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Ong, polemiche e morti: la vita dei migranti, prima di ogni cosa

Nuovi morti, già 250, tappezzano i fondali del Mare Nostro. Ma c’è un morto, subito dimenticato, che si aggiunge a questa lista di “martiri delle migrazioni”, che ancora di più provoca la nostra coscienza: il giovane richiedente asilo maliano suicida sul traliccio del ponte della stazione di Milano. Tutti questi morti, in mare e in stazione, chiedono non di indebolire, ma di rafforzare alcune azioni a tutela della dignità e della vita delle persone forzatamente migranti

Mentre non si fermano le polemiche politiche sull’aiuto sussidiario delle navi delle dieci Ong nel Mediterraneo, nuovi morti, già 250, tappezzano i fondali del Mare Nostro. Ancora una volta i più deboli, donne e bambini in cerca di un futuro migliore, sono tra le vittime più numerose, che portano a oltre 1.300 i morti nel Mediterraneo in questi primi mesi dell’anno. Ma c’è un morto, subito dimenticato, che si aggiunge a questa lista di “martiri delle migrazioni”, che ancora di più provoca la nostra coscienza: il giovane richiedente asilo maliano suicida sul traliccio del ponte della stazione di Milano, dedicata alla Madre degli emigranti, s. Francesca Cabrini. Il trentunenne maliano attendeva da un anno e mezzo la risposta alla sua domanda di protezione internazionale.

Tutti questi morti, in mare e in stazione, chiedono non di indebolire, ma di rafforzare alcune azioni a tutela della dignità e della vita delle persone forzatamente migranti. Queste morti chiedono di estendere il controllo e il salvataggio nel Mediterraneo come prima e costante azione finché il Mare Nostro resterà l’unica via di fuga per le persone migranti.

Chiedono, questi morti, un impegno deciso e immediato per e con la Libia, per e con i Paesi dell’Africa orientale e subsahariana, per una sicurezza nei loro Paesi e nei viaggi dai loro Paesi, oggi abbandonati ai trafficanti di esseri umani e a multinazionali senza scrupoli. Si tratta di allargare l’esperienza di corridoi e canali umanitari che le esperienze già in atto dicono possibili e che vedono l’impegno congiunto di istituzioni, società civile e Chiese. Chiedono ancora, questi morti, più sicurezza sociale per i migranti accolti in Italia e in Europa, perché per mesi e per anni non subiscano nuove umiliazioni e privazioni.

Questi morti gridano pace,

in Medio Oriente, in Africa e in 35 Paesi del mondo da cui sono fuggiti lo scorso anno 8 milioni di persone, per non morire sotto le bombe e per le armi sempre di più vendute dai Paesi europei. Chiedono e gridano, insomma, questi morti, che la nostra democrazia italiana ed europea non sia travolta e stravolta da chiusure, egoismi, populismi e nazionalismi. Lo aveva ricordato Papa Francesco ai capi di Stato e di Governo dell’Ue, in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma, il 24 marzo scorso: “Oggi l’Unione europea ha bisogno di riscoprire il senso di essere anzitutto ‘comunità’ di persone e di popoli… L’Europa ritrova speranza quando non si chiude nella paura di false sicurezze. Al contrario, la sua storia è fortemente determinata dall’incontro con altri popoli e culture e la sua identità è sempre stata un’identità dinamica e multiculturale… Non ci si può limitare a gestire la grave crisi migratoria di questi anni come fosse solo un problema numerico, economico o di sicurezza”. Ogni vita ha lo stesso valore, soprattutto in una democrazia fondata sulla libertà, sull’uguaglianza e sulla fraternità.

Dimenticare questi principi significa tornare alla barbarie.

(*) arcivescovo di Ferrara-Comacchio e direttore Generale della Fondazione Migrantes

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