Gargano insanguinato. Mons. Castoro: “Questa terra ha bisogno di Vangelo e testimoni credibili”

Quattro morti a San Marco in Lamis, fra cui due ignari contadini. L'arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo riflette sulla realtà locale a partire dalla cronaca nera. La criminalità rovina una terra potenzialmente ricca e una società vivace. "Qui ognuno cerca di fare la sua parte. Non possiamo arrenderci". Il ruolo delle istituzioni, i compiti di una Chiesa "missionaria", aperta, "in uscita"

Una violenza sfacciata, assurda, senza misura, che insanguina una terra bella e potenzialmente ricca. Una strage che interpella nuovamente – e con urgenza – le coscienze, perché al male si risponda con il bene, con una ritrovata speranza. I quattro morti di ieri a San Marco in Lamis confermano che la criminalità organizzata non dà pace al Gargano. “La dinamica dei fatti appare ormai piuttosto chiara. Si parla di un regolamento di conti in cui, però, hanno perso la vita anche due contadini, due vittime innocenti. Questa volta, come già accaduto in passato, il delitto appare ancora più grave”: mons. Michele Castoro, arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, riflette a partire dalla cronaca, anche per richiamare le istituzioni e la Chiesa stessa a un’azione decisa e coraggiosa “per il futuro della nostra gente”.

Monsignore, siamo di fronte a un nuovo regolamento di conti, un fatto di sangue che si aggiunge a una lunga scia di vendette e omicidi…
Certo, l’episodio di ieri dimostra un’altra volta che la violenza non riguarda solo poche famiglie impegnate in una faida atavica, una vera e propria guerra attorno a interessi economici illeciti, droga, malaffare. Dev’essere chiaro che questa criminalità non guarda in faccia a nessuno: essa attraversa la nostra società, colpisce tutto il territorio, producendo solo male e ulteriore odio. Così il Gargano, la “montagna sacra” che ospita il santuario di San Michele Arcangelo e quello dedicato a San Pio, vede scorrere sangue dappertutto. Per questo non possiamo arrenderci.

Molti osservatori sostengono che lo Stato e le istituzioni siano assenti. Cosa ne pensa?
Lo Stato, le istituzioni, le forze dell’ordine sono presenti e attivi. Magari lo potrebbero essere anche in forme più visibili ed efficaci, in modo da rassicurare la realtà locale. Ma di certo qui ognuno cerca di fare responsabilmente la propria parte. C’è una realtà viva, fatta di lavoro, di volontariato, di fede, che va sostenuta e affiancata.

E la Chiesa locale?
Come comunità cristiana ci sentiamo fortemente interpellati da quanto accade attorno a noi. Del resto diocesi, parrocchie, associazioni rappresentano realtà vivaci, impegnate nella formazione dei giovani e nel sociale; ad esempio in questi mesi è tutto un fermento di “grest” e campi-scuola, di iniziative di socializzazione e di cultura, oltre che di spiritualità. Al contempo sappiamo che

non possiamo più accontentarci di una pastorale di conservazione: occorre una pastorale missionaria

con i tratti di una “Chiesa in uscita”, come richiama Papa Francesco. Dobbiamo farci avanti, intercettare quella parte di popolazione che si dimostra indifferente alla fede, che sembra aver chiuso ogni rapporto con la Chiesa. Si tratta di instaurare un dialogo basato su incontro e fratellanza. Di questo hanno bisogno le nostre terre: che le forze vive e buone della società procedano insieme.

È un richiamo a valori positivi e testimonianze limpide che facciano da contraltare al male e all’odio?
Esattamente. Bisogna portare nella società i valori del vangelo: il perdono, la misericordia, la giustizia, la pace. La Buona Notizia deve percorrere le strade delle nostre città con la testimonianza di cristiani autentici e credibili, aperti al dialogo, costruttivi. Perché nel Vangelo troviamo insegnamenti condivisibili che hanno anche valore civile. Come diceva don Bosco: non si può essere buoni cristiani se non si è onesti cittadini.

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