Vestiti usati: una risorsa per il sociale e per l’ambiente. Ma attenzione alle truffe

Sono 120mila le tonnellate di magliette, pantaloni, giacconi e ogni altra forma di indumenti raccolti in vent’anni dalla rete R.I.U.S.E. (Raccolta Indumenti Usati Solidale ed Etica) che raggruppa sei cooperative sociali della Caritas Ambrosiana e una della Caritas della Diocesi di Brescia

Una vera e propria montagna di vestiti usati svetterebbe nel cielo di Milano se solo ammassassimo l’una sull’alta le 120mila tonnellate di magliette, pantaloni, giacconi e ogni altra forma di indumenti raccolti in vent’anni dalla rete R.I.U.S.E. (Raccolta Indumenti Usati Solidale ed Etica) che raggruppa sei cooperative sociali della Caritas Ambrosiana e una della Caritas della Diocesi di Brescia. “Potremmo arrivare a realizzare una piramide che ha il campo di San Siro come base e un’altezza di 375 metri”, ha raccontato con un po’ di stupore, ma senza pretese di scientificità, il direttore di R.I.U.S.E., Carmine Guanci, durante il convegno internazionale organizzato il 30 maggio scorso a Milano per festeggiare il ventennale di attività. Una massa enorme di vestiti raccolti grazie ai quasi duemila cassonetti presenti nella provincie di Milano, Lecco, Brescia e Varese: scarti trasformati in valore. Ed è questa la filosofia alla base del progetto che oltre a proteggere l’ambiente (salvando dal macero migliaia di capi in buono stato) e a dare lavoro a persone vulnerabili, ha reinvestito, dal 1998, 3,1 milioni di euro di utili a favore di iniziative locali promosse proprio dalla rete Caritas.

Un progetto virtuoso che rappresenta tuttavia un goccia nel mare se guardiamo alle 4 milioni di tonnellate di indumenti usati che vengono recuperati e commercializzati ogni anno nel mondo. Un business impressionante e in crescita che presenta però dei contorni opachi.

“Purtroppo stimiamo che tra il 20 e il 25 per cento dei cassonetti – prosegue Guanci – siano abusivi e riconducibili a realtà che, nascondendosi dietro a intenzioni pseudo-umanitarie, cercano solo di arricchirsi. Purtroppo non basta il logo di una onlus per definirsi etici e questo ha ricadute negative su tutto il comparto”.

Ma non è solo la raccolta a presentare dei problemi perché è spesso nella filiera e, soprattutto, nell’esportazione dei vestiti raccolti – per l’80 per cento destinati ai Paesi del sud del mondo – che questo mercato mostra il suo lato più oscuro con Europa e nord America a fare la parte del leone. Nel 2017, nella sola Africa, sono arrivati 1,2 milioni di tonnellate di prodotti tessili di seconda mano; un flusso vissuto non senza insofferenza dai governi africani che vedono una minaccia alla già fragile industria locale.

“Oggi i vestiti usati sono diventati una risorsa da accaparrare a tutti gli effetti e i grandi gruppi internazionali si stanno iniziando a muovere. Per questo è necessario che le piccole realtà come le nostre facciano rete per promuovere un approccio solidale ed etico”, racconta William Wauters di Terre, impresa sociale nata 40 anni fa in Belgio e arrivata a lavorare 22 mila tonnellate di indumenti all’anno. Wauters è un vero esperto del settore e, proprio per questo, è stato chiamato a presiedere TESS (Textile with Ethical Sustainability and Solidarity) il primo Gruppo Europeo di Interesse Economico costituito nel 2016 dai principali operatori no-profit impegnati nel mercato dei vestiti usati. Ad oggi ne fanno parte cinque realtà per un totale di oltre cinquantamila tonnellate di rifiuti tessili trattati ogni anno: tra questi anche il Consorzio Farsi Prossimo legato alla Caritas ambrosiana (Italia) insieme a Terre ASBL (Belgio), Oxfam Solidarite (Belgio), Ebs Le Relais-est (Francia), emanazione della rete Emmaus, e Formacio I Treball promosso dalla Caritas di Barcellona (Spagna).

L’obiettivo del gruppo è quello di sviluppare la filiera etica e solidale non solo nella raccolta, ma anche nella successiva commercializzazione, promuovendo al tempo stesso campagne di sensibilizzazione e di advocacy.

Per farlo, da circa un anno, si sta lavorando alla creazione del primo marchio di garanzia europeo che possa certificare l’eticità dei soggetti che operano nel settore. A chi rispetterà i criteri contenuti nella carte dei valori – tra cui la trasparenza dei conti, la destinazione sociale degli utili, l’eticità della filiera -, sottoponendosi al giudizio di una società di valutazione esterna, verrà assegnato il marchio “SOLID’R” che riprende un logo già diffuso in Belgio dalla cooperativa RESSOURCE.

Fondamentale in questo percorso sarà il controllo a valle della propria filiera perché troppo spesso chi effettua la raccolta rivende i prodotti a società terze perdendo di vista la destinazione finale degli indumenti. Per questo Tess sta sperimentando iniziative pilota in Senegal, Uruguay e Burkina Faso. “Lavoriamo in accordo con imprese locali e con i centri di smistamento – conclude Daniel Grancho, direttore operativo di Tess – cercando di promuovere lì dove finiscono i vestiti gli stessi valori che sono alla base del nostro operato in Europa a cominciare dalle ricadute sociali e occupazionali delle imprese”. “Il nostro obiettivo è trasformare scarti in valore e questo non riguarda solo i vestiti, ma anche le persone”, conclude Guanci: “Persone che spesso vivono ai margini a cui viene restituita la dignità attraverso il lavoro”.

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