Istruzione: la ricetta del linguista Serianni: “arricchire il lessico per una cittadinanza consapevole. Senso critico contro le fake news”

La competenza lessicale e la conoscenza delle parole può aiutare a formare un senso di cittadinanza consapevole tra i giovani: parola del linguista Luca Serianni. Per il filologo, ordinario di Storia della lingua italiana all'università "La Sapienza" di Roma, "bisogna prendere atto di tutta la realtà linguistica complessa che ci circonda a partire dall’editoriale dei giornali". Perché "se viene meno il senso critico, se banalmente si crede a qualunque cosa si legga in rete, siamo banderuole che si agitano al primo vento che soffia. Cosa che dobbiamo evitare per una ragione civile innanzitutto, prima ancora che educativa".  

(Foto: Paolo Sbraga - paoloesse.it)

“Parole: arricchire il lessico per la scuola e per una cittadinanza consapevole”: è il titolo della conferenza che Luca Serianni, uno dei più influenti studiosi della lingua italiana, ordinario di Storia della lingua italiana all’università “La Sapienza” di Roma, socio dell’Accademia della Crusca e dell’Accademia Nazionale dei Lincei, ha tenuto lo scorso 26 aprile a Subiaco.

(Foto: Paolo Sbraga – paoloesse.it)

Un evento promosso dallo studio editoriale “Ingegno grafico” con l’Istituto di Istruzione superiore “Braschi-Quarenghi”, il Comitato di studi “Don Paolo Pecoraro” e il Comitato “Subiaco, città del libro”. Il Sir lo ha intervistato a margine della conferenza.

Serianni, da un’indagine dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo Eeconomico (Ocse) e del Piaac (Programme for the International Assessment of Adult Competencies), risulta che in Italia circa il 40% della popolazione sono cittadini con bassi livelli di alfabetizzazione e a rischio di esclusione sociale. Quali sono le cause di questo “analfabetismo di ritorno” che rischia di inghiottire le leve più giovani del Paese?
Quello dell’analfabetismo di ritorno è un problema generale che non riguarda solo l’Italia.

Il problema educativo fondamentale è mantenere un buon livello di istruzione per coloro che, superata la fase formativa, non hanno più occasione di venire a contatto con temi di istruzione in generale.

Farei, tuttavia, una distinzione: 40-50 anni fa il problema era relegato alla scarsa istruzione di base e molti non arrivavano a completare il ciclo dell’obbligo. Oggi, invece, il problema è diverso e legato alla sollecitazione che avviene su vari piani, come internet e social media che non hanno in sé un valore negativo, ma favoriscono una dispersione e una mancanza di concentrazione.

Uno dei problemi della scuola è insegnare la concentrazione su un testo di qualunque tipo.

Tuttavia è difficile acquisire un rapporto culturale reale e duraturo se non c’è attenzione ai dati di partenza, siano essi giuridici, letterari, scientifici. Il problema della dispersione e della distrazione è abbastanza centrale.

Vuole dire che stanno nascendo nuove generazioni di persone “a-grammaticate” incapaci di creare delle connessioni e quindi di esprimere un ragionamento?
La forbice si è molto dilatata: c’è una minoranza di giovani estremamente preparati e con un senso critico straordinario, superiore a quello che si poteva avere anche nelle parti più avanzate dei giovani di 50 anni fa. Però nello stesso tempo c’è un rischio abbastanza alto di analfabetismo di ritorno. Il problema è avvicinare le due lame, quella bassa a quella alta.

Lei richiama spesso il rapporto tra parola e cittadinanza. A tale riguardo cosa pensa della vicenda dello studente di Lucca che si ribella e insulta il professore? Da dove nasce tutta questa aggressività verbale?
Nel caso di Lucca l’aggressività non è stata solo verbale ma anche fisica, dunque ancora più grave. Questo nasce dal fatto che la scuola da tempo – anche a livello europeo – ha puntato tutto sull’inclusione che è un dato importante che nessuno mette in dubbio.

L’educazione prevede che ci siano delle regole infrangendo le quali si va incontro ad una punizione.

Questo, va detto, nel segno dell’affetto, dell’empatia nei confronti dei figli e degli scolari. Educare significa rendersi conto che ci sono regole legate al vivere in comunità. L’allentamento di questo freno ha portato ad una minore educazione nel senso tradizionale. Si comincia dal basso: oggi davanti a dei giovani che viaggiano sui mezzi con i piedi sui sedili si tende a dire “ma non fanno nulla di grave”. Non è così. Bisogna educare sin dalla tenera età a cominciare dai comportamenti più banali.

Quanto pesa lo scollamento scuola-famiglia in questo “allentamento” educativo?

La famiglia, purtroppo, ha cessato di sentirsi un’interfaccia della scuola.

C’è un allineamento negativo tra famiglia e ragazzi, per cui la scuola viene vissuta come controparte che spesso vincola la libertà dello studente. Il pacchetto educativo, svolto dalla scuola ma preparato dalla famiglia, è in crisi perché queste due istituzioni fondamentali comunicano poco.

La competenza lessicale e la conoscenza delle parole può aiutare a formare un senso di cittadinanza consapevole tra i giovani?
Certamente. L’educazione al lessico astratto complesso dovrebbe mettere in condizione il ragazzo – una volta arrivato alla maggiore età e alla responsabilità civile e penale piena e dunque alla possibilità di votare e di partecipare alle scelte generali – di compiere queste scelte in modo critico e consapevole. Per farlo bisogna prendere atto di tutta la realtà linguistica complessa che ci circonda a partire dall’editoriale dei giornali, tanto per citare un esempio.

Se viene meno il senso critico, se banalmente si crede a qualunque cosa si legga in rete, siamo banderuole che si agitano al primo vento che soffia e agli antipodi del senso critico. Cosa che dobbiamo evitare per una ragione civile innanzitutto, prima ancora che educativa.

Il senso critico come antidoto alle fake news?
Senso critico e istruzione. Nella possibilità di leggere testi complessi risiede un aspetto centrale di questo problema.

L’uso semplificato della lingua che facciamo nei social sembra privare la parola del suo valore più evocativo. Come tornare ad esprimersi in maniera argomentata e corretta?
Per quanto riguarda la scuola credo che abbiano una particolare importanza tutti quei lavori di esercitazione che richiedono una riflessione e dei tempi lunghi. Il tweet ci ha abituato ad un messaggio estremamente ridotto che non ha alla base una sufficiente riflessione perché tutto si risolve – nel migliore dei casi – in una battuta ad effetto.

Un’operazione importante è invece il riassunto che parte da un testo, ne rispetta le gerarchie informative e da questo trae l’essenziale in una misura ridotta. Sembra un esercizio banale, addirittura futile, ma non lo è.

Il riassunto ha un valore formativo aggiuntivo: obbligare l’alunno, o chi si cimenta in questa prova, a riflettere con attenzione su ciò che legge. Quindi anche rispettare il messaggio su cui è chiamato a soffermarsi.

Lei è a capo della task force del Miur che ha l’obiettivo di rimettere mano all’esame di maturità. Quali sono i principali cambiamenti della maturità del prossimo anno scolastico?
Per quanto riguarda l’esame di Stato della secondaria di primo grado, la vecchia scuola Media, abbiamo già, lo scorso gennaio, licenziato alcune proposte. Per quello che riguarda la vecchia Maturità contiamo di chiudere presto il lavoro anche se, data l’incertezza politica del momento, non sappiamo quale sarà lo sbocco delle proposte. I dati fondamentali sono un paio: la comprensione dei testi e la riformulazione cioè interpretazione, parafrasi e riassunto di parti di un testo.

Poco fa parlava dell’incertezza politica che grava sul nostro Paese. Quali consigli darebbe al prossimo Presidente del Consiglio in tema di istruzione e di investimenti per la diffusione della nostra lingua anche all’estero?
L’auspicio è che si dia importanza ai dati dell’istruzione e della cultura. Leggendo i giornali di queste ultime settimane ho visto che ci sono varie ipotesi su possibili nomi di ministri per i vari dicasteri, ma non si parla di quello dell’Istruzione e dei Beni Culturali, come se fossero ministeri secondari ma non lo sono. Per ciò che riguarda la lingua italiana all’estero vorrei ricordare che, non essendo una lingua veicolare tranne che per la Chiesa cattolica, l’italiano si deve sostenere sulla forza della sua tradizione e della sua attrattività legata anche al turismo. Un investimento anche sulla lingua ha ricadute economiche assolutamente evidenti. Basti pensare alla Gran Bretagna e a quanto ricava dai corsi di lingua. È una voce del Pil britannico considerevole. Noi non possiamo  competere con la Gran Bretagna o con i Paesi anglofoni, ma resta il principio:

diffondere la lingua italiana significa anche diffondere il prodotto Italia.

Pensiamo ad altri Paesi come la Francia, la Spagna, la Germania e lo stesso Portogallo che investono in proporzione molto di più di quanto in Italia si investa per sostenere la Società Dante Alighieri (nata nel 1889 per “tutelare e diffondere la lingua e la cultura italiane nel mondo”, ndr.).

In compenso assistiamo ad un uso sempre maggiore di anglicismi nella nostra lingua. Come giudica questo fenomeno?

È un fatto di inerzia e di provincialismo. Il problema si pone maggiormente per chi ha delle responsabilità pubbliche, pensiamo ai politici, ai direttori di giornali, a chi ha una posizione mediatica di rilievo. La difesa della lingua parte da ciascuno di noi in quanto parlante.

Poi ci sono dei parlanti che hanno più responsabilità di altri perché sono ascoltati di più e quindi sono loro che dovrebbero avere un naturale attaccamento alla propria lingua come al proprio ambiente.

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