Quirinale sotto attacco. Mirabelli: “Il Presidente della Repubblica non opera sotto dettatura”

Il presidente emerito della Corte costituzionale analizza il momento presente e ricorda che "c'è un bilanciamento tra i poteri degli organi dello Stato che assicura il funzionamento delle istituzioni e in ultima analisi garantisce la libertà dei cittadini. Non è che chi vince comanda come vuole". Ed aggiunge: "Mattarella ha assecondato lungamente il cammino di formazione di un governo parlamentare e alla fine ha eccepito soltanto su un nome della lista dei ministri, per le motivazioni che con grande trasparenza ha voluto anche spiegare all'opinione pubblica. Per un Paese che deve rifinanziare 400 miliardi di debito pubblico si tratta di argomenti su cui non si possono correre rischi. Anche il risparmio degli italiani, non dimentichiamolo, è un bene costituzionalmente protetto". E sull'ipotesi impeachment: "Il Presidente della Repubblica ha esercitato le sue funzioni nell'ambito dei poteri che la Costituzione gli assegna"

Cesare Mirabelli

“Il Presidente della Repubblica non opera sotto dettatura”. Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale, è netto sulla questione della mancata nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia. Anche se l’irrigidimento di Lega e M5S sul nome del professore anti-Euro appare sempre più come un pretesto per altri obiettivi politici, la questione tiene banco ed è utilizzata per un attacco diretto al Capo dello Stato. Compiuto addirittura in nome della sovranità popolare, che viene spregiudicatamente e strumentalmente contrapposta alle istituzioni. Anche su questo punto, Mirabelli è molto chiaro e invita a tornare ai fondamentali.

“Bisogna ripartire dall’articolo 1 della Costituzione, laddove si afferma che la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione stessa”. Dunque anche il “popolo”, che pure è titolare della sovranità, viene ricondotto alle regole che si è dato e che sono fissate nella Carta. Chi ha la maggioranza in Parlamento non ha un potere assoluto.

“C’è un bilanciamento tra i poteri degli organi dello Stato – osserva Mirabelli – che assicura il funzionamento delle istituzioni e in ultima analisi garantisce la libertà dei cittadini. Non è che chi vince comanda come vuole”.

Professore, quali sono i poteri del Presidente della Repubblica rispetto alla formazione del governo e, in particolare, alla nomina dei ministri?

All’articolo 92 la Costituzione afferma chiaramente che il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri. Dunque la loro nomina è del Presidente della Repubblica, non del Presidente del Consiglio dei ministri. Si apre quindi uno spazio di dialogo e di verifica rispetto alle proposte di quest’ultimo che si è sempre avuto anche nella prassi costituzionale.

Tanto per ricordare due casi recenti, l’allora presidente Napolitano non nominò ministro della Giustizia un pm che gli era stato proposto e sostituì proprio il ministro dell’Economia che gli era stato indicato da Renzi. Questa verifica è particolarmente rilevante per alcuni ministeri, per esempio gli Esteri e la Difesa, oltre che l’Economia, perché le loro competenze toccano gli obblighi costituzionali relativi al bilancio e agli impegni internazionali dello Stato. Il Presidente della Repubblica deve valutare diversi aspetti, compresa l’immagine che un certo ministro incarna, perché essa non è priva di effetti. Nel caso di cui si parla, Mattarella ha assecondato lungamente il cammino di formazione di un governo parlamentare e alla fine ha eccepito soltanto su un nome della lista dei ministri, per le motivazioni che con grande trasparenza ha voluto anche spiegare all’opinione pubblica.

Per un Paese che deve rifinanziare 400 miliardi di debito pubblico si tratta di argomenti su cui non si possono correre rischi. Anche il risparmio degli italiani, non dimentichiamolo, è un bene costituzionalmente protetto.

E poi mi lasci aggiungere un’osservazione…

Dica pure.
Possibile che il Presidente del Consiglio incaricato (Giuseppe Conte, ndr), che secondo l’articolo 95 della Costituzione avrebbe dovuto dirigere la politica generale del governo, fosse così ingessato da non poter proporre o condividere un nome diverso per quel ministero, tanto più che l’alternativa sarebbe stata quella di un esponente politico espressione delle forze che avrebbero sostenuto il governo?

Da quanto ha affermato finora, comunque, si deduce che l’ipotesi di impeachment del Capo dello Stato a suo avviso è priva di fondamento.
Innanzitutto parliamo di messa in stato di accusa, che è quanto previsto nel nostro ordinamento. La Costituzione, all’articolo 90, stabilisce che il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni se non per alto tradimento o attentato alla Costituzione. In tali casi può essere messo in stato d’accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri. Al termine di una complessa procedura, a giudicare il Presidente della Repubblica è la Corte costituzionale, integrata da sedici membri eletti a sorte in un elenco di cittadini aventi i requisiti per essere eletti senatori, compilato ogni nove anni dal Parlamento. Ma stiamo parlando di alto tradimento e attentato alla Costituzione e in questo caso, invece, il Presidente della Repubblica ha esercitato le sue funzioni nell’ambito dei poteri che la Costituzione gli assegna.

Credo che ci sia assoluto bisogno di recuperare calma e senso di responsabilità. Vedo il grave rischio, infatti, che si trasformi una crisi politica in una crisi istituzionale, con ripercussioni pesanti per il Paese, anche sul piano dell’economia.

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