Venezia75. Il punto sui film del decimo giorno. “Zan” di Tsukamoto è l’ultimo film in gara. Fuori concorso “Una storia senza nome” di Andò

“Zan” (“Killing”) del regista-attore giapponese Shinya Tsukamoto è stato presentato venerdì 7 settembre al Lido. La gara per il Leone d’oro entra dunque nella fase finale, in vista della consegna dei premi sabato 8 alle ore 19. Fuori concorso è stato invece proposto anche il film italiano “Una storia senza nome” del regista Roberto Andò

Il 21° film in concorso alla 75ª Mostra del Cinema di Venezia è “Zan” (“Killing”) del regista-attore giapponese Shinya Tsukamoto, presentato venerdì 7 settembre al Lido. La gara per il Leone d’oro entra dunque nella fase finale, in vista della consegna dei premi sabato 8 alle ore 19.00. Fuori concorso è stato invece proposto anche il film italiano “Una storia senza nome” del regista Roberto Andò. Il punto sui film del giorno con il Sir e la Commissione nazionale valutazione film (Cnvf) della Cei dal Lido di Venezia.

“Zan” (“Killing”)

Considerato da larga parte di pubblico e critica come un regista e interprete di culto – tra i suoi film si ricordano “Tokyo Fist” e “Kotoko” –, Shinya Tsukamoto (Tokyo 1960) torna a Venezia con un potente racconto sugli ultimi samurai in Giappone. La storia si svolge a metà dell’Ottocento, quando i guerrieri samurai perdono il loro status benestante, diventando “ronin”, dalla vita ordinaria ed errante. Protagonista della vicenda è Mokunoshin (Sosuke Ikematsu), giovane samurai ormai contadino che continua ad allenarsi nell’arte del combattimento; a seguito dell’incontro con Sawamura (lo stesso Tsukamoto), il giovane avrà la possibilità di rimettersi in gioco, ma la paura di uccidere “l’altro” lo paralizza.
“In linea con le sue precedenti opere Tsukamoto” – sottolinea Massimo Giraldi, presidente della Cnvf e giurato del premio Signis a Venezia 75 – “dirige la storia con incisività crescente, che nella prima parte produce qualche squilibrio narrativo, per arrivare nella seconda a comporre un quadro solido e poetico. La violenza qui è funzionale a disegnare una realtà storica cruda e spiazzante, che si concretizza in effetti visionari di grande fascino”.
“Quel che colpisce maggiormente del film di Tsukamoto” – afferma Sergio Perugini, segretario della Cnvf e membro della giuria Signis alla Mostra – “è la regia intensa e avvolgente, dove l’elemento umano è integrato nella dimensione naturale. Tsukamoto usa la macchina da presa con dinamismo e concitazione, regalando pennellate contemplative dalle sfumature romantiche. Se Jacques Audiard racconta in ‘The Sisters Brothers’ del pistolero riluttante, qui Tsukamoto propone il samurai-ronin che non riesce a uccidere. E questo apre un orizzonte di possibile cambiamento”.

Il film dal punto di vista pastorale è da valutare come complesso, problematico e segnato da alcuni passaggi violenti.

“Una storia senza nome”

Palermitano classe 1959, il regista e sceneggiatore Roberto Andò – “Il manoscritto del principe”, “Viva la libertà” e “Le confessioni” – presenta fuori concorso a Venezia 75 “Una storia senza nome”, noir disseminato da passaggi da commedia beffarda con protagonisti Micaela Ramazzotti, Renato Carpentieri, Laura Morante e Alessandro Gassmann. La storia si ispira a un fatto di cronaca realmente accaduto nella città di Palermo, il furto per mano mafiosa della Natività di Caravaggio in una chiesa nel 1969. Il dipinto sarebbe stato, secondo le ipotesi, anche oggetto di un possibile tentativo di accordo tra lo Stato e la mafia siciliana. Protagonista del film è Valeria (Ramazzotti), segretaria di un produttore cinematografico che in segreto scrive copioni al posto del famoso sceneggiatore Alessandro Pes (Gassmann). Imbattendosi nell’anziano Alberto, misterioso poliziotto in pensione, la donna viene a conoscenza di un delitto che rimanda proprio alla scomparsa del quadro di Caravaggio.
“Otre a essere un giallo di sicura tensione narrativa” – indica ancora Massimo Giraldi – “caratteristica del film di Andò è quella di giocare con intelligenza sul rapporto ‘cinema nel cinema’. Il regista racconta il dietro le quinte del cinema, passando dal sublime alla cialtroneria. Ci sono sì i cialtroni che millantano competenze, ma ci sono anche grandi professionisti (il cammeo nel film del regista polacco Jerzy Skolimowski) che rendono grande la settima arte. Pur contando su un cast di attori validi e in parte, il film stenta a trovare una solida identità”.
“Nel muoversi tra giallo e commedia brillante” – aggiunge Sergio Perugini – “Andò non rinuncia a un tema ricorrente nel suo cinema: il rischio di vedere politica e istituzioni che smarrirsi o lasciarsi contaminare dalla corruzione. Qui, attraverso il mistero del quadro di Caravaggio, viene messa in scena un presunto tentativo di accordo tra Stato e mafia. Un virus da debellare affinché lo Stato sia sempre garanzia di giustizia e tutela sociale. Un impegno civile, quello del regista, che trova leggerezza grazie ai toni umoristici ben calibrati dalla Ramazzotti a Gassmann. Ottimo come sempre Renato Carpentieri”.

Il film di Roberto Andò è da valutare sotto il profilo pastorale come complesso, problematico e adatto per dibattiti per una riflessione sul mondo del cinema.

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