Buone macchine dietro la buona agricoltura: il made in Italy va forte all’estero e arranca in patria

L’industria delle macchine agricole italiane è conosciuta in tutto il mondo, ma nel nostro Paese il mercato è fermo da dieci anni. Le fabbriche di trattrici, aratri, erpici, scavatori e tanto altro ancora, danno lavoro a decine di migliaia di persone e sostengono la concorrenza di grandi nomi della meccanizzazione agricola d’oltreoceano così come europea

Dietro il nostro buon agroalimentare c’è anche un’industria della meccanizzazione agricola d’eccellenza, che fa scuola nel mondo e invidia a molti. Primato italiano anche in questo caso. Poco conosciuta dai più, eppure fondamentale per l’economia, l’industria nostrana delle macchine agricole vive però un periodo di grandi ambasce: spopola nei mercati mondiali che contano e stenta a crescere in Italia. Ma è comunque l’esempio di quanto siamo bravi a produrre.

I conti delle macchine agricole italiane sono presto fatti. Oggi l’industria italiana delle macchine agricole vale ormai oltre 10 miliardi di euro, il 70% di questo giro d’affari arriva dalle esportazioni. Le fabbriche di trattrici, aratri, erpici, scavatori e tanto altro ancora, danno lavoro a decine di migliaia di persone e sostengono la concorrenza di grandi nomi della meccanizzazione agricola d’oltreoceano così come europea. Alla base di tutto, non solo una grande sapienza tecnologica e produttiva, ma anche la grande flessibilità ed ampiezza di gamma che consente alle nostre imprese di offrire tecnologie adatte a qualsiasi tipo di agricoltura. Per questo

i mercati mondiali chiedono le nostre macchine agricole.

Il made in Italy della meccanica agricola è particolarmente apprezzato in Europa, dove le industrie italiane esportano il quasi il 70% in valore della propria produzione (soprattutto Germania e Francia), e in America (soprattutto Stati Uniti), dove viene collocato oltre il 15% dell’export italiano. Altra cosa, invece, è la situazione nazionale. Certo, il cambio di regole (quella che gli addetti ai lavori chiamano Mother Regulation), avvenuto fra il 2017 e il 2018, ha provocato una corsa alle immatricolazioni di mezzi entro la fine dello scorso anno. Ma gli analisti attenti non si sono fatti ingannare: il mercato nazionale stenta a decollare e di fatto viene giudicato “in fase negativa da oltre dieci anni”. Non per colpa di chi produce macchine, ma per un complesso insieme di elementi.

In Italia ci sono sempre meno aziende agricole e quelle che ci sono conseguono redditi più bassi di prima, con un risultato semplice: la diminuzione della propensione agli investimenti e al rinnovo del cosiddetto parco macchine.

Si corre nel mondo ma si segna il passo in Italia. Una condizione che gli imprenditori del settore hanno ben chiara. Tanto da ragionare – nell’ambito dell’Assemblea annuale di FederUnacoma, che riunisce oltre il 90% delle imprese del settore -, più dell’estero che del nostro Paese. L’attenzione è su mercati dell’Indonesia, della Thailandia, del Vietnam, delle Filippine e dell’Australia. Senza trascurare l’India e la Cina, che negli ultimi mesi hanno fatto registrare tassi di crescita a due cifre circa gli acquisti di trattrici agricole. Altre prospettive, intanto, si aspettano dalle compravendite nostrane. “Il mercato nazionale si andrà assestando nella seconda parte dell’anno”, dicono gli esperti che tuttavia spiegano la situazione nazionale con l’esempio dei mezzi di seconda mano.

Il mercato dell’usato in Italia vive una stagione di prosperità. Nel 2016, a fronte di 18.300 trattrici nuove, ne sono state vendute 30mila usate (con età media di 19 anni), e si stima che nel 2017 le trattrici usate siano state prossime alle 35mila. Tutto questo indica le scarse potenzialità d’acquisto (anche tenendo conto dei progetti pubblici rivolti all’incremento della sicurezza nei campi), e quindi quanto sia lento il rinnovo del parco machine nel nostro Paese e quindi la competitività del nostro sistema agricolo. Già, perché parlando di meccanizzazione agricola e di bontà del nostro agroalimentare, vale davvero quanto si diceva all’inizio: qualità produce qualità. Dietro il buon nome dei prodotti agricoli nazionali, c’è anche una meccanizzazione di alto livello.

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