Referendum veneto: una buona occasione e tanti quesiti aperti

I cittadini sono chiamati alle urne per esprimersi su un quesito piuttosto generico. Se il quorum sarà superato, si apriranno negoziati con il governo centrale per chiedere maggiori margini di manovra in sede regionale. Ma "la reale valorizzazione delle autonomie può avvenire solo in un contesto unitario e solidale. Su questo non devono e non possono, dunque, esserci ambiguità o confusioni". Sullo sfondo rimane l'irrisolta "questione settentrionale"

Il referendum c’è. Si poteva certo avviare la procedura per richiedere maggiore autonomia anche senza. Ci si sarebbe riusciti? Forse. Ma con i se, i ma e i forse non si va lontano. Oggi il referendum c’è e vale la pena interrogarsi su come fare in modo che sia un’occasione per crescere come comunità, veneta e italiana. Perché tale opportunità sia colta in pieno, tuttavia, ci sono alcune premesse e condizioni che devono essere ben chiare, sgombrando il campo da ambiguità inaccettabili e promesse irrealizzabili che rischiano di dare al voto ben altro profilo di quello che è indicato nel quesito referendario.
La cosiddetta “questione settentrionale” emersa sul finire degli anni ’80 è ancora tutta da risolvere, dopo decenni di risposte solo molto parziali e comunque insufficienti. L’equilibrio tra i diversi livelli istituzionali dello Stato va chiarito, reso più solido, efficiente e solidale. Il federalismo era ed è una strada che può aiutare molto in questo senso, perché il nostro è e resta un Paese dei mille campanili, dove la sfida è coniugare continuamente diversità e unità. In tale prospettiva l’ipotesi di una autonomia differenziata sul territorio nazionale, prevista dalla Costituzione, rappresenta un’opportunità per l’Italia intera che sarebbe il momento di percorrere con coraggio, lungimiranza e chiarezza di obiettivi.
La reale valorizzazione delle autonomie può avvenire però solo in un contesto unitario e solidale. Su questo non devono e non possono, dunque, esserci ambiguità o confusioni: il quesito referendario non prefigura alcuna ipotesi di secessione e non va spacciato per un passaggio cruciale sulla strada di un futuro fuori dall’Italia. Se così fosse, peraltro, non avrebbe trovato l’ampio consenso trasversale che si è registrato in consiglio regionale. E, con ogni evidenza, non sarebbe nemmeno passato al vaglio della Corte costituzionale.
Chiarite le premesse, la vera questione in gioco è

capire a quale Veneto si pensa e in quale Italia.

In questo senso il quesito referendario non offre alcuna indicazione, anzi. Così come è stato formulato appare scontato e quasi banale, mentre la vera partita è capire a quale autonomia si pensi per la nostra regione e con quale stile di relazioni con il governo centrale e le altre regioni la si intenda realizzare.
Il mondo cattolico ha da sempre nella sussidiarietà uno degli elementi fondamentali del suo patrimonio culturale e valoriale, come scelta di riconoscimento e valorizzazione dei corpi intermedi. È questo anche un riferimento chiaro al modo in cui, come cattolici, intendiamo partecipare alla vita dell’Italia, sicuri come siamo che la cooperazione con gli altri soggetti istituzionali e sociali sia la strada obbligata per camminare come paese e come regione. In questo senso l’autonomia significa assunzione di responsabilità piena nei confronti delle proprie comunità locali e al tempo stesso della comunità nazionale, non certo il chiudersi in un dorato ed egoistico isolamento, come qualcuno paventa.
Ma per declinare l’autonomia in modo corretto, servono due elementi di base: la consapevolezza delle proprie capacità e possibilità, e il riconoscimento del fondamentale patto di solidarietà con il resto del paese. Ecco perché ci auguriamo che il referendum sia un passaggio di maturità per il nostro Veneto in cui uscire da certo (antipatico) rivendicazionismo che ci caratterizza (a ragione o a torto) da molto (troppo) tempo davanti agli altri italiani, riconoscendo accanto alle nostre ragioni anche i nostri limiti. Perché lo scandalo Mose, la vicenda delle banche popolari, la Pedemontana – solo per citare tre esempi recenti – dicono che il Veneto non è solo lavoro, efficienza e onestà, ma una regione che ha bisogno di guardare con coraggio e senza ipocrisie anche ai suoi limiti, compresi quelli di natura etica.
Se il referendum supererà il quorum e il sì vincerà, capiremo fin dall’inizio, da come sarà impostato il lavoro di confronto e la trattativa con lo stato, che strada si intende seguire. Al netto delle promesse propagandistiche, che non sono mancate mai, in nessuna fase elettorale,

sarà importante capire da dove si partirà per chiedere maggiore autonomia,

quali saranno le materie che per prime diventeranno oggetto di trattativa.
Ma oltre ai contenuti c’è anche uno stile, un metodo che non può non starci a cuore, ed è quello della massima partecipazione. Vogliamo credere che nel cammino – che sarà necessariamente lungo e impegnativo – di precisazione dell’autonomia possibile e auspicabile sarà coinvolto tutto il Veneto, in tutte le sue dimensioni: politica, sociale, culturale, economica, religiosa. La partita è troppo importante per ridurla a una delle tante battaglie a sfondo elettorale, e queste ultime settimane che ci separano dal voto speriamo vedano esprimere chiara, da parte di tutti, questa consapevolezza. Perché se il cammino dell’autonomia sarà “marchiato” dal simbolo di un partito, è facile già da oggi prevedere che si trasformerà in una grande occasione sprecata. Se invece il percorso autonomista avrà ben riconoscibile il marchio del Veneto, sullo sfondo della bandiera italiana, potrà essere davvero credibile, fattibile, condivisibile. E, forse, saprà indicare all’intero Paese una strada possibile per disegnare un futuro migliore.

(*) direttore “La Difesa del popolo” (Padova)
(**) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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