Risparmio e debito pubblico: cosa è e perché è importante evitare una crisi di fiducia

Come funziona l'ingranaggio? Gli italiani (banche, privati, investitori, imprese) prestano soldi al loro Stato in una percentuale variabile negli anni, stimata attualmente nel 67,7% circa del totale (2.256 miliardi di euro a dicembre), di cui il 4,3% circa è il prestito diretto dalle famiglie. Oltre il 32% arriva da soggetti non residenti in Italia

La tutela del risparmio è un bene comune e la gestione del debito pubblico è un ingranaggio delicato. Non solo, e già basterebbe, perché l’articolo 47 della Costituzione impone alla Repubblica di incoraggiare e tutelare il risparmio in tutte le sue forme. Evitare una crisi di fiducia – reale o anche solo percepita – sulla capacità dello Stato di restituire i prestiti dovrebbe essere un dovere di tutti. E’ un bene comune, non solo del presidente della Repubblica.

Perché il solo dubbio – come avviene in queste ore – si scarica ovunque in forme diverse: le imprese bloccano i nuovi investimenti e le nuove assunzioni, così come le famiglie preferiscono rinviare ogni decisione (mutui, ristrutturazioni, rinnovo dell’auto o elettrodomestici). Chi ha risparmi teme che possano perdere parte del loro valore per restituzioni parziali o allontanate nel tempo. Anche le banche faticano a raccogliere denaro che poi costerà di più a chi dovrà chiederlo in prestito per pagare gli impegni presi. Gli stranieri che credono all’Italia aspettano una situazione più chiara.

L’economia rallenta e può anche fermarsi.

Non deve stupire che la formazione di un nuovo Governo possa arenarsi soprattutto sui temi economici e i relativi impegni europei, pur in presenza di altre priorità. La gestione del grande debito pubblico è un ingranaggio delicatissimo che ha bisogno di meccanismi perfetti e anche la polvere può peggiorarne l’efficienza. Figuriamoci se l’incertezza sul costo del superamento della Legge Fornero o di un’accelerata detassazione finisce per diventare un sasso che rovina tutto. Era il dubbio della campagna elettorale: tante promesse da mantenere, tanti aumenti di spesa pubblica certi a fronte di più incerte nuove entrate.

Con la vittoria elettorale – e la successiva l’alleanza – delle due posizioni più ostili ai vincoli europei il dubbio sulla capacità italiana di far fronte agli impegni si è ingrandito.

Come funziona l’ingranaggio? Gli italiani (banche, privati, investitori, imprese) prestano soldi al loro Stato in una percentuale variabile negli anni, stimata attualmente nel 67,7% circa del totale (2.256 miliardi di euro a dicembre), di cui il 4,3% circa è il prestito diretto dalle famiglie. Oltre il 32% arriva da soggetti non residenti in Italia. Come avviene il prestito? Generalmente sottoscrivendo obbligazioni di durate diverse (sempre meno i BoT e sempre più i Btp che hanno durate più lunghe e rendimenti più corposi). Tutti coloro che sottoscrivono quei titoli di Stato (dalle famiglie ai grandi investitori) hanno fiducia che il capitale verrà restituito alla scadenza e verranno pagati gli interessi secondo le scadenze prefissate. Confidano che il miglioramento dell’economia e i risparmi nella spesa pubblica permetteranno di ripagare quel debito. I titoli di Stato italiani come tanti esteri, o titoli emessi da gruppi industriali, sono quotati: si possono comprare o vendere sulla base di pezzi che si formano pubblicamente, quindi sono visibili sui siti delle Borse, sulla base della domanda e dell’offerta. Quindi in ogni istante di contrattazione il valore di quelle obbligazioni cambia.

Il famoso spread (che significa differenza/divario) si forma così: confrontando titoli pubblici omogenei di durata decennale (sono quelli più diffusi e più scambiati, quindi il prezzo è il più realistico) di più Paesi.

In Europa, in euro, ci si confronta con il solido Bund tedesco, ma ci si può parametrare con i titoli di Stato francesi o spagnoli. In questa crisi istituzionale fra il presidente Sergio Mattarella e i partiti più votati lo spread è arrivato sopra 300 (era andato oltre i 500 prima della caduta del Governo Berlusconi) quando non c’era però l’effetto materasso della Banca centrale europea (Bce) che ancora per pochi mesi potrà comprare in buona quantità titoli pubblici riducendo l’impatto degli scossoni di prezzo. Quindi un livello di 300 punti è preoccupante. Significa che soggetti vari, a torto o a ragione, preferiscono vendere parte dei loro titoli di Stato italiani.

I gestori dei fondi pensione hanno la responsabilità della tenuta dei soldi affidati loro dai lavoratori e dalle famiglie. Hanno il compito di non subire perdite.

Con la nebbia politica, nel dubbio, vendono gli stranieri quanto gli italiani, non c’è una sola mente strategica. Le agenzie di rating (quelle che emettono voti/giudizio) analizzano la solvibilità attuale e futura di un Paese, possono indirizzare alcune scelte ma non tutte. In mezzo c’è anche la grande speculazione di chi scommette pro o contro un Paese. Indifferenti alle ricadute sulle collettività, vogliono solo guadagnare. C’è il rischio che chi ci presta denaro dall’estero possa condizionare le scelte autonome di un Paese? Sì, soprattutto se il prestito diventa consistente. L’autonomia dagli altri è totale quando i conti sono in ordine, la casa è pulita, le uscite sono realistiche rispetto alle entrate. Vale per le famiglie e le imprese, deve valere anche per lo Stato.

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