In “Resta con me”, nuovo confronto uomo-Natura. Tratto da una storia vera

Il film è diretto dal regista islandese Baltasar Kormákur, che al Festival di Venezia ha inaugurato il Concorso con “Everest” nel 2015, e vede come protagonisti di questo viaggio in solitario nel Pacifico due attori in forte ascesa a Hollywood e molto amati dal pubblico dei millennials

Esce nelle sale italiane, dal 29 agosto, in concomitanza con l’inizio della 75a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia, “Resta con me” (“Adrift”) film avventuroso-sentimentale tratto da una storia vera che si concentra sulla sfida alla Natura, per rimanere vivi e imparare a conoscere se stessi. Il film è diretto dal regista islandese Baltasar Kormákur, che proprio al Festival di Venezia ha inaugurato il Concorso con “Everest” nel 2015, e vede come protagonisti di questo viaggio in solitario nel Pacifico due attori in forte ascesa a Hollywood e molto amati dal pubblico dei millennials: lei è Shailene Woodley, conosciuta in “Paradiso amaro” (2011) ma nota soprattutto per il dramedy “Colpa delle stelle” (2014) e la saga “Divergent” (2014-2016) ispirata ai libri di Veronica Roth; lui è Sam Claflin, popolare interprete britannico per “Biancaneve e il cacciatore” (2012) e “Hunger Games” (2013-2015), dai romanzi fantasy di Suzanne Collins. Il Sir ha visto il film in anteprima con la Commissione nazionale valutazione film della Cei.

Due ragazzi alla deriva nell’oceano. Il film di Baltasar Kormákur prende le mosse da una storia vera, quella di Tami Oldham Ashcraft accaduta all’inizio degli anni Ottanta e riportata nella biografia “Resta con me”, firmata a quattro mani insieme a Susea McGearhart (HarperCollins, 2018). La storia in breve: siamo nel 1983 e Richard Sharp (Claflin) è uno skipper professionista che ha appena conosciuto la giovane Tami; insieme accettano di fare una traversata in mare in barca a vela, da Tahiti a San Diego. Un viaggio avventuroso, apparentemente nelle corde del giovane ed esperto skipper. Ben presto qualcosa non va, una tempesta si abbatte con violenza sull’imbarcazione in piena traversata del Pacifico. Richard è ferito, incapace di governare la barca e spetta a Tami il compito di mantenere la rotta, di uscire dal cuore della tempesta: ben 41 giorni, attraversando momenti difficili e drammatici. Un viaggio che cambierà per sempre la sua esistenza e il suo modo di rapportarsi alla vita.

Incontro-scontro con la Natura. Sulla scia di un’avvincente storia vera, Kormákur per raccontare il rapporto uomo-Natura coinvolge nel progetto cinematografico due interpreti molto noti. Un rapporto che ha la bellezza del sublime, ma presenta anche il suo lato feroce. È in particolare Tami a ricoprire un ruolo di primo piano, a giocarsi in una danza con la Natura che finisce per assumere i contorni di una sfida muscolare. Tami, all’inizio del film, è incerta e quasi intimorita dall’avventura, dal mettere piede in barca; poi subentra la fase dell’incanto, del rapimento per la bellezza di spazi sconfinati, dal mare a perdita d’occhio e da un cielo stellato avvolgente. Un orizzonte a tratti paradisiaco, che si infrange nella realtà, con l’arrivo di una tempesta che rade al suolo ogni speranza e fantasia. Quello che conta è riuscire a mettersi in salvo.
Questo viaggio concitato e vertiginoso, fatto di sudore e sangue, in verità diventa anche un percorso interiore dove finisce la giovinezza a e comincia l’età adulta, fatta di luci e ombre. Tami inciampa nelle sue fragilità, ma trova anche la forza di rialzarsi per cercare un riscatto. Rappresenta l’immagine di un’eroina contemporanea, chiamata a fronteggiare le insidie della vita imparando a non cedere o demordere.
Un film, certamente indirizzato a un pubblico giovanile ma non solo, in grado di toccare molti temi, dall’amore alla solidarietà, dall’avventura alla solitudine, dai facili entusiasmi alla complessa gestione dei momenti della vita. Un film, che dal punto di vista pastorale, è consigliabile e problematico, senza dubbio adatto per occasioni educational.

Sulla stessa linea, “All is Lost” e “Tracks”. Kormákur non è il solo regista a essersi confrontato con il tema del viaggio e dell’incontro con la Natura (nella sua filmografia è tener presente il citato “Everest”, l’audace conquista delle vetta più alta del mondo); sono infatti da ricordare “All is lost” (2013) di J.C. Chandor, con uno straordinario Robert Redford alla deriva da solo nell’oceano Indiano in cerca di salvezza, oppure l’analoga avventura “In solitario” (2013) del francese Christophe Offenstein con il bravo François Cluzet. Ma è da richiamare soprattutto il bellissimo “Tracks. Attraverso il deserto” (2013) di John Curran con l’intensa Mia Wasikowska, che ripercorre la storia vera di Robyn Davidson che nel 1977 sfidò non il mare aperto bensì il deserto dell’Australia, percorrendo 2.700 km con solo quattro cammelli e un cane. Un viaggio fisico e interiore dalle pennellate spirituali e poetiche.

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