, per esempio, alle tante esperienze positive di partecipazione, sfociata in veri e propri patti di collaborazione tra cittadini singoli e associati che trovano spazio sul sito di Labsus.

Altri articoli in Italia

Italia