Rilanciare l’Ilva e proteggere la salute dei cittadini. Difficile ma non impossibile

C'è uno schema che può funzionare: mantenimento dei posti di lavoro, un gruppo proprietario esperto e non finanziario, un Governo che non può essere disattento. C'è voglia di riprendere la produzione di un acciaio competitivo e la promessa di un rigoroso rispetto dell'ambiente. La salute di chi lavora e vive con la vista sugli altiforni non può tornare in secondo piano. ArcelorMittal ha un impegno di riconversione con la copertura più rapida dei parchi minerali (il maxistoccaggio di carbone e ferrosi)

Scontato fin che si vuole, il 94% delle adesioni all’accordo faticosamente siglato al Ministero per lo sviluppo economico (Mise) completa uno sforzo di mantenimento in vita dell’Ilva e segnala un’Italia che non rinuncia al suo ruolo industriale. I lavoratori hanno ascoltato le assemblee, così come avevano seguito gli ultimi mesi di tira e molla dei tanti “chiudere o non chiudere, annullare o rifare la gara, chi deve decidere l’eventuale chiusura”. Hanno poi appoggiato l’accordo sindacale. Dentro quei numeri (6.866 lavoratori votanti su 10.805 aventi diritto) ci sono altrettante speranze di vita di famiglie, di futuro e anche di ruolo sociale che il lavoro conferisce. L’accordo fra le parti, sottoscritto al Mise il 6 settembre scorso, chiama al suo impegno il gruppo internazionale franco-indiano ArcelorMittal che assumerà 10.700 lavoratori e ritiene di poter riportare nell’impianto altri 2-3mila lavoratori. Per il momento garantiti dallo Stato uscente. Sono previsti incentivi all’uscita per chi accetterà.

Il gruppo Ilva, comprendendo anche l’indotto, mette in movimento circa 20mila lavoratori e una miriade di piccole e grandi aziende.

La certezza di entrate regolari stabilizza l’economia di una parte dell’area tarantina e riporta ottimismo dopo anni di sfiducia.
La soddisfazione dei lavoratori e degli ambienti economici non è automaticamente la felicità di tutti. Ilva è una storia drammatica, divisiva, ci sono ragioni da tutte le parti. Ilva venne semibloccata sei anni fa per un primo intervento della magistratura che prendeva atto della grave nocività per lavoratori e cittadini di una vasta area. Drammaticamente diritto al lavoro e diritto alla salute si sono contrapposti come avviene in molte aree mondiali e non solo le più povere e sfruttate. Accade in Italia e in Europa. Nei cantieri quando mancano le misure di sicurezza, come sulle strade quando si è alla guida di un autoarticolato per ore e ore. Stipendio in cambio di polmoni, quando non della stessa vita, riporta alla barbarie, a quelle produzioni pericolose che hanno accompagnato la rivoluzione industriale dell’Ottocento. Nei quartieri Tamburi e Borgo in particolare, e in tutto il territorio tarantino le polveri hanno prodotto centinaia di morti e migliaia di ricoveri, secondo quanto ha rilevato la magistratura. Altre stime aumentano i tumori riferibili a quelle polveri. Veleni e diossine che produrranno danni a distanza. Dopo arresti, ricorsi, interventi dei responsabili nazionale della salute dal 2013 il gruppo era commissariato. Più recentemente è stato trovato un compratore privato per una produzione che è ancora competitiva, sulla base di un contratto la cui efficacia è slittata fino al 15 settembre. La cassa era quasi vuota.

Il governo era obbligato a decidere.

Il vicepremier Luigi Di Maio si è trovato stretto fra le tante promesse di chiusura urlate nella campagna elettorale e l’impossibilità di buttare tutto a monte. “Non decide, vuole che siano altri a farlo per lui” era la tesi di sindacalisti e opposizione. E’ stata scelta una soluzione realistica che sicuramente non piace a tutti.
Se governare è scegliere la migliore soluzione possibile per l’oggi e per il domani, rispettosa di tutte le parti, l’accordo sottoscritto dalle parti coinvolte chiude un capitolo e ne apre tanti altri non meno importanti. C’è uno schema che può funzionare: mantenimento dei posti di lavoro, un gruppo proprietario esperto e non finanziario, un Governo che non può essere disattento. C’è voglia di riprendere la produzione di un acciaio competitivo e la promessa di un rigoroso rispetto dell’ambiente. La salute di chi lavora e vive con la vista sugli altiforni non può tornare in secondo piano. ArcelorMittal ha un impegno di riconversione con la copertura più rapida dei parchi minerali (il maxistoccaggio di carbone e ferrosi). Il rispetto della tabella di marcia, con un monitoraggio pubblico delle emissioni, può ricucire lo strappo fra interessi diversi che a Taranto si è aggiunto al dolore diffuso.

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