Diario di Marco Pedde, malato di Sla: il nostro terzo tempo

Ecco lo spirito che mi accompagna nelle trasferte dove il mio “trono” a batteria mi consente di far festa comodamente seduto e senza pensare che stai respirando grazie a un ventilatore portatile...

Domenica 5 marzo avrei dovuto assistere alla partita Cagliari-Inter, ma purtroppo qualche lineetta di febbre mi ha costretto a rimanere inchiodato sul mio letto dove per la verità trascorro gran parte del mio tempo in compagnia della Sla, mia compagna di vita da sette anni.
Ovviamente, da tifoso di lunga data, mi sono messo comodo e, purtroppo, ho assistito in tv alla brutta sconfitta per 5 a 1 dei rossoblù.

Una grande delusione che prima dell’arrivo della sclerosi laterale amiotrofica, avrebbe condizionato a lungo il mio umore, ma con il passare del tempo capisci che sono ben altre le delusioni che ti fanno stare male. E non per una sola giornata…

Torniamo a quella domenica. Mi è dispiaciuto non tanto il risultato, frutto di un gioco superficiale che ha caratterizzato questa deludente stagione del Cagliari, ma il non aver assaporato tutto il contorno: la preparazione del viaggio, le soste sulla strada statale 131, vivere l’atmosfera dello stadio gremito.
Se all’inizio ogni spostamento dalla mia casa di Nuoro mi spaventava, adesso non partire mi rattrista. Oggi organizzare le trasferte a Cagliari o a Sassari per seguire la Dinamo, resta sempre un momento di spensierata gioia.

È un’occasione in cui l’unico obiettivo è quello di trascorrere una giornata diversa dalla routine quotidiana e all’insegna della goliardia perché noi barbaricini abbiamo peculiarità che ci contraddistinguono, rendendoci unici: pronti a far festa prima, durante e dopo, ci spostiamo in compagnia portandoci appresso un po’ della nostra tradizione culinaria.

Non mancano mai, infatti, il classico fiasco di vino, un buon pezzo di pane carasau, formaggio e salsiccia, prodotti tipici e genuini del nostro territorio. È questo lo spirito che mi accompagna in queste trasferte dove il mio “trono” a batteria mi consente di far festa comodamente seduto e senza pensare che stai respirando grazie a un ventilatore portatile.

A tal proposito mi piacerebbe ricordare un episodio della primavera 2015, l’anno in cui la Dinamo Sassari vinse il primo scudetto della sua storia. Nel basket la finale scudetto si gioca al meglio delle sette partite. Il Reggio Emilia arrivava a Sassari in vantaggio per 3 a 2: se quel giorno avesse vinto si sarebbe aggiudicata il campionato, mentre noi sardi avevamo la possibilità di andare sul 3 a 3, rinviando la consegna del titolo all’ultima partita, da giocare in Emilia Romagna, come poi avvenne.
Partimmo nel primo pomeriggio, carichi di speranza, ma soprattutto pensando non tanto allo strumento che mi consente di respirare ma a una capace borsa frigo che conteneva il meglio della nostra tradizione culinaria.
A Sassari già l’atmosfera che si respirava fuori il PalaSerradimigni era surreale. Entrare dentro il palazzetto e vederlo colmo di tifosi, far parte di quel coro accomunato da un’unica passione che incitava la squadra per tutta la partita, era qualcosa di spettacolare, da far venire la pelle d’oca. Felici per la vittoria della nostra Dinamo, il meglio lo gustammo nel dopo partita, quello che in gergo si chiama

“terzo tempo”:

rimanemmo fuori fino all’una del mattino, all’interno del piazzale ormai sgombro di auto e persone, festeggiando, spuntinando diciamo noi, alla barbaricina.
Tutto questo non ha prezzo…

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