Verso la Giornata della memoria. In libreria “Il caso Kaufmann”, un romanzo di Giovanni Grasso, per riflettere

Sarà in libreria, da domani, per Rizzoli, “Il caso Kaufmann” (pp.384, € 19), primo romanzo di Giovanni Grasso, giornalista parlamentare e saggista, dal 2015 consigliere del Presidente della Repubblica per la stampa e la comunicazione. Liberamente ispirato alla vera storia di Lehmann Katzenberger e Irene Seiler, il romanzo spinge il lettore a riflettere sulle conseguenze dell’odio, sull’importanza delle parole e delle piccole azioni che possono cambiare il corso degli eventi, mostrando tutta la dolcezza di un amore nato in un’epoca dominata dalla follia e dalla totale perdita di umanità. La trama: nel dicembre 1933, la vita cupa e afflitta di Lehmann Kaufmann viene sconvolta da una lettera. Kurt, il suo migliore amico, gli chiede di prendersi cura della figlia Irene e di aiutarla a stabilirsi a Norimberga. Kaufmann ha sessant’anni, è uno stimato commerciante ebreo, vedovo, e presidente della comunità ebraica di Norimberga – vittima, in quegli anni, della persecuzione nazista. Irene si presenta, fin da subito, come un raggio di sole a illuminare la vita sempre più angosciata di Leo. Ha vent’anni, è bella, determinata e tra i due si instaura un rapporto speciale fatto di stima, affetto, ma anche di desiderio. Irene però è ariana, e le leggi razziali stabiliscono che il popolo ebreo è nemico della Germania. L’odio, sapientemente fomentato dal governo nazista, entra pian piano nelle vite dei comuni cittadini e le stravolge. Diffidenza e ostilità prendono il posto di rispetto e stima, la gentilezza diventa distacco. Gli sguardi si abbassano, i sorrisi si spengono. E quando anche la Giustizia, nelle mani dello spietato giudice Rothenberger, si trasforma in un mostro nazista, per valori come onestà e verità non ci sarà più scampo. Per gentile concessione di Rizzoli pubblichiamo un estratto del capitolo 32 titolato “Il Giudice di verità”. A pochi giorni dalla Giornata della memoria un invito a riflettere e pensare…

Kaufmann avrebbe voluto resistere, gli sembrava un gesto di debolezza, poco dignitoso, ma non ce la fece. Raccontò al prete tutta la sua vicenda, i particolari più segreti, le sensazioni più nascoste, i risentimenti che provava, le angosce e le paure che lo opprimevano.

«Padre, mi dica: ne ha assistiti molti di condannati a morte?»

«Be’, insomma, sì.»

«Anche quei due ragazzi che hanno… fatto fuori ieri?»

«Sì, tutti e due.»

«Ed è vero che erano così giovani?»

«Uno vent’anni, l’altro appena diciotto.»

«E che delitto avevano compiuto?»

«Alto tradimento… Almeno credo.»

«E, cioè, cosa avevano fatto?»

«A quanto mi consta, sono stati arrestati all’università, mentre distribuivano volantini e chiedevano alle coscienze di ribellarsi contro una guerra ingiusta, voluta da un regime ingiusto…»

«E secondo lei, padre, non avevano ragione?»

Il sacerdote rimase in silenzio. Poi disse, a bassa voce: «La guerra non è mai giusta».

«E mi dica, padre, come ha trovato quei giovani? Ci ha parlato? Avevano paura della morte?»

«Erano bravi ragazzi, di ottima famiglia, molto religiosi. Li ho trovati sereni. Abbiamo pregato insieme. Mi hanno detto: “La coscienza ci imponeva di fare quello che abbiamo fatto. Moriamo in pace, senz’odio, con la certezza di aver seguito fino in fondo la nostra coscienza di uomini liberi e di cristiani. Oggi ci chiamano traditori e rinnegati, ma un giorno non lontano saremo ricordati come martiri della libertà e della giustizia”. E lo dicevano convinti e senza alcuna presunzione: negli ultimi istanti non hanno tremato, neanche per un secondo…»

Kaufmann si alzò dal letto e si affacciò alla finestrella, chiusa da pesanti sbarre di ferro. Non si vedeva nulla da lì, neanche un pezzo di cielo.

«Almeno, loro…» borbottò tra sé, sovrappensiero.

«Stava dicendo qualcosa?» lo interruppe padre Höfer.

«No, no…» rispose Leo, scuotendo la testa. Poi, come preso da un impeto, si gettò a sedere sul letto, accanto al prete e disse: «Stavo dicendo, padre, che io invidio quei ragazzi…».

Il cappellano lo guardò con aria interrogativa, ma non ci fu bisogno di chiedere nulla, perché Kaufmann continuò: «C’è chi sta qui, nel braccio della morte, perché ha commesso un grave delitto: un assassino, un ladro, uno stupratore. E, prima di essere portato al cospetto del boia, può, se vuole, pentirsi di quello che ha fatto, chiedere perdono a Dio e agli uomini, convertirsi. In un momento, con una sola parola, può riscattare una vita di malefatte e di crimini e dare un senso alla propria morte…».

Padre Höfer lo seguiva con attenzione. Leo proseguì: «Poi ci sono gli eroi, come quei due ragazzi. Sono morti con la coscienza a posto, sicuri di aver fatto il proprio dovere: si sono ribellati al regime, hanno avuto il coraggio di resistere. Non muoiono invano, sono sicuri che il loro gesto sarà un giorno apprezzato, ricordato. E così sarà o almeno lo spero…».

Kaufmann prese fiato, il prete si accorse che stava piangendo.

«Infine» continuò «ci sono gli altri, pochi, né carne né pesce, quelli come me. Non ho commesso delitti, non ho nulla da farmi perdonare e, pertanto, non mi posso neppure pentire. Né, d’altro canto, ho compiuto qualche impresa, qualche atto valoroso, degno di essere ricordato dai posteri. Ai due giovani, prima o poi, intitoleranno una strada, un monumento… Di me, invece, cosa si dirà? “Ah, sì, mi ricordo vagamente di quel vecchio ebreo, Kaufmann si chiamava, ma non era quello che se la intendeva con le ragazzine?” Quella che mi daranno domani, caro padre, e che io non ho cercato né meritato, è una morte insulsa, stupida e, quel che è peggio, inutile…»

«Ma lei è un uomo giusto. E Dio non l’abbandonerà…» disse il povero cappellano, che non sapeva più cosa dire e dove guardare.

«Vede, padre, come posso spiegarle…? Per un cristiano è forse più facile accettare l’ingiustizia, la sofferenza. Il vostro dio si fa uomo tra gli uomini e muore sulla croce, come un malfattore, come me, come tanti altri. È un dio sconfitto, debole, ma è di carne e ossa, soffre e muore come voi. Il mio dio, invece, è il Signore potente, che abita nelle altezze, il Dio che sconfigge il faraone e che trionfa, che veglia sul suo popolo e lo protegge. È vero, da questo punto di vista, io sono l’ultimo a poter parlare. Specialmente dopo la morte di mia moglie, ho trascurato i precetti e ho pregato poco e male. Eppure, quando vedo che non io solo, ma tutto il popolo di Israele è abbandonato in balia dei nemici, non so più raccapezzarmi. E la mia fede vacilla…»

Il prete avrebbe voluto dirgli che anche la fede di Cristo, il figlio di Dio, vacillò, eccome, nell’orto degli ulivi. Ma rimase in silenzio, non gli pareva il caso.

«Ne ho la certezza: lei domani stesso sarà al cospetto del Signore e avrà la sua ricompensa, non ne dubiti.»

«Un tempo ci credevo, oggi non lo so, non lo so più…» Padre Höfer gli poggiò una mano sulla spalla. A Kaufmann quel contatto fisico fece molto piacere.

«Piuttosto, padre» Leo proseguì, cambiando tono, «mi tolga una curiosità: ma come fa a dire che io sarò salvo, se non mi sono nemmeno convertito? La dottrina della Chiesa non prevede che per salvarsi uno debba essere…»

Il prete non gli fece finire la frase: «Lasci perdere la dottrina, dia retta a me. Lei sarà salvo. La dottrina l’hanno scritta gli uomini, pensando di interpretare il volere di Dio… A volte ci sono riusciti, a volte meno».

Il secondino bussò. Il tempo era già scaduto da un pezzo.

Il prete si alzò e tese la mano al condannato: «Signor Kaufmann, può stare tranquillo, in qualche modo riuscirò a inviare il messaggio che le sta a cuore. Chissà, magari oggi stesso. Domani io la seguirò, da lontano. Mi osservi bene: se mi vedrà un crocifisso in mano è il segno che ci sono riuscito».

«Padre, la ringrazio davvero per tutto quello che ha fatto e farà per me. C’è un’ultima cosa. Con il mio dio me la vedrò stanotte. Però voglio che si sappia in giro: sono nato ebreo, sono vissuto da ebreo e muoio da ebreo.»

«Ci conti. E lo tenga bene in mente, il suo dio le sarà accanto in ogni momento, fino alla fine e anche dopo.»

Padre Höfer uscì, aveva gli occhi lucidi. Schultze lo guardò, ammiccando: «Tutto questo tempo… Allora, è andata bene?».

«Benissimo.»

«Si è confessato?»

«Non ne aveva bisogno.»

«Allora, lo ha battezzato?»

«No, che domande…»

La povera guardia strabuzzò gli occhi: «Ma non si è convertito?».

«No, certo che no. È ebreo…»

«Ma… Ma… Allora?»

«Ti ho detto che è andata benissimo. Accompagnami in cortile, ho bisogno di una boccata d’aria fresca.»

«Mi scusi, quindi lei cosa ci è andato a fare?»

«E me lo chiedi? Per adempiere alla volontà di Dio.»

Il prete non aggiunse altro. Il povero Schultze non aveva proprio capito nulla. Tutta la sua vita, del resto, era improntata a una sola regola: obbedire in silenzio, senza capire. Lo aveva fatto in migliaia di occasioni. Una volta di più, in fondo, cosa poteva essere? Trattandosi, però, di questioni attinenti alla religione e alla salvezza dell’anima, cose che al pio Schultze stavano a cuore più di ogni altra, azzardò a insistere: «E con quella donna, poi, c’è stato o no?».

«Non te lo posso dire, c’è il segreto della confessione.»

«Ma se mi ha appena detto che non lo ha confessato…»

«Uh, quante domande… Preghiamo, figliolo, preghiamo…»

 

Nel buio della sua cella, Kaufmann scorse, infilato a metà sotto il pagliericcio, un piccolo oggetto dalla forma regolare. Allungò la mano e lo afferrò: il cappellano aveva dimenticato la Bibbia. O, molto più probabilmente, aveva fatto finta di dimenticarla.

Era una Bibbia cristiana, in tedesco, non conforme ai canoni ebraici. Però, in quell’ultima notte, gli fu lo stesso di grande conforto.

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