Riduzione numero parlamentari e referendum propositivo. Olivetti (Lumsa): “Non sono riforme di grande respiro culturale”

Per Marco Olivetti, ordinario di diritto costituzionale alla Lumsa di Roma, "introdurre il referendum propositivo, abolire il quorum ed escludere limiti alle materie che si possono sottoporre a referendum, al di là delle valutazioni sui singoli aspetti, tradisce l'idea di un'inversione del rapporto tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, a tutto vantaggio della seconda. Ma la democrazia diretta è una chimera. Neanche i cantoni svizzeri possono prescindere dai Parlamenti. Il rischio è che in realtà il potere venga esercitato da minoranze politicamente attive e questo è molto poco democratico"

foto SIR/Marco Calvarese

“Non mi sembrano riforme di grande respiro culturale. L’impressione è che servano soltanto a piantare qualche bandierina ideologica”. Marco Olivetti, ordinario di diritto costituzionale alla Lumsa di Roma e da anni uno dei protagonisti del dibattito sulle riforme, dà un giudizio molto problematico sulle proposte presentate congiuntamente dalle forze di maggioranza. In estrema sintesi: drastica riduzione del numero dei parlamentari, ma conservando le due Camere con le stesse funzioni; introduzione del referendum propositivo, ma senza limiti di quorum e di materie su cui intervenire. Dopo la bocciatura della riforma Renzi, il tema della revisione della Costituzione è rimasto piuttosto defilato, anche se ogni tanto qualche fiammata polemica ha investito inopinatamente il ruolo delle istituzioni di garanzia. L’iter parlamentare dei nuovi progetti di riforma è ancora agli inizi, a livello di commissione. Sono state depositate anche altre proposte, oltre a quelle di M5S e Lega, ma dati i numeri in Parlamento soltanto queste ultime hanno qualche possibilità di riuscita. I temi su cui intervengono sono circoscritti, ma quando si tocca la Costituzione bisogna sempre cercare di capire quale idea di democrazia ci sia dietro.

Professore, di quale democrazia stiamo parlando?
Il tipo di democrazia realizzato oggi, così come da oltre due secoli nei Paesi occidentali, è la democrazia rappresentativa. Pur essendo l’unico modello concretamente realizzato, viene sempre visto con un po’ di nostalgia rispetto all’ideale della democrazia diretta. Ma

la democrazia diretta è un mito.

Nella storia gli unici casi conosciuti riguardano enti territoriali molto piccoli e contesti rivoluzionari.

Perché questa nostalgia?
Perché la democrazia rappresentativa contiene inevitabilmente un paradosso. E’ infatti un sistema che consente la rappresentanza della volontà popolare, ma implica  allo stesso tempo anche una forma di separazione tra elettori ed eletti. Già nell’Assemblea costituente ci fu il tentativo di integrare nell’impianto alcuni elementi di democrazia diretta. Costantino Mortati propose ben sette tipi di referendum. Nel testo della Carta ne sono sopravvissuti soltanto due – il referendum abrogativo e quello confermativo previsto dalla procedura di revisione costituzionale – e sono rimasti congelati per ventidue anni. La legge di attuazione vide finalmente la luce in conseguenza di un compromesso sulla legge per il divorzio, che la Dc accettò di lasciar passare in cambio della possibilità di una verifica diretta della volontà degli elettori, come avvenne con il referendum del 1974.

Da allora i referendum sono stati molto numerosi…
Dal 1974 a oggi l’Italia è, dopo la Svizzera, lo Stato del mondo occidentale che ha più utilizzato il referendum. Con alcune particolarità: l’esclusione di alcune materie – per esempio i trattati internazionali e le leggi tributarie e di bilancio – e la regola del quorum di votanti necessario per la validità della consultazione.

A fronte di una procedura di attivazione abbastanza agevole, in una logica di bilanciamento del sistema si è inserito il quorum come contropotere per evitare che il referendum potesse diventare uno strumento demagogico in mano a gruppi minoritari. E’ stato come mettere un po’ di Montesquieu in un piatto di Rousseau.

Chi propone l’abolizione del quorum sostiene che si vuole impedire ai politici di invitare gli elettori ad andare al mare, per citare la famosa frase di Craxi.
Con un quorum di voti da raggiungere, i promotori di un referendum devono dimostrare che sul quesito posto la cittadinanza ritiene di dover rispondere alla chiamata alle urne. Certo, come tutti i contropoteri anche il quorum può essere utilizzato per bloccare un’iniziativa politicamente non condivisa. Ma

eliminare il quorum vuol dire eliminare un elemento di equilibrio del sistema.

Penso piuttosto che si possa ragionevolmente ipotizzare un suo abbassamento. Lo Statuto della Regione Toscana, per esempio, ha fissato un quorum per i referendum regionali pari alla metà più uno dei votanti nelle ultime elezioni. Porrei anche il problema del numero di firme necessarie per attivare la richiesta referendaria: dalla legge istitutiva a oggi la popolazione italiana è aumentata e 500mila firme sono poche, tanto più se si pensa di abolire il quorum. Mi lasci però aggiungere un’ulteriore riflessione che si ricollega alla prima domanda.

Dica pure.
Introdurre il referendum propositivo, abolire il quorum ed escludere limiti alle materie che si possono sottoporre a referendum, al di là delle valutazioni sui singoli aspetti, tradisce l’idea di un’inversione del rapporto tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, a tutto vantaggio della seconda. Ma la democrazia diretta è una chimera.

Neanche i cantoni svizzeri possono prescindere dai Parlamenti.

Il rischio è che in realtà il potere venga esercitato da minoranze politicamente attive e questo è molto poco democratico.

Che cosa pensa della riduzione del numero dei parlamentari?
E’ una proposta tutt’altro che nuova e non mi sollecita obiezioni radicali. Mi rammarica invece che non si affronti il vero nodo del malfunzionamento del sistema parlamentare che è quello di un bicameralismo ‘doppione’, in cui Camera e Senato svolgono le stesse funzioni senza una ragione sensata.

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