Diario di Marco Pedde, malato di Sla: migranti ed etnocentrismo

C'è bisogno di una consapevolezza: è necessario considerare gli “altri” non come alternativa a “noi” ma alternativa per “noi”, vale a dire, imparare a comprendere ciò che non possiamo accettare nella direzione di un accresciuto orizzonte culturale

La prima volta che incontrai il termine etnocentrismo fu durante lo studio della sociologia. Il suo significato catturò la mia attenzione e mi ripromisi di approfondirlo successivamente. In seguito, però, una volta finiti gli studi universitari e inseritomi nel mondo del lavoro, quella promessa fatta anni prima svanì nel dimenticatoio, ma rimase in qualche angolo nella mia mente e riaffiorava ogni qualvolta ne sentivo parlare.

La definizione comune di “etnocentrismo” risale al 1906 quando il sociologo William Graham Sumner scrisse: “È il termine tecnico che designa una concezione per la quale il proprio gruppo è considerato il centro di ogni cosa, e tutti gli altri sono classificati e valutati in rapporto ad esso. I costumi di gruppo sono vincolati a questa concezione, sia nella loro relazione interna che nella relazione esterna. Ogni gruppo alimenta il suo orgoglio e la sua vanità, proclama la sua superiorità, esalta le proprie divinità e considera con disprezzo gli stranieri. Ogni gruppo ritiene che i propri costumi siano gli unici giusti e se osserva che altri gruppi hanno costumi diversi, li considera con disprezzo. Il fatto più importante è che l’etnocentrismo conduce un popolo a esagerare e a intensificare tutti quegli elementi dei suoi costumi che sono peculiari e che lo differenziano dagli altri. Di conseguenza l’etnocentrismo rafforza i costumi di gruppo”.

Graham Sumner, insomma, sostiene che l’Occidente è dunque il centro di riferimento e la “unità di misura”, nello studio delle differenze culturali. Nonostante questa definizione risalga all’inizio del secolo scorso, il suo significato è quanto mai attuale.

La civiltà occidentale, pur con diverse sfumature, si è sempre arrogata la rivendicazione più o meno accentuata, esplicita e convinta delle qualità autenticamente umane della propria cultura, classificando e relegando gli altri in un’unica categoria, o in un numero molto ristretto di categorie, a cui non si riconoscono gli attributi che caratterizzano la vera umanità.

In poche parole si è auto-attribuita l’esclusiva di umanità.

Nel tempo, al termine di “etnocentrismo”, strettamente legato a una società chiusa, tradizionale, si è sostituito quello di “noi-centrismo” che possiamo far coincidere con un’area di interazione sociale ove si riconosce una omogeneità culturale e linguistica che non necessariamente corrisponde ai confini geografici e politici.
Questa area di interazione sociale la possiamo identificare nei Paesi occidentali. Credo che la sostanza non cambi.
Vi è sempre la presunzione di supremazia della propria cultura verso le altre che si esprime in giudizi e azioni. Infatti assistiamo quotidianamente al consolidarsi di fenomeni di discriminazione per razza, per religione e, in questi ultimi anni, si sta diffondendo la paura dello straniero (Xenofobia).

C’è bisogno di una consapevolezza: è necessario considerare gli “altri” non come alternativa a “noi” ma alternativa per “noi”, vale a dire, imparare a comprendere ciò che non possiamo accettare nella direzione di un accresciuto orizzonte culturale.

La diversità e il suo studio servono a capire ciò che ci sta di fronte, senza annullare le nostre identità, nel rispetto delle identità altrui. La comune umanità si realizza attraverso e non malgrado le differenze.

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