Rapporto Svimez 2018. Crescita troppo lenta, in 16 anni via quasi due milioni di residenti

Il Sud continua a crescere, nel 2017 è cresciuto soltanto un decimale in meno del Centro-Nord (1,4% contro 1,5%), ma la crescita perde colpi e comunque è troppo lenta per poter recuperare le conseguenze devastanti della crisi, tanto più che in prospettiva, se non interverranno misure importanti, si intravede per il 2019 una “grande frenata”

Le anticipazioni del Rapporto Svimez sul Mezzogiorno, che sono state presentate oggi, indicano due temi-chiave. Primo. Il Sud continua a crescere, nel 2017 è cresciuto soltanto un decimale in meno del Centro-Nord (1,4% contro 1,5%), ma la crescita perde colpi e comunque è troppo lenta per poter recuperare le conseguenze devastanti della crisi, tanto più che in prospettiva, se non interverranno misure importanti, si intravede per il 2019 una “grande frenata”. Secondo. “Nel Mezzogiorno – sono proprio le parole usate dallo Svimez – si delinea una netta cesura tra dinamica economica che, seppur in rallentamento, ha ripreso a muoversi dopo la crisi, e una dinamica sociale che tende a escludere una quota crescente di cittadini dal mercato del lavoro, ampliando le sacche di povertà e di disagio a nuove fasce della popolazione”, soprattutto nelle periferie delle grandi aree metropolitane.

Il numero di famiglie meridionali senza alcun occupato è cresciuto anche nel 2016 e nel 2017, in media del 2% all’anno. Dal 2010 a oggi sono quasi raddoppiate, al Sud, le famiglie con tutti i componenti in cerca di occupazione (da 362 mila a 600mila). Forte è l’incidenza dell’andamento demografico, che vede il peso del Meridione scendere al 34,2%, anche per il minor numero di stranieri (nel 2017 erano 872 mila contro i 4 milioni 272mila del Centro-Nord).

Negli ultimi sedici anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883mila residenti, per la metà giovani tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati.

La forza lavoro è decisamente invecchiata, con un “dualismo generazionale” eclatante: nel Sud il saldo negativo di 310 mila occupati, tra il 2008 e il 2017, è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità). Ma il lavoro non è più in assoluto una garanzia contro la povertà. Lo Svimez segnala con preoccupazione la crescita del fenomeno dei working poors, i lavoratori poveri: “La crescita del lavoro a bassa retribuzione, dovuto alla complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario, è una delle cause, in particolare nel Mezzogiorno, per cui la crescita occupazionale nella ripresa non è stata in grado di incidere su un quadro di emergenza sociale sempre più allarmante”. A tutto ciò vanno aggiunti “il divario nei servizi pubblici”, “la cittadinanza ‘limitata’ connessa alla mancata garanzia di livelli essenziali di prestazioni”, che incidono sulla “tenuta sociale dell’area” e rappresentano “il primo vincolo all’espansione del tessuto produttivo”.

Certo, se queste sono le tendenze generali, il Sud non è una realtà uniforme e presenta un “grado di disomogeneità” estremamente elevato per settori e regioni. Calabria, Sardegna e Campania nel 2017 sono cresciute, rispettivamente, del 2%, dell’1,9% e dell’1,8%. Appena sotto la Puglia (+1,6%) e un po’ più indietro l’Abruzzo (+1,2%). La Basilicata ha registrato un +0,4%, ma dopo alcuni anni di crescita intensa. Stesso incremento del Pil per la Sicilia, mentre il Molise è l’unica regione con un andamento negativo (-0,1%). L’analisi dei settori produttivi rivela che

nella maggior parte dei casi la crescita è stata trainata dalle costruzioni, in particolare opere pubbliche finanziate con i fondi europei, e dall’industria.

Una ragione in più per battere sul tasto sulla necessità degli investimenti pubblici, un cavallo di battaglia dello Svimez e non da oggi. La pur lenta e insufficiente ripresa del Mezzogiorno deve molto agli investimenti privati, che nel 2017 sono cresciuti del 3,9%, consolidando il dato dell’anno precedente e superando, sia pure di poco, quello del Centro-Nord (+3,7%). Gli investimenti pubblici sono lontanissimi dai livelli pre-crisi e la stessa spesa pubblica corrente si è ridotta del 7,1% al Sud, mentre nel resto del Paese è aumentata dello 0,5%. In assenza di interventi di politica economica rilevanti, quindi a legislazione invariata, lo Svimez stima per il prossimo anno circa 4,5 miliardi di investimenti in meno rispetto al picco più recente, quello del 2010. Recuperando questa somma e “favorendo in misura maggiore gli investimenti infrastrutturali di cui il Sud ha grande bisogno” – annota lo Svimez – si determinerebbe una crescita aggiuntiva di quasi un punto percentuale, con l’effetto di annullare completamente il differenziale di crescita tra le regioni centro-settentrionali e quelle meridionali. Sarebbero queste ultime, anzi, a crescere di più, “con beneficio per l’intero Paese”. Perché allo Svimez sono convinti: “Centro-Nord e Mezzogiorno crescono o arretrano insieme”. Non è una pur totalmente condivisibile enunciazione di principio, ma una conclusione basata su analisi e numeri. Un dato fra tutti: dei circa 50 miliardi di residuo fiscale che il bilancio pubblico trasferisce alle regioni meridionali, 20 ritornano al Centro-Nord sotto forma di domanda di beni e servizi.

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