Ortofrutta: l’Italia è ancora il giardino d’Europa, ma occorre fare attenzione

La produzione ortofrutticola vale miliardi e migliaia di posti di lavoro, ma è insidiata da una forte concorrenza oltre che da regole non sempre corrette

Italia giardino d’Europa. Soprattutto per l’ortofrutta, che non è solo buona e bella ma preziosa. Frutteti, orti e serre dello Stivale, infatti, danno vita ad un settore che vale miliardi e migliaia di posti di lavoro, ma si tratta di un comparto che può ancora crescere e che deve essere tutelato. In questo caso, però, non si tratta di combattere “solo” contro una concorrenza spesso sleale, fatta di falsi prodotti italiani e di scarse attenzioni ambientali. Nella partita dei mercati mondiali dell’ortofrutta (perché di questo si tratta), giocano concorrenti agguerriti ed efficienti, con un alto tasso di competitività.
Che l’Italia sia comunque ai primi posti, lo si è capito nei giorni scorsi a Berlino nell’ambito di Fruitlogistica, la più importante manifestazione del settore. I commenti e le osservazioni più diffuse, hanno parlato di una presenza italiana importante e agguerrita.

I nostri produttori sanno certamente il fatto loro, ma devono fare i conti – è stato osservato proprio a Berlino -, con colleghi inglesi e tedeschi che in tutti i modi cercano di aumentare le loro produzioni e la loro efficienza, ma anche con gli spagnoli e i turchi. Senza contare quelli cinesi.

Il livello raggiunto dalla produzione ortofrutticola nazionale emerge chiaramente da pochi numeri. A conti fatti, il valore della produzione arriva a 12 miliardi e 329 milioni di euro, il 25% del valore della produzione dell’intero settore agricolo; di questo importo, circa 3,2 miliardi arrivano dalla frutta propriamente detta (gli agrumi sono a parte e valgono da soli quasi un altro miliardo di euro), patate e ortaggi totalizzano poi altri 7,4 miliardi, il resto si distribuisce fra uva da tavola e legumi. Il 50% circa di tutto questo arriva dalla cooperazione.
Cifre importanti dunque, alle quali si associano quelle delle esportazioni. Proprio in occasione di Berlino, Coldiretti ha rilevato come il 2017 sia stato un anno straordinario per il comparto. Le vendite all’estero sono arrivate a circa 5,2 miliardi (+2%). Ma occorre tenere conto che nello stesso periodo i nostri acquisti sono saliti del 5% per un valore che sfiora i 5 miliardi.
“L’Italia – ha spiegato un po’ per tutti Coldiretti -, ha le risorse per cogliere le opportunità che vengono dal prepotente affermarsi di nuove tendenze salutistiche nel mondo dove il Made in Italy ha un valore aggiunto in più”. Ma ci sono almeno tre ostacoli che devono ancora essere rimossi adeguatamente e che si chiamano organizzazione, burocrazia e infrastrutture.
Non è un caso che proprio da Berlino sia arrivato un messaggio dall’area occupata dai produttori italiani:

“L’Italia vince se rimane unita”.

Che significa non solo organizzazione maggiore fra produzione e commercio, oltre che una promozione coordinata ed efficace, ma anche più forte attenzione politica alle regole da far rispettare oltre che versi i trattati europei che (dicono i produttori), lasciano troppo spazio all’entrata di prodotti dal resto del mondo. I produttori sintetizzano spesso tutto in un concetto: in fatto di import-export ortofrutticoli è facile usare due pesi e due misure. Le grandi importazioni, insistono i coltivatori diretti e cooperazione -, sono un “fenomeno indubbiamente spinto dagli accordi che favoriscono le importazioni come il caso delle condizioni favorevoli che sono state concesse al Marocco per pomodoro da mensa, arance, clementine, fragole, cetrioli e zucchine o all’Egitto per fragole, uva da tavola, finocchi e carciofi”. Accordi che vanno per traverso agli agricoltori anche “perché nei paesi di origine è spesso permesso l’uso di pesticidi pericolosi per la salute che sono vietati in Europa, ma anche perché le coltivazioni sono realizzate in condizioni di dumping sociale per il basso costo della manodopera”. Mentre in una nota l’Alleanza delle Cooperative ha fatto notare come “un ettaro di frutteto espiantato in Italia significa 500/600 ore lavorative perse in un anno in una sola azienda agricola, senza considerare l’impatto negativo che coinvolge tutta la filiera”.
Insomma, quella dell’ortofrutta non è solo una partita economica ma anche (e forse soprattutto) sociale. Occorre giocarla più che bene.

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