Scuola. Suor Del Core (pedagogista): “Offrire sostegno alla genitorialità e accompagnamento educativo ai docenti”

Adulti che gettano la spugna, privi di empatia e autorevolezza, lontani dal mondo dei ragazzi, incapaci di ascoltarne il grido d'aiuto. È anzitutto su di loro che occorre intervenire per prevenire disagio, fragilità e violenza negli adolescenti. Lo sostiene la pedagogista suor Pina Del Core

È urgente una nuova alleanza educativa tra adulti e istituzioni, ma occorre anzitutto farsi carico della vulnerabilità di genitori, educatori, docenti. Ne è convinta suor Pina Del Core, preside della Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium di Roma, alla quale abbiamo chiesto una chiave di lettura dei recenti e gravi episodi di violenza avvenuti in istituti di Acerra, Foggia, Piacenza e Cesena e, più in generale, come prevenire e superare il malessere che sta attraversando la scuola.

Qual è lo stato di salute dell’istituzione scolastica?
Prima di analizzare la scuola e chiamare in causa anche le altre istituzioni educative, vorrei sottolineare che i fenomeni di violenza o di intolleranza segnalati dalle cronache sono da ricollegarsi a una ormai diffusa “vulnerabilità” che, partendo dalla famiglia, si estende alla scuola e all’intera società. Il contesto socioculturale odierno sembra fornire un terreno fertile che rende le persone – in primo luogo il nucleo familiare – particolarmente fragili rispetto al passato.

Come intervenire?
Mi sembra anzitutto necessario agire in modo globale e sistemico sugli adulti di riferimento. Proprio gli adulti, infatti, sembrano aver gettato la spugna, evitando o, meglio, fuggendo dal loro ruolo educativo e “generativo” nei confronti delle nuove generazioni. Stiamo assistendo a un notevole incremento del disagio giovanile: minori in difficoltà che spesso non sono che portatori di sintomi che esprimono la fatica degli adulti, specialmente dei genitori, a interagire con loro e ad accompagnarli nella crescita. Non è la scuola, in se stessa, a generare forme di aggressione o comportamenti anti-sociali, così come non è internet di per sé a generare dipendenze e comportamenti potenzialmente dannosi, specie nei minori. Ciò accade soprattutto quando gli educatori o gli adulti sono assenti, lontani dal mondo dei ragazzi, quando non sanno ascoltare il loro grido di aiuto.

Adulti fragili, privi di autorevolezza, centrati su se stessi?
Sì. Non sanno più essere “punti riferimento”, hanno rinunciato a motivare e a offrire regole per vivere, hanno abdicato al loro compito di “essere accanto”, accompagnare, orientare, ascoltare, condividere, senza imporre ma motivando e valorizzando gli sforzi fatti e il cammino, anche se maldestro. Forse non sanno più “contenere” l’irrequietezza o la conflittualità, normali perché legate all’età o alla complessità delle trasformazioni fisiche, psichiche e relazionali degli adolescenti. Non sono capaci di prendersi cura della fragilità o dell’insicurezza che porta i ragazzi a irrigidirsi o a reagire in maniera opposta a come vorrebbero. Non intendo, ovviamente, misconoscere il lavoro qualificato e la presenza preziosa ed efficace di molti – genitori, educatori e insegnanti – che quotidianamente affiancano i ragazzi e sono capaci di prevenire proprio educando.

Secondo lei occorrerebbe una presa in carico degli adulti, un sostegno pedagogico alla genitorialità?
Sì. Oggi chi si prende cura della loro vulnerabilità? Quali azioni vengono rivolte loro per potenziarne capacità educative, competenze relazionali e di ascolto empatico, per aiutarli nell’educazione anche in contesti di vulnerabilità, di disagio o di disabilità? Sono convinta che l’intervento su genitori, educatori e docenti sia un prezioso strumento per la prevenzione primaria di ogni forma di disagio, di violenza o di fragilità. Il lavoro di sostegno alla genitorialità e di accompagnamento educativo degli insegnanti e ad altre figure adulte di riferimento si è rivelato nelle diverse esperienze che ho potuto osservare la forma privilegiata di attuare processi di prevenzione, non solo nei riguardi dei figli ma della coppia stessa e del corpo docente all’interno dell’ambiente scolastico.

La scuola, appunto… Di fronte agli ultimi gravi episodi e in generale al clima di conflittualità e contrapposizione tra insegnanti e alunni, tra genitori e scuola, quest’ultima appare sempre più “delegittimata”…
Il lavoro nella scuola, specialmente con preadolescenti e adolescenti, si caratterizza sempre più per l’alto grado di complessità determinato dalla molteplicità di relazioni che comporta: con la famiglia, con il gruppo dei pari, con la scuola, con il mondo digitale e le sue tecnologie. Il dubbio che la scuola abbia perduto la possibilità di educare è diffuso, sia tra chi vi opera sia nell’opinione pubblica. Questa sfiducia accompagna docenti e studenti e influisce sui loro comportamenti e sulle loro motivazioni. Anche l’informazione dei media contribuisce alla scarsa autorevolezza della scuola, ogni volta che ne ritrae l’impotenza o pubblicizza, spesso con dovizia di particolari, episodi e comportamenti che sembrano sancire l’inefficacia della sua azione. Questo interpella la responsabilità di chi potrebbe e dovrebbe intervenire non solo per evitare che venga delegittimata l’autorevolezza degli insegnanti o per scongiurare che la trasgressione più spinta diventi una realtà ordinaria, ma soprattutto per prevenire, sostenere e accompagnare chi si trova in difficoltà.

Qual è la sua indicazione?
È tempo di mettere in atto

una rinnovata “alleanza educativa” tra adulti e istituzioni,

tra famiglie e altri adulti di riferimento nella comunità territoriale o ecclesiale. Si tratta di trovare “nuove sinergie” tra i diversi stakeholders coinvolti nella meravigliosa, anche se oggi sempre più difficile, avventura educativa. Nodo centrale resta la formazione degli educatori perché si abilitino a progettare e realizzare percorsi di formazione che privilegino l’accompagnamento e il sostegno alla famiglia (alla genitorialità) la cui centralità educativa è indiscussa, nonostante le fatiche e le difficoltà cui oggi è soggetta.

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