La grande finanza vince sempre? Forse è tempo di cambiare

A differenza del passato chi delega ad altri la gestione del denaro ora “non può non sapere”. Di foreste, ghiacciai, sfruttamenti e sopraffazioni si conosce abbastanza per scegliere. Possono valutare tutto i grandi possessori di patrimoni quanto i singoli risparmiatori. Escludendo opzioni di investimento e indicandone altre si ottiene tanto con poco sforzo

L’investimento finanziario è una concausa dello squilibrio fra ricchi e poveri, fra chi sui listini sfama – e si dice proprio così – l’appetito degli alti rendimenti e chi non ha di che vivere prima ancora di che investire. La mobilità immediata del denaro, sempre e ovunque, concentra i benefici su una parte limitata della popolazione. Permette all’1% di possedere quanto possono mettere insieme tutti gli altri. Pochi ricchissimi, fasce intermedie e un mondo di poverissimi privi di mezzi e di informazione.

Lo ha ricordato, portando i numeri, il rapporto dell’Oxfam di cui molto si è scritto da Davos nelle Alpi svizzere, palcoscenico ricco di buoni propositi.
Più difficile è invertire la polarizzazione in corso. “Tagliando e tassando le forme più speculative di finanza – è una delle contromisure – a vantaggio di una minor tassazione per chi crea lavoro. Ricacciando indietro la finanziarizzazione dell’economia”. Ma in qualche angolo del mondo ci sarà sempre un Governo pronto a concedere una tassazione amica, scarsi controlli, aeroporti e buoni ristoranti per attirare i grandi flussi liquidi.

L’investimento industriale e finanziario più speculativo è quello che toglie risorse e salute alle comunità più deboli e le trasforma in una nuova ricchezza di cui beneficiano pochi soggetti spalleggiati da grandi investitori che di quelle modalità di sfruttamento nulla sanno e neppure vogliono sapere.

È sempre stato così – si potrebbe dire – dalle miniere alle foreste, all’inquinamento dei corsi d’acqua, mare e aria, al ricorso delle dittature per controllare il business. Lo sfruttamento della casa comune riserva cattivo lavoro locale per poco tempo e si porta via per sempre le ricchezze naturali.

A differenza del passato chi delega ad altri la gestione del denaro ora “non può non sapere”. Di foreste, ghiacciai, sfruttamenti e sopraffazioni si conosce abbastanza per scegliere. Possono valutare tutto i grandi possessori di patrimoni quanto i singoli risparmiatori. Escludendo opzioni di investimento e indicandone altre si ottiene tanto con poco sforzo.

Quindi

bene i fondi etici, bene tutto ciò che favorisce finanziamenti dal basso senza rinunciare all’obiettivo più grande e utopico:

il condizionamento per gesti diffusi della Grande Finanza che fra sensi di colpa e qualche furbizia, sta maturando una sensibilità diversa dal recente passato dove il denaro veniva raccolto a piene mani, sempre e comunque. Salvo girare qualcosa alla buona filantropia.

L’amministratore delegato di uno dei big mondiali nella gestione del risparmio – a se stesso ma anche agli amministratori delle migliaia di aziende partecipate – ha scritto: “Le società devono porsi alcune domande: qual è il nostro ruolo nella comunità? Come gestiamo il nostro impatto sull’ambiente? Ci impegniamo abbastanza per promuovere la diversità tra i nostri collaboratori? Ci stiamo adattando al cambiamento tecnologico?”. Una importante compagnia assicurativa italiana ridurrà di molto gli investimenti nella produzione del carbone per rivolgersi al green, la Borsa di Londra chiede alle quotate di rafforzare le informazioni sul loro ruolo sociale. E così via.

Le linee guida per condizionare dal basso chi muove valanghe di denaro sono compatibilità, responsabilità sociale, comportamenti facilmente verificabili e tanta trasparenza societaria.

Uno strumento di misura, non l’unico, è l’adesione ai criteri Esg. Con E si intende Environmental (ambiente, energie rinnovabili, efficienza antisprechi, riciclo). S come Social, il comportamento virtuoso dell’impresa con i dipendenti e tutti coloro che sono interlocutori in modi e forme diverse. La G è di Governance, cioè il buon governo dell’impresa che comprende dinamiche dialettiche interne, contrasto ai rischi reputazionali, ritorni economici non forzati nel breve periodo.

L’investimento nelle imprese Esg è stato valutato per il 2014 in 21.400 miliardi di dollari. Ora è sicuramente oltre.

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