Giovani e lavoro. Becchetti: “Con le buone pratiche rianimiamo la speranza”

È questo uno dei frutti del progetto “Cercatori di LavOro” che ha caratterizzato la 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani. La condivisione e la ricerca delle “buone pratiche” lavorative prosegue. Dell’importanza della loro diffusione sui territori e del ruolo della comunità ecclesiale per sostenere i giovani ad avere una vita degna e un buon lavoro ne abbiamo parlato con l’economista Leonardo Becchetti.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Quella del “lavoro resta la prima, e la più grave, questione sociale. Anzitutto per i giovani, ma non soltanto per loro. È necessario che ve ne sia in ogni famiglia”. Quanto affermato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel discorso di fine anno agli italiani ha rimesso sotto i riflettori il tema che ha caratterizzato i lavori della 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani, svoltasi a fine ottobre a Cagliari. D’altra parte, “la vita dei giovani e di tutte le persone si gioca nelle scelte del lavoro e quanto più queste scelte sono feconde e generative tanto più il resto della loro vita ne risulta arricchito”. Ne è convinto Leonardo Becchetti, docente all’Università di Roma Tor Vergata e membro del Comitato che ha organizzato l’evento in terra sarda. Per quell’appuntamento, l’economista ha coordinato il progetto dei “Cercatori di LavOro” che ha individuato 400 “buone pratiche” capaci di rendere concreto il lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale.

Professore, facciamo un passo indietro e torniamo alla Settimana sociale di Cagliari. Qual è stato il valore aggiunto di mettere al centro del confronto le “buone pratiche”?
A Cagliari c’è stata un’innovazione di metodo. Abbiamo pensato che in un momento così difficile e di rottura rispetto al passato fosse importante andare a cercare sui territori quegli innovatori che erano riusciti a creare buon lavoro e, quindi, imparare anche dalle loro storie. Le circa 400 “buone pratiche” che abbiamo individuato in tutto il Paese ci hanno innanzitutto consentito di fare una fotografia molto interessante dell’Italia, di dare segnali di speranza. Perché le buone pratiche possono ispirare possibilità di riprodurre le stesse, anche se non in forma uguale, su altri territori. E sono state la base per le proposte di politica che noi abbiamo fatto e che si sono trasformate in emendamenti della Legge di bilancio.

Quali sono gli sviluppi del progetto “Cercatori di LavOro”?
Il progetto delle “buone pratiche” prevede un secondo tempo, che è partito dopo Cagliari. L’obiettivo è portare sui territori quello che abbiamo imparato, anche con forme innovative: con presentazioni fatte da 10 innovatori, come abbiamo fatto per esempio ad Assisi a inizio dicembre. A questo si abbinano dei laboratori territoriali dove sia possibile ragionare su quelli che sono bisogni ed esigenze di quel territorio per far partire delle “buone pratiche” che possano essere adatte a dare risposte in quel particolare contesto. In questo modo noi contiamo di arricchire il database delle buone pratiche, un archivio anche di progetti da cui far partire sperimentazioni d’impresa sui vari territori.

Da “Cercatori di LavOro” a “Generatori di LavOro” quindi?
Certo. Avendo sempre presente una visione anche più ampia e non solo aziendalista ma, se vogliamo, pastorale del nostro lavoro. Sappiamo che

oggi la forma più alta di carità, potremmo dire, è aiutare i nostri giovani e tutte le persone ad avere una vita degna, un buon lavoro e in questo modo poter creare del valore che può essere redistribuito anche sul territorio, a chi ne ha bisogno.

Ecco perché è importante il tema del lavoro in un’Italia dove, sappiamo, i problemi sono tanti.

Con il progetto delle “buone pratiche” siete entrati in contatto con molti giovani: che spaccato emerge?
Creo che i giovani abbiano delle energie enormi e un grande potenziale che può mettersi in moto se attivato nella maniera giusta.

Quello che abbiamo visto attraverso l’incontro con gli innovatori è stato anche un rianimarsi della speranza.

Incontrarsi con persone che hanno avuto delle idee, delle soluzioni aiuta a capire che ce la si può fare e quindi mette in moto delle energie, soprattutto quelle dei giovani. E questo è importante in un momento difficile, in cui tantissimi ragazzi e ragazze del nostro Paese non lavorano né studiano e sono finiti in una specie di circolo vizioso, in un vicolo cieco che ovviamente non può portare nulla di buono.

Da dove partire per invertire la tendenza?
C’è un problema molto importante di raccordo tra scuola e mondo del lavoro. Ci sono più di 270mila posti di lavoro vacanti in Italia. Gli industriali del centro-nord, anche quelli medio-piccoli, non trovano le qualifiche e le competenze di cui hanno bisogno. Non a caso una delle nostre proposte alla politica è stata quella di rafforzare il sistema duale investendo risorse nell’apprendistato e nella formazione professionale.

In che modo la comunità ecclesiale può continuare a sentirsi coinvolta rispetto al binomio giovani e lavoro?
Bisogna continuare ad investire su quell’invenzione geniale che fu il far partire il Progetto Policoro per avere sul territorio, in ogni diocesi, degli animatori che sappiano fare formazione, che vadano nelle scuole, che sappiano aiutare i giovani, che sappiano far nascere realtà.Non dimentichiamoci che oggi parliamo di creazione di valore in senso lato, quindi anche responsabilità sociale e ambientale. Nella concretezza, nell’incarnazione che il mondo ecclesiale deve avere, penso che questa sia una parte fondamentale.

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