Tante case vuote in Italia, ma l’emergenza abitativa cresce. Falotico (Sicet): “Manca una politica di sistema”

Guardando soltanto ai prossimi mesi sono circa 160mila le famiglie che attendono l'esecuzione dello sfratto e che le liste d'attesa per un alloggio popolare sono infinite, anche di molti anni, con il corollario di abusi e di illeciti che una situazione del genere finisce per innescare

Oltre 7 milioni di alloggi vuoti, secondo l’ultimo censimento Istat. Anche a togliere le seconde case per le vacanze, si sfiorano comunque i 3 milioni. Sono numeri che rendono un paradosso l’emergenza abitativa che affligge il nostro Paese. Basti pensare che guardando soltanto ai prossimi mesi sono circa 160mila le famiglie che attendono l’esecuzione dello sfratto e che le liste d’attesa per un alloggio popolare sono infinite, anche di molti anni, con il corollario di abusi e di illeciti che una situazione del genere finisce per innescare. Di tutto questo abbiamo parlato con Nino Falotico, da giugno segretario generale nazionale del Sicet – il Sindacato inquilini casa e territorio, collegato alla Cisl – che chiama in causa il governo, ma ritiene necessaria una “grande alleanza” per la casa.

Segretario, tante case vuote, tanta domanda di abitare. Cosa sta succedendo?
Per capire dobbiamo partire dalla coda lunga della crisi economica e da alcuni dati: meno dieci punti di Pil e 2 milioni di posti di lavoro persi hanno significato più povertà e disuguaglianza sociale, più debiti e meno consumi. È dentro questo scenario che dobbiamo collocare la drammatica realtà dell’emergenza casa che non riguarda tutti ma solo le fasce più povere della popolazione.

Sulla casa si stanno polarizzando le disuguaglianze sociali: da una parte i ricchi con seconde, terze e quarte case, dall’altra chi non ha i soldi per mettersi un tetto sulla testa.

Ecco perché abbiamo tante case vuote e allo stesso tempo tanta fame di case, fenomeno che assume dimensioni devastanti nei grandi centri urbani e che sta prendendo piede anche nelle periferie. Come Sicet diciamo che la madre di tutte le questioni è che da troppo tempo manca nel nostro paese una politica abitativa di sistema e quel poco che si fa è sull’onda delle emergenze, come il caso dello sgombero a Roma. Bisogna capire che questi problemi non si gestiscono con la polizia ma con gli enti locali e le forze sociali che rappresentano gli inquilini e i proprietari.

A che punto è l’edilizia popolare e che cosa fa o può fare il governo sul tema della casa? Che fine ha fatto l’housing sociale?
Parliamoci chiaro, il progetto dell’housing sociale è fallito per responsabilità dei governi che si sono avvicendati in questi anni i quali non hanno creduto e non hanno realizzato una politica di investimenti sul tema dell’abitare. Basti pensare che nel 2016 le risorse destinate all’edilizia popolare sono state pari a zero e che sulla prossima legge di stabilità si naviga a vista. Non conosciamo quali siano le intenzioni del governo, né è stato convocato alcun tavolo con le organizzazioni di rappresentanza degli inquilini, tant’è che in questi giorni stiamo interloquendo con i sindacati e i rappresentanti datoriali per chiedere la convocazione di un tavolo al ministero delle Infrastrutture. Intanto, ribadiamo la nostra richiesta al governo Gentiloni di concentrare le deleghe dell’abitare nelle competenze di un unico specifico sottosegretario, oggi non è così.

Ora quali sono le priorità da affrontare?
La politica deve capire che se non gestita l’emergenza casa può diventare una vera bomba sociale, quindi dobbiamo fare qualcosa oggi e non aspettare domani.

Servono subito almeno 500 milioni di euro per il fondo di sostegno alle locazioni.

Poi dobbiamo affrontare la questione del fondo per le morosità incolpevoli: così com’è non funziona. Bisogna rendere questa misura più accessibile e meno vincolante intervenendo a monte del problema e non ex post, anche perché parliamo di persone che spesso non sono nelle condizioni di restituire il contributo e si indebitano con lo Stato. Infine, bisogna invertire la tendenza e riprendere a investire in edilizia popolare, partendo dalla ristrutturazione del patrimonio abitativo esistente che può essere subito riassegnato con le graduatorie vigenti.

E il Sicet come si sta muovendo?
Il Sicet vuole lavorare in modo unitario con i sindacati più rappresentativi degli inquilini e collaborare in maniera leale con le organizzazioni dei proprietari, partendo dal presupposto che tuteliamo interessi spesso in conflitto. Però la cooperazione tra i corpi intermedi di settore non basta perché sul tema della casa il pubblico non può fare il convitato di pietra. Serve, dunque, una grande alleanza con coloro che, insieme a noi, sono stati lasciati da soli in trincea, mi riferisco agli enti locali, a partire dai Comuni, all’Anci, alla conferenza Stato-Regioni. Devo dire che nonostante tutto siamo fiduciosi e apprezziamo alcuni passi, benché insufficienti, fatti dal governo Gentiloni, come mettere a disposizione gli edifici pubblici per rispondere all’emergenza abitativa. Questo però non basta e se non ci saranno risposte adeguate alle nostre rivendicazioni, siamo pronti a lanciare una grande mobilitazione sociale.

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