L’umana ricchezza: il lavoro tra ricerca di senso e nuove competenze

Nel mondo cattolico e del volontariato esiste una tradizione molto robusta di attività che contribuiscono ad accrescere le soft-skills: si va dall’oratorio, alle attività di animazione, di servizio, di crescita in gruppo, ecc.

Uno dei fenomeni più preoccupanti che sta attraversando l’Italia e più in generale i Paesi occidentali, è quello della disoccupazione e in particolare di quella giovanile.
Di fronte a questa situazione, e alle sfide che essa pone nel breve e nel lungo periodo, come Facoltà Auxilium e in preparazione alla 48ma Settimana Sociale, ci si è interrogati su come aiutare i giovani ad affrontare il mondo del lavoro, su come fornire loro alcuni strumenti utili (clicca qui).
La riflessione è partita dalla comprensione di che cosa è il lavoro umano, inteso come vocazione e come espressione della dignità della persona, che partecipa alla creazione di Dio, promuove se stessa e la società, in quello spazio di incontro tra la nostra umanità e quella degli altri. La concretezza dei tempi che stiamo vivendo ci ha messi subito di fronte alla domanda su come aiutare i giovani a proporsi, con tutte le loro potenzialità, nel mondo del lavoro.
Ci è stata di aiuto, tra gli altri, la professoressa Maria Cinque che ha illustrato l’importanza delle soft skills e delle competenze trasversali per prepararsi a riuscire bene nella vita e nel lavoro. Infatti numerose ricerche hanno evidenziato che

le maggiori difficoltà che i giovani incontrano nell’inserimento nel mondo del lavoro non sono legate a carenze cognitive o tecniche, bensì a stare adeguatamente in un contesto lavorativo, a saper analizzare e risolvere un problema, a saper comunicare in maniera assertiva, a saper gestire le proprie emozioni.

Si tratta, cioè, di problemi legate alle soft-skills.
Le competenze trasversali non sono doti naturali, ma come tutte le competenze, sono da apprendere e sviluppare in un tempo in cui “il lavoro che non c’è” spinge ad atteggiamenti proattivi per accettare le sfide del contesto, giocare con le sue regole, liberarsi dai condizionamenti del contingente per migliorare se stessi nella scoperta di sempre nuove potenzialità.
L’educazione informale e non formale è fondamentale per lo sviluppo delle soft-skills, oggi riconosciute come competenze importanti per la fioritura umana, per la valorizzazione dei talenti e per la realizzazione in ambito lavorativo. Nel primo rapporto dell’High Level Group on the Modernisation of Higher Education, dal titolo Improving the quality of teaching and learning in Europe’s higher education institutions (2013), lo sviluppo delle soft skills è indicato come fondamentale e implementabile attraverso attività extracurriculari di vario tipo. In un momento in cui molti si interrogano su come aiutare i giovani a sviluppare le competenze trasversali, è importante notare che

nel mondo cattolico e del volontariato esiste una tradizione molto robusta di attività che contribuiscono ad accrescere le soft-skills: si va dall’oratorio, alle attività di animazione, di servizio, di crescita in gruppo, ecc.

Certo, aver fatto delle esperienze non significa aver acquisito delle competenze. C’è bisogno di chi aiuti i giovani a rileggere quelle esperienze, comprendendo in che cosa li aiutano a crescere e quali capacità e competenze si possono sviluppare a partire da esse.
Questo patrimonio andrebbe messo a frutto, riconosciuto e valorizzato, e direi anche certificato, come parte integrante di una formazione che fa la differenza, contribuendo a far crescere persone solide in una società sempre più liquida.

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