I primi dodici articoli della Costituzione. Mirabelli: “Un invito a pensare alto, a guardare al futuro”

Per Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale e uno dei più autorevoli giuristi italiani, “la sovranità popolare si esprime attraverso strumenti rappresentativi. Certo, poi la stessa Costituzione prevede anche degli istituti di democrazia diretta, ma la struttura essenziale è quella di una democrazia rappresentativa e partecipativa. Altro principio fondamentale è quello personalistico. Al centro c’è la persona, con la sua dignità, i suoi diritti e i suoi doveri".

Cesare Mirabelli

I primi dodici articoli della Costituzione hanno un titolo solenne: “Principi fondamentali”. Essi dunque rappresentano il fondamento della Carta entrata in vigore il 1° gennaio 1948 e da essi è inevitabile partire per una riflessione che a settant’anni di distanza cerchi di riscoprire il valore di quel testo, progetto della “casa comune” e “cassetta degli attrezzi” per governare i cambiamenti, secondo le espressioni usate dal Capo dello Stato. Ci accompagna in questo primo tratto del percorso Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale e uno dei più autorevoli giuristi italiani. “Innanzitutto il principio democratico – esordisce Mirabelli -. Con una sottolineatura importante: la sovranità popolare si esprime attraverso strumenti rappresentativi. Certo, poi la stessa Costituzione prevede anche degli istituti di democrazia diretta, ma la struttura essenziale è quella di una democrazia rappresentativa e partecipativa. Altro principio fondamentale è quello personalistico. Al centro c’è la persona, con la sua dignità, i suoi diritti e i suoi doveri. Diritti fondamentali che sono innati, che precedono lo stesso ordinamento, ma a fronte dei quali ci sono anche dei doveri inderogabili – a cui quindi non ci si può sottrarre – di solidarietà politica, economica e sociale. È una visione non individualistica dei diritti.

Viene riconosciuta la dignità di ogni singola persona ma la si coglie all’interno delle sue relazioni,

in quelle formazioni sociali – la famiglia, la scuola, le associazioni ecc. – in cui si articola una società dinamica che la Repubblica riconosce e valorizza. Sempre in riferimento alla persona, un altro principio cardine è quello dell’uguaglianza nella dignità, che non è solo un valore formale. La Costituzione esprime infatti una visione promozionale dell’uguaglianza, laddove sancisce il compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli che ne impediscono concretamente la realizzazione”.

Quali sono i principi della Costituzione che le sembrano particolarmente attuali oggi, settant’anni dopo?
Di grande attualità è sicuramente la visione del lavoro, inteso non in senso costrittivo, ma come elemento essenziale della dignità della persona, come strumento di sviluppo della stessa e come contributo al progresso materiale o spirituale della società. La Costituzione dice proprio così: materiale o spirituale. Anche l’artista, il poeta e – perché no – le suore di clausura, concorrono a questo progresso. Molto attuale è anche il modo in cui viene affermato e declinato il principio dell’unità e indivisibilità della Repubblica, che allo stesso tempo riconosce – anche in questo caso si tratta di un riconoscimento e non di una concessione – e promuove le autonomie locali, cioè tutte quelle articolazioni che sono più vicine al cittadino.

Addirittura anticipatrice è la possibilità di accedere a limitazioni della sovranità in funzione di una ordinamento internazionale che assicuri la pace e la giustizia. A pensarci bene qui ci sono le premesse anche per l’Unione europea.

Sulla pace, del resto, la Costituzione esprime per la prima volta un giudizio – starei per dire – morale, quando afferma che l’Italia ripudia la guerra. Il che ovviamente non vuol dire una minore esigenza di difendere la patria, ma il rifiuto di attaccare altri popoli o anche di risolvere le controversie internazionali con la guerra.

Del resto la Costituzione italiana è praticamente coeva alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, anzi, la precede di poco…
Nella nostra Costituzione troviamo già una visione espansiva dei diritti della persona. Basti pensare alla tutela dello straniero a cui sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla stessa Costituzione. È come dire che certi diritti non hanno confini: se la libertà è ferita in un Paese, è una ferita anche per gli altri.
Anche il modo in cui la Costituzione, agli articoli 7 e 8, ha affrontato il tema dei rapporti con la Chiesa cattolica e tutte le confessioni religiose, alla prova dei fatti si è dimostrato lungimirante.
Vede,

dietro quei principi di autonomia e indipendenza c’è la visione di uno Stato che non fa tutto. Uno Stato non solo non totalitario – in questo caso verrebbe meno lo stesso principio democratico – ma neanche uno Stato “totale”.

Come ho già accennato prima, la Costituzione riconosce il dinamismo della società, presuppone cittadini che siano attivi non solo come individui.

A livello di dottrina giuridica, ma talvolta anche sul piano politico e culturale, si discute della possibilità o meno di riformare gli stessi principi fondamentali della Costituzione.
Mi viene alla mente l’ipotesi, avanzata da alcuni, di rivedere proprio l’articolo 1 adducendo la motivazione che una Repubblica “fondata sul lavoro” sarebbe il risultato di una mediazione tra cultura cattolica e cultura marxista oggi superata e sarebbe quindi meglio sostituire lavoro con libertà. Ma un riflessione di questo tipo non coglie il senso profondo del lavoro così come viene inteso dalla Costituzione. Lavoro non come sottomissione dell’uomo ma come espressione della dignità della persona. Una concezione attualissima.

Mi pare di capire che lei non toccherebbe i principi fondamentali…
Mi lasci rispondere così: forse noi non sapremmo fare di meglio. Il testo è limpido anche dal punto di vista letterario. È un invito a pensare alto, a guardare al futuro e a non perdersi nelle polemicuzze di basso profilo o nelle promesse demagogiche.

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