Giovani e lavoro: cosa possono fare gli adulti?

I numeri sono impietosi: le competenze più elevate (e più richieste) in Italia toccano il 23% della popolazione contro il 32% della media Ue. Per il capitale umano siamo 35esimi su un campione di 130 paesi e siamo soltanto il 103esimo paese per tasso di attività nella fascia di età 25-54

Il tema del lavoro dei giovani, in Italia, continua ad essere al centro di studi e ricerche di varia natura e, sopratutto, chiave di lettura dello stato di salute del nostro paese. Mi sembra che quest’ultimo elemento possa rappresentare un’angolatura nuova ed efficace con la quale affrontare un tema da sempre dibattuto ma, forse, troppo poco contestualizzato.
I recenti studi prodotti dalle Acli per il convegno di studi nazionali di Napoli, ma anche i dati Istat sulle competenze digitali, raffrontati con le analisi di Confindustria sulle richieste delle imprese, ormai sempre più impegnate con gli sviluppi di Industria 4.0, mi sembra evidenzino difficoltà già ampiamente denunciate a cui, con grande fatica, riusciamo a dare risposte concrete.

Il mercato del lavoro, sopratutto per i giovani, viaggia apparentemente su un binario distante e, purtroppo, parallelo in termini di trasparenza e adeguatezza dei percorsi formativi e si scontra spesso con un’atavica resistenza al cambiamento tipica delle classi dirigenti del nostro Paese.

I numeri sono impietosi: le competenze più elevate (e più richieste) in Italia toccano il 23% della popolazione contro il 32% della media Ue. Per il capitale umano siamo 35esimi su un campione di 130 paesi e siamo soltanto il 103esimo paese per tasso di attività nella fascia di età 25-54. Più che raddoppiata ormai la propensione a lasciare l’Italia per lavorare all’estero, dove, a parità di competenze, i percorsi professionali risultano assolutamente più interessanti in termini di retribuzioni e, sopratutto, di crescita. Gli italiani, tra 20 e 40 anni, nell’anno della Brexit, si sono sposati ancora in Gran Bretagna, che ha registrato un incredibile boom di “arrivi”, ma sono aumentati anche in Australia e Irlanda. L’Italia, come paese di provenienza di immigrazione, verso il resto del mondo, segue soltanto la Cina, la Siria, Romania, Polonia, India, Messico, Vietnam e Afganistan. Altro dato Istat rilevantissimo è che nel 2002 le competenze degli italiani che lasciavano il paese erano così distribuite: 51% istruzione media, 37,1% secondaria, 11,9% laurea. Nel 2013: 34,6% istruzione media, 34,8% superiore e 30% laurea. Se si considera il costo stimato in termini d’investimento economico per raggiungere tali livelli formativi (90.000 euro per il diploma, 158.000 per la laurea triennale e 170.000 euro per la laurea quinquennale), appare evidente come la perdita risulti di una gravità enorme. Ultimo dato interessante è che la regione d’Italia con più espatri è risultata essere proprio la Lombardia (il doppio delle altre regioni).
I giovani, quindi, se ne vanno molto consapevolmente, partendo anche da territori ricchi e puntando paesi che hanno affrontato, fino a qualche mese fa, crisi peggiori della nostra, uscendone però rafforzati. L’interesse delle risorse più fresche e dinamiche del nostro paese, quelle su cui dovremmo concentrare ogni sforzo, attirandole magari anche dall’estero invece di favorirne la partenza, non sembra essere indirizzato verso soluzioni professionali “comode” o ben retribuite, ma verso modelli di vita più sostenibili e sopratutto in grado di garantire una coerente mobilità sociale e la giusta crescita professionale. L’Italia, oggi, non garantisce tali condizioni “appesantita” come è, dalla scarsissima trasparenza che caratterizza i processi decisionali più importanti e, ancora, afflitta da endemiche resistenze al cambiamento.

Ancora troppe le rendite di posizione, difese con ogni mezzo, ed una ridicola resistenza ad accogliere e promuovere i processi d’innovazione che servono al paese.

Gli adulti hanno, in questo momento, la possibilità di farsi un grande favore: riscattare se stessi entrando in sintonia con questo vitale movimento. Accettare la fluidità degli attuali processi di crescita e di sviluppo (e delle nuove competenze necessarie a realizzarli) e trasformala in un processo inclusivo e non lacerante. Dobbiamo creare e sostenere le condizioni perché il lavoro delle nuove generazioni diventi un “paradigma del nuovo mondo” fatto di diritti sostenibili e diffusi, di libertà e sviluppo umano, innovazione e accoglienza. Mi sento di dire che il problema del lavoro dei giovani, pur non sfuggendo all’impellente necessità di concretezza (politiche del lavoro adeguate) e lungimiranza (capacità d’investire seriamente nell’innovazione e nelle reti di sviluppo delle idee che, anch’esse, oggi migrano verso altri paesi) sia anche l’immagine plastica della sfida dell’uomo moderno, in bilico tra se stesso ed un mondo “minaccioso ed impaurito” che rafforza l’opacità e la corruzione dei processi economici, finalizzando tutto alla tutela d’interessi parziali.
L’Italia, però, anche grazie ai giovani, non è più solo l’Italia: il mondo intorno ci dice che chi sarà capace di agganciare questi processi, e non solo di subirli opponendo vane resistenze, potrà dire di aver cambiato radicalmente il Paese.
Tutto il resto è noia!

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