A Foggia quattro richiedenti asilo assunti nella filiera del pomodoro. L’arcidiocesi, “un segno concreto per sottrarli allo sfruttamento”

Su invito dell’arcidiocesi di Foggia-Bovino, la fabbrica “Princes”, di proprietà di una multinazionale inglese, ha deciso di aprire le porte ai primi africani. Ogni anno, dopo la raccolta del pomodoro, assume 1000/ 1.500 operai con regolare contratto di lavoro a tempo determinato.

Quattro richiedenti asilo nigeriani accolti dalla Caritas diocesana di Foggia-Bovino hanno trovato occupazione, per sei mesi, in una industria alimentare della filiera del pomodoro. Un modo per sottrarli allo sfruttamento della manovalanza a basso costo e dei caporali nelle campagne e costruire vera integrazione. Su invito dell’arcidiocesi di Foggia-Bovino, la fabbrica Princes, gruppo leader nel settore alimentare a livello internazionale, ha deciso di aprire le porte ai primi africani con il progetto “Lavoro senza frontiere”, per promuovere condizioni di lavoro etico nella filiera del pomodoro. Ogni anno, dopo la raccolta del pomodoro, nello stabilimento di Foggia assume 1000/ 1.500 operai con regolare contratto di lavoro a tempo determinato. In un territorio oppresso da povertà, disoccupazione, lavoro nero e criminalità organizzata, le eventuali critiche secondo lo stile “prima gli italiani”, “ci rubano il lavoro”, si dimostrano smentite dai dati reali: a luglio su 1020 scelti per essere assunti (tutti italiani) almeno 100 non si sono presentati sul posto di lavoro dopo le visite mediche di routine. Emozionati e felici, Louis, Frank, Goodluck e Joshua  hanno iniziato la loro nuova vita da operai lunedì scorso. Uno affianca il caporeparto, uno è in cucina, gli altri due lavorano nel reparto per la conservazione dei prodotti. Avranno tutor specifici e tappe di verifica. La Caritas di Foggia metterà a disposizione una mediatrice culturale per accompagnarli in questo nuovo percorso lavorativo.

L’arcivescovo Vincenzo Pelvi visita il centro

“Un segno concreto contro lo sfruttamento”. “E’ un segno concreto per dimostrare che è possibile sottrarre le persone allo sfruttamento – spiega al Sir monsignor Vincenzo Pelvi, arcivescovo di Foggia-Bovino -. Altrimenti, una volta usciti dal centro di accoglienza, possono correre il rischio di finire nelle mani dei caporali. Se si comportano bene e l’esperimento funziona, l’azienda si è detta disponibile a rinnovare il contratto e ad assumerne altri”. Una iniziativa, prosegue, “che può essere anche di incoraggiamento ad altre aziende, per creare un circuito virtuoso di filiera etica. I gesti semplici sono i più loquaci per allontanare paura e disperazione, seminando speranza e accoglienza”. Gianmarco Laviola, amministratore delegato di Princes in Italia commenta: “Il nostro è un piccolo passo simbolico, che ha come obiettivo quello di fornire una via d’uscita dalla piaga del caporalato e dallo sfruttamento della manodopera da parte di alcuni operatori senza scrupoli”.

Louis, Frank, Goodluck e Joshua, tra i 20 e i 30 anni, hanno fatto la traversata sui barconi e sono arrivati in Sicilia. Da un anno e mezzo sono nel centro di accoglienza della Caritas per volontà della prefettura, insieme ad altri due ragazzi, nel centro della città. Le diffidenze iniziali sono state facilmente superate dopo un giro di presentazioni ai negozianti della zona, accompagnati dal vescovo. “Sono molto educati, disponibili, puliscono le stanze, aiutano in casa, studiano l’italiano –  racconta Giusy Di Girolamo, direttrice della Caritas di Foggia- Bovino -. Hanno attraversato il mare, il deserto a piedi, sono stati rinchiusi nei centri di detenzione in Libia”.

“Ho visto con i miei occhi le cicatrici delle torture subìte: hanno segni sulle braccia, sulle gambe, sul torace. Sono stati picchiati con cavi elettrici per costringerli a chiedere soldi ai familiari o perché si ribellavano ai loro carcerieri”.

“Ci hanno detto di aver visto tanti amici morire e donne incinte partorire in condizioni terribili, con i neonati che non ce la fanno a sopravvivere”.

Tra gli accolti nel centro Caritas c’è anche uno dei sopravvissuti al primo incidente mortale, lo scorso mese di agosto, nelle campagne del foggiano gestite dal caporalato. E’ un ragazzo della Sierra Leone. “Ci hanno chiesto di ospitarlo dopo il ricovero in ospedale, era gravemente ferito e non poteva tornare a vivere al ghetto – dice -. E’ stato immobile a letto per 40 giorni, ieri ha iniziato a muoversi con il girello. Ora andrà in una struttura riabilitativa per 45 giorni”. Tra le diocesi di Foggia-Bovino, Manfredonia e San Severo ci sono infatti i famigerati ghetti di Borgo Mezzanone e Rignano Garganico, dove vivono migliaia di lavoratori stagionali sfruttati. Ad agosto, dopo due scontri tra auto e tir nel quale hanno perso la vita decine di migranti, molti lavoratori hanno organizzato marce di protesta, scioperi. “Ma da allora non è cambiato molto”, osserva la direttrice della Caritas, appena rientrata da lunghi anni trascorsi come missionaria fidei donum in Guinea Bissau, dove sono in corso gemellaggi diocesani: “La mattina e la sera passano gli stessi pulmini fatiscenti che trasportano i lavoratori. Vivono in case di lamiera e baracche simili alle bidonville africane, con pochissimi servizi. Da poco sembra che la Regione Puglia stia portando acqua al ghetto di Rignano”. La ricetta della diocesi per sottrarli a situazioni di questo tipo è dunque lavorare sull’inserimento sociale e sulla regolarizzazione del lavoro. “Dipende da noi coinvolgerli e trovare occasioni per evitare che cadano vittime dello sfruttamento – conclude -. Non è giusto tenerli tanto tempo nei centri senza far nulla, a bivaccare nelle strade. Questa è una importante opportunità”.

 

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