Venezia75. Il punto sui film del sesto giorno. “Napszálita” e “At Eternity’s Gate”

L’opera seconda dell’ungherese László Nemes, “Napszálita” (“Tramonto”), e l’incursione nel mondo pittorico di Vincent van Gogh di Julian Schnabel con “At Eternity’s Gate”: la giornata di oggi ha visto in concorso due autori dallo stile visivo molto personale e marcato

75ª Mostra del Cinema di Venezia, sesto giorno di concorso. La giornata ha visto in gara due autori dallo stile visivo molto personale e marcato: l’opera seconda dell’ungherese László Nemes, “Napszálita” (“Tramonto”), e l’incursione nel mondo pittorico di Vincent van Gogh di Julian Schnabel con “At Eternity’s Gate”. Ecco il punto sui due film con il Sir e la Commissione nazionale valutazione film (Cnvf) della Cei dal Lido di Venezia.

“Napszálita” (“Tramonto”)

Nato in Ungheria nel 1977, László Nemes si è formato prima nella scuola cinematografica europea, con Béla Tarr, e poi negli Stati Uniti. Nel 2015 ha portato al Festival di Cannes il suo primo film, “Il figlio di Saul”, dove è stato accolto subito come promettente autore, vincendo poi l’Oscar nel 2016 nella categoria miglior film straniero. A Venezia75 Nemes ora è in concorso con “Napszálita” (“Tramonto”), quadro storico della Budapest d’inizio secolo, 1913, un’epoca di grandi fasti, ma pronta a scivolare in poco tempo nel baratro della Prima guerra mondiale. Protagonista è la giovane modista Irisz Leiter (Juli Jakab), venuta in città per rintracciare le sue origini, dopo la misteriosa morte dei genitori. Una ricerca che si fa subito ansiosa e serrata, tanto da condurla a scoprire le crepe di un tessuto politico-sociale sull’orlo della sommossa.

“Con una regia tutta fatta di primi piani e pedinamenti – commenta Massimo Giraldi, presidente della Cnvf e giurato cattolico Signis al Festival –, Nemes conferma di possedere grandi doti di scrittura e racconto, che gli permettono di raggiungere una forte carica visionaria. L’opera tuttavia resta confusa e un po’ disordinata, impiegando oltre due ore per raccontare ciò che il titolo, appunto ‘Tramonto’, aveva già anticipato: il crollo dell’Impero austro-ungarico”.

“Dopo un esordio folgorante, addirittura da Oscar, l’opera seconda di un regista è una sfida ardua e a tratti angosciante”, sottolinea Sergio Perugini, segretario della Cnvf e giurato Signis: “Nemes invece mostra di essere un autore con idee chiare e uno stile narrativo riconoscibile. Suggestive e ipnotiche sono alcune sue inquadrature (il poetico inizio), richiamando persino in alcuni passaggi lo sguardo di Bergman. Nemes rischia di comporre un quadro elegante ma complicato. Quando lo stile si mangia il racconto”.

“Tramonto” dal punto di vista pastorale può essere considerato complesso, problematico, adatto per dibattiti soprattutto sulla condizione dell’Europa sul crinale della guerra.

“At Eternity’s Gate”

Newyorkese classe 1951, Julian Schnabel è anzitutto un pittore, approdato poi con successo al cinema mantenendo sempre un approccio stilistico fortemente influenzato dal mondo della pittura. Dei suoi film si ricordano “Basquiat” (1996) e l’acclamato “Lo scafandro e la farfalla” (2007). A Venezia75 porta un omaggio al pittore olandese Vincent van Gogh con “At Eternity’s Gate”, affidando il ruolo del protagonista al poliedrico Willem Dafoe: è il racconto degli ultimi anni di vita di van Gogh, tra momenti creativi, riflessioni sul senso dell’arte, della vita, nonché profonde crisi esistenziali. Una fusione tra pagine storiche, ipotetiche e di finzione, dove trova posto anche un parallelismo – in un dialogo tra van Gogh e un sacerdote – tra la figura di Gesù e quella dell’artista.

“Affrontando un personaggio certo non inedito al cinema come van Gogh, uomo e artista, Schnabel – osserva Giraldi – non può far finta di dimenticarsi di essere lui stesso pittore e regista. Prova a tenere sotto controllo i due versanti, ma non sempre ci riesce; e dopo molte incertezze, indovina senza dubbio il ritratto del pittore olandese ma perde di vista il contatto con il film, che risulta fin troppo lineare, didascalico e, persino, sentenzioso”.

“Al di là del racconto non troppo amalgamato – aggiunge Perugini -, Schnabel riesce a conquistare per il modo in cui costruisce le inquadrature, pensate appunto come dipinti, che si caricano progressivamente delle tonalità cromatiche di van Gogh, in primis il giallo. Una regia spesso giocata in soggettiva, quasi a spingere lo spettatore a comprendere fino in fondo tormenti e slanci autentici di un artista. Bellissima e poetica l’inquadratura finale, di congedo, dove van Gogh è avvolto dalle sue creazioni”.

Dal punto di vista pastorale, l’opera di Schnabel è da considerare complessa, problematica e utile per approfondimenti sul rapporto cinema-pittura.

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