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Gli attentati visti con gli occhi di una madre. Valeria Collina: “Abbiamo a che fare con qualcosa di potente”

“Ho cercato di comprenderlo e capire il suo percorso”. Ma “passare alla violenza…non c’è nessun tratto della sua vita, del suo carattere che mi possa aiutare a immaginare questo salto. È questo quello che mi spaventa, in assoluto”. Si racconta al Sir Valeria Collina, la mamma di Youssef Zaghba, il ragazzo morto sul London Bridge il 3 giugno 2017 dopo aver ucciso, insieme ad altri due attentatori, otto persone. “Cos’è questa forza? Chi sono queste persone? Cos’è questa ideologia che può trasformare così una persona? Queste sono le domande che mi turbano. Non solo rispetto a mio figlio ma in generale. Con cosa abbiamo a che fare? Sembra qualcosa di molto potente”  

Il corpo dell’attentatore adagiato sull’asfalto con attorno ancora le teste di cuoio armate, le sirene delle ambulanze, le auto delle forze dell’ordine. Scene purtroppo a cui l’Europa si sta abituando. Ma per una madre dietro a quelle immagini riprese alla tv, c’è un figlio. Perso due volte: prima con la radicalizzazione che gli ha tolto l’anima e la mente, poi con la morte. Abbiamo chiesto a Valeria Collina di raccontarci questa storia. È la madre di Youssef Zaghba, il ragazzo morto sul London Bridge il 3 giugno 2017 dopo aver ucciso, insieme ad altri due attentatori, otto persone. Italiana convertita all’islam, Valeria ha scritto un libro “Nel nome di chi”. È passato un anno, ma il ricordo di quel giorno è limpido. “Erano giorni di digiuno e Ramadan”, racconta. “Avrei dovuto raggiungere mio figlio a Londra. Ci si sentiva sempre su WhatsApp. Spesso anche al telefono. E il giovedì prima dell’attentato, mi aveva chiamato, abbiamo fatto i soliti discorsi che si fanno tra una mamma e un figlio che vive lontano”. Ma era una telefonata di addio perché da quel momento, sia lei sia il padre che vive in Marocco, perdono completamente i contatti con Youssef. È a questo punto che irrompe la notizia dell’attentato al London Bridge. E comincia a crearsi un collegamento tra Youssef e le due persone che erano state fino a quel momento riconosciute. “Un amico ci dice che Youssef conosceva uno dei due attentatori. Proviamo a contattarlo ma non ci riusciamo e comincia a farsi strada l’idea che si era messo in fuga, sentendosi associato a questo atto, lui che aveva già tentato di partire per la Siria dall’Italia ed era per questo seguito dalla Digos. Lo pensavo allora in giro per l’Europa, mi chiedevo dove stesse andando, cosa mangiava, se aveva freddo, se era con qualcuno, se aveva paura… Due giorni di angoscia totale. Poi, mi telefona mia figlia e mi dice che stava arrivando con gli agenti della Digos. Pensavo che volessero prendere il mio telefonino, per vedere i miei contatti con lui. Li faccio entrare in casa. Parliamo di alcune cose. Estraggo il telefono, lo allungo sul tavolo. Ma l’agente mi dice: ‘Ci dispiace ma in questo momento il suo telefonino non ci serve, siamo venuti a dirle che suo figlio è morto’.

E lì ho capito che era il terzo. Il terzo degli attentatori che aveva ucciso e che si era fatto uccidere”.

Cosa ha provato?
Paradossalmente tutto il buio, tutta l’angoscia vissuti nei giorni prima, si è trasformata in luce. Non avevo potuto e non potevo più fare niente. C’era Qualcun altro ora che poteva fare al posto mio. Ed era un Qualcuno al quale mi dovevo affidare.

Perché è successo? Perché suo figlio?
Queste cose sono insondabili. Ho cercato di comprenderlo e capire il suo percorso. Sono arrivata fino ad un certo punto: sono arrivata al momento in cui si è radicalizzato, al momento in cui pensava di avere lui la verità e tutti gli altri fossero nell’errore. Ma da qui poi a passare alla violenza… non c’è nessun tratto della sua vita, del suo carattere che mi possa aiutare a immaginare questo salto. È questo quello che mi spaventa, in assoluto. Cos’è questa forza? Chi sono queste persone? Cos’è questa ideologia che può trasformare così una persona? Queste sono le domande che mi turbano. Non solo rispetto a mio figlio ma in generale.

Con cosa abbiamo a che fare? Sembra qualcosa di molto potente.

Perché, chi era Youssef?
Era un ragazzo tenerissimo, dolce, socievole. È nato e cresciuto in Marocco. Non è quindi un tipico ragazzo di seconda generazione. Intelligente, non aveva alcun problema a scuola. Stava frequentando all’università ingegneria informatica. Non ha mai mostrato nessun sintomo di disagio, di insofferenza. E poi questo rapporto stretto, molto tenero che aveva nei miei confronti. Se devo descriverlo, sceglierei parole come tenerezza, docilità e solarità.

Quindi per lei questo salto dalla tenerezza del ragazzo all’efferatezza dell’attentatore è avvolto completamente nel buio?
Io non lo capisco assolutamente. E non ho gli strumenti per capirlo. Penso che quello che succede a questi ragazzi, sia conseguenza del fatto di credere di essere loro nella verità e che il mondo si divida in due: quelli che sono nella verità e quelli che sono nell’errore, ed essere nell’errore non significa essere uomini che sbagliano ma essere non uomini. È ciò che è avvenuto anche nei lager. Chi ha ucciso in questi luoghi, lo ha fatto perché ha disumanizzato l’altro. Mi chiedo, come può un uomo uccidere un altro uomo? Se non togliendogli tutto, anche l’umanità.

La rabbia. Ha provato rabbia nei confronti di chi aveva “rovinato” suo figlio?
Sono riuscita a non provarla e questo è un altro dono di Dio, non aver fatto abitare nel mio cuore questi sentimenti. Avevo imparato,nella mia storia personale, a guardami dall’odio. Non serve a nessuno, tanto meno a chi lo prova, e non fa nulla a quello su cui questo odio si riversa.

È una domanda difficile, ma si è chiesta dove e quando ha sbagliato lei con Youssef? Qualcosa che poteva dire e fare e che non ha detto o fatto?
È un percorso doloroso, è vero. Ma è automatico farsi queste domande. Forse, il volerlo tenere lontano dal dubbio quando il dubbio è qualcosa che vivifica la fede. Non ho avuto il coraggio di rispondere alle domande che mi faceva sulla religione e ho sempre svicolato per non farlo crescere nel dubbio. Dunque, la mancanza di spirito critico, che io avevo automaticamente in quanto educata e cresciuta in un contesto culturale e sociale diverso dal suo. Youssef invece ha vissuto in un ambiente islamico, in un Ppaese islamico. E quindi tutta la sua lettura religiosa era assolutamente letterale e quello che lo ha preso e trascinato è il letteralismo assoluto.

Alla luce di questo vissuto, che cosa direbbe oggi alle mamme islamiche?
Un invito alla conoscenza, all’approfondimento, allo studio della propria religione. Senza timore. Esistono studi molto approfonditi che spiegano come questi criminali usano, sì, l’Islam ma lo fanno in un modo che la maggioranza dei musulmani non condivide assolutamente. Non c’è nulla di violento e perverso insito nell’Islam. Siamo di fronte a una ideologia che fa vittime, da una parte e dall’altra, perché anche Youssef è stata una loro vittima.

E cosa direbbe invece a un ragazzo che è lì davanti al web, sta ascoltando discorsi radicalizzati e ne è attratto?
Quello che dicevo a mio figlio e non mi ero accorta che era troppo tardi. Di costruire prima una fede all’interno del suo cuore, di sentire l’amore della fede prima di pensare a come praticarla nelle forme esteriori. Questo è il problema di un certo islam: pensare a quanto è lunga la barba piuttosto che quanto amore c’è nel proprio cuore.

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