La recessione che sta arrivando non si può vincere da soli

Quando un Paese entra in recessione, soprattutto se la crisi è prolungata, l'occupazione e l'utilizzo degli impianti tende a ridursi, gli investimenti aspettano periodi migliori e anche i prestatori di denaro, alle imprese e allo Stato, preferiscono agire con la massima prudenza. Cambiano anche le modalità di impiego dei lavoratori e l'esperienza di questi anni ha insegnato che al lavoro a tempo determinato (perso o neppure raggiunto) si sostituiscono attività di microimprenditorialità, lavori e lavoretti. Se l'economia si rattrappisce si riducono o diventano più irregolari le entrate fiscali

Di recessione non ce n’è una sola. Può essere momentanea o prolungata, leggera o virulenta. Locale, continentale, globale. Innescata da una bolla finanziaria oppure determinata da una crisi di produzione e vendite. Tecnicamente si può parlare di fase recessiva già dopo due trimestri consecutivi di calo del Pil (prodotto interno lordo, la ricchezza prodotta in un paese in un peridio definito). Il primo è già arrivato e riguardava il trimestre luglio/settembre (-0,1% dato definitivo). Non accadeva da 14 trimestri, quindi più di tre anni tutti di poco o tanto espansivi.

Il riscontro di ottobre/dicembre arriverà a metà febbraio e dovrà essere confermato dall’Istat all’inizio di marzo. Nel frattempo arriveranno dati parziali che aiuteranno a intuire se l’economia italiana sarà in grado di creare occupazione e sostenere gli impegnativi capitoli di spesa che il Governo ha programmato e sta cercando di mantenere nella trattativa con la Ue con la procedura di infrazione per debito appena avviata. Quello di marzo calcolato e diffuso dell’Istat sarà quindi involontariamente un “giudizio” sull’economia a un anno dalle elezioni politiche che hanno cambiato gli equilibri in Parlamento e al Governo. Mancheranno a quel punto due mesi e mezzo alle elezioni europee.

Fra metà febbraio e inizio marzo sapremo se l’Italia sarà tecnicamente in recessione come teme la Confindustria che segnala una “decrescita per niente felice”.

Di rischio recessione si parlerà molto nelle prossime settimane e diventerà uno scenario politicamente rilevante. Con il dato del quarto trimestre si avrà una fotografia completa di un 2018 in rallentamento complessivo e non solo nella Penisola. Dal 1 giugno la gestione è in mano alla maggioranza gialloverde e all’esecutivo guidato da Giuseppe Conte che ne porta la responsabilità solo per la seconda parte dell’anno.
Vale la pena di fissare alcuni numeri che faranno da riferimento all’inevitabile confronto fra il 2017 e il 2018. Il debito pubblico italiano a fine dicembre 2017 era cresciuto a 2.256,1 miliardi di euro contro i 2.219,5 del dicembre 2016, i 2.173 di fine 2015 e i 2.137 di fine 2014.

Quanto agli occupati, altro dato economicamente e politicamente rilevante, il 2017 si era chiuso con 23,067 milioni di italiani al lavoro, circa 173mila in più rispetto all’anno prima da leggere più nel dettaglio fra lavoro determinato e indeterminato. Il Pil definitivo – annunciato il 5 marzo di quest’anno – fissava la crescita del prodotto interno 2017 a un 1,5% che nel 2018 che sta per chiudersi non verrà certamente raggiunto. Ne deriva la necessità di rivedere prudenzialmente le stime per il 2019 e il 2020.

Quando un Paese entra in recessione, soprattutto se la crisi è prolungata, l’occupazione e l’utilizzo degli impianti tende a ridursi, gli investimenti aspettano periodi migliori e anche i prestatori di denaro, alle imprese e allo Stato, preferiscono agire con la massima prudenza. Cambiano anche le modalità di impiego dei lavoratori e l’esperienza di questi anni ha insegnato che al lavoro a tempo determinato (perso o neppure raggiunto) si sostituiscono attività di microimprenditorialità, lavori e lavoretti. Se l’economia si rattrappisce si riducono o diventano più irregolari le entrate fiscali.

Per un Paese che vive l’ansia collettiva da spread (cioè la differenza fra i rendimenti di due titoli di Stato omogenei) una recessione prolungata può fare un gran male.

Non è una spirale irreversibile: si può uscirne, come si è fatto per ben due volte negli ultimi dieci anni, soprattutto se prevale un clima costruttivo all’interno e una collaborazione internazionale. Dazi e tensioni internazionali non facilitano il compito; viceversa mantenere alti gli investimenti e la proiezione sull’export aiutano a smaltire la malattia e a non farla cronicizzare.

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