Terra dei fuochi. Don Patriciello: “La gente non ha paura della camorra, ma di perdere un figlio”

Al terzo giorno del Festival nazionale della comunicazione a Oristano, la Sala San Domenico è piena: sul palco, col viso affabile e sorridente, don Maurizio Patriciello, un prete (come rimarca più volte durante l’incontro): ti guarda con occhi limpidi e sinceri anche se, come lui stesso candidamente ammette, è un po’ strabico: "Dio mi ha dato di guardare alle cose che Lui (la Provvidenza) fa nella mia vita e nella vita della mia terra e contemporaneamente alle cose anche sbagliate che gli uomini hanno fatto e fanno ancora nella mia amata terra"

Dalla Terra dei Fuochi (dalla Campania)… alla Terra delle Acque (così appare la Sardegna investita in questi giorni da abbondantissime precipitazioni). Siamo al terzo giorno dell’articolato programma del Festival nazionale della comunicazione a Oristano, la Sala San Domenico è piena: sul palco, col viso affabile e sorridente, don Maurizio Patriciello, un prete (come rimarca più volte durante l’incontro): ti guarda con occhi limpidi e sinceri anche se, come lui stesso candidamente ammette, è un po’ strabico: “Dio mi ha dato di guardare alle cose che Lui (la Provvidenza) fa nella mia vita e nella vita della mia terra e contemporaneamente alle cose anche sbagliate che gli uomini hanno fatto e fanno ancora nella mia amata terra”. È la Terra dei Fuochi quella che fa tanto accalorare il profetico prete di Parco Verde, come, ironia della sorte, è chiamata la porzione del territorio dove insiste la sua parrocchia.

Siamo a Caivano, una terra (quella campana) devastata da decenni di sversamenti maleodoranti e velenosi che hanno trasformato suolo e sottosuolo, devastando anche la vita e la serenità degli abitanti della sua parrocchia: il puzzo asfissiante ti ubriaca già dallo svincolo dell’autostrada, e poi cumuli di immondizia, sporcizia e veleni nelle campagne che si stendono attorno.

I pilastri dei cavalcavia sono corrosi dalle esalazioni tossiche.

I palazzi grondano intonaci scrostati. Qualche albero qua e là non riesce a colorare il grigiore di questo paese posto quasi al confine tra Napoli e Caserta. Un girone dantesco? Sì: sembra proprio un inferno – dice con amarezza don Patriciello. Ma ciò che fa più male è vedere le vittime, malate di tumore: il 47% in più che nel resto d’Italia. Don Maurizio da anni è lì, vicino alla sua gente, respirando con loro gli stessi fumi di morte. Firmando petizioni e denunce. Accendendo i riflettori su questa terra violentata di cui ormai tutti hanno paura. “Nella mia zona – dice alzando la voce – abbiamo le stesse malattie che hanno nelle zone a più alta densità industriale… con una piccola differenza, qui non ci sono industrie… ma solo gli scarti e le immondizie prodotte da esse”. “Ciò che fa più male non è sapere che dietro gli sversamenti c’è la camorra… purtroppo la camorra fa il suo mestiere… ma sapere che signori industriali, specie del Nord d’Italia, in giacca e cravatta per anni hanno fatto affari con la camorra avvelenando di fatto il nostro ambiente: questo ci fa arrabbiare. Ora che non ci sono più sversamenti nella nostra zona dove continueranno a scaricare? Credo che questa sia la preoccupazione generale, perché gli scarti esistono ancora ma anche voi non sapete dove vengano deposti”. Don Maurizio non ha paura di fare nomi e cognomi: complici la camorra, gli industriali criminali e i politici corrotti le campagne, rese fertili dal Vesuvio, sono diventate fabbriche di morte.

Come parroco ha celebrato tanti funerali: “I funerali dei ragazzi che ho visto crescere, affacciarsi alla vita. A ogni nuovo battesimo non posso non pensare alla sorte che attende queste nuove generazioni.

La gente ha paura, ma non della camorra: ha paura di perdere un figlio, se non ne ha già perso uno.

Di vederlo morire, se è morto quello dei suoi amici. Paura che non si salvi se è in ospedale”. Lo dice con la voce incrinata anche se lui, di morti e malattie, ne ha viste tante negli anni in cui era caporeparto in ospedale, prima di entrare, a 29 anni, in Seminario per diventare prete: perché quella di don Maurizio Patriciello è una vocazione adulta, nata dopo anni di dubbio e poi di allontanamento. “Mi sono iscritto a teologia e, un anno dopo, ho lasciato l’ospedale. Era il 1984 e avevo 29 anni. Parroco di una terra devastata dai veleni in superficie e nel sottosuolo che stanno inquinando le falde acquifere, i terreni, l’aria e che, secondo le inchieste in corso, raggiungerebbero il loro apice di contaminazione nel 2064. Tante denunce degli ambientalisti ma, lo scrive anche Legambiente nel suo ultimo Rapporto, ‘nessun intervento concreto fino al grido di dolore di un prete della gente che ha saputo raccogliere la voce di un terra avvelenata’”. La profezia del prete accende un altro fuoco, nella sala di Oristano, quello della solidarietà per tanta amarezza e quella del dolore per tante vittime innocenti: coraggio don Patriciello non sei solo!

(*) vicedirettore del settimanale “L’Arborense”

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