Referendum costituzionale: il parere di Enzo Di Salvatore, costituzionalista e sostenitore del No

Dopo aver affrontato, in tre puntate, i vari punti del referendum costituzionale, concludiamo il nostro approfondimento con un’intervista doppia a due costituzionalisti, sostenitori del Sì e del No al progetto di riforma. Il primo è Stefano Ceccanti (docente di diritto costituzionale all'università “La Sapienza” di Roma). Il secondo è Enzo Di Salvatore (docente di diritto costituzionale all'Università di Teramo).

Enzo Di Salvatore è professore di diritto costituzionale all’Università di Teramo ed è un sostenitore del No.

Quando si mette mano a una riforma costituzionale come quella sottoposta a referendum, non si hanno in mente solo dei meccanismi giuridici ma anche un’idea di democrazia. A suo giudizio quale idea di democrazia c’è alla base della riforma su cui i cittadini si esprimeranno il 4 dicembre?
La riforma non è funzionale ad affermare alcuna idea di democrazia. Questo è un punto del tutto irrilevante per chi ha scritto la riforma, che concepisce alcune parti della Costituzione del 1947 più come un limite da rimuovere che come un sistema collegato a una certa visione della Comunità politica, da sviluppare e adeguare alle mutate esigenze del tempo presente. Che ciò incida sulla effettiva partecipazione democratica è un fatto trascurabile per i sostenitori del Sì. Basti pensare alle istituzioni territoriali: la potestà legislativa delle Regioni sarà di fatto svuotata; le Province soppresse; il Senato non rappresenterà in modo effettivo i territori.

Lei ha preso posizione per il No a questa riforma. Ritiene che una riforma costituzionale sarebbe stata comunque necessaria o pensa invece che l’attuale assetto della seconda parte della Costituzione avrebbe potuto essere confermato?
A mio parere si sarebbe dovuto porre al centro della riforma il cittadino: da un lato, rendendo autenticamente federale il sistema politico, favorendo un regionalismo “differenziato” e convertendo l’attuale “specialità”: da identità storica in “specialità” di tipo “funzionale”, collegata a problemi regionali comuni e concreti, affinché si potesse giungere ad una diversificazione delle competenze dei territori; dall’altro, valorizzando il piano dei diritti: introducendo i “nuovi diritti” e potenziando lo Stato sociale.

C’è un punto di questa riforma che valuta positivamente nonostante il giudizio negativo sull’insieme?
Il potenziale controllo preventivo di legittimità costituzionale sulle leggi elettorali.

Che scenario immagina per il dopo referendum, nei due esiti possibili?
Dal punto di vista giuridico, se vincerà il Sì si effettuerà un salto nel buio: il verso della riforma dipenderà dagli atti di attuazione e dalla prassi. Basti pensare alla natura del Senato: una questione che il testo della riforma non scioglie. Ciò dipenderà da quello che stabilirà il futuro regolamento parlamentare, che dovrà decidere se sarà possibile organizzarsi in gruppi parlamentari (politici). Se così fosse, si determinerebbe per certo la fine della rappresentanza territoriale. Faccio un esempio: se l’unico consigliere regionale che avrà in Senato la Regione Abruzzo dovesse provenire dalle fila del Partito democratico, la sua iscrizione al gruppo Pd, assieme a quella dei consiglieri Pd provenienti dalle altre Regioni, finirebbe per favorire la rappresentanza del partito e non della Regione di provenienza. D’altra parte, a prescindere dalla questione della possibilità di organizzarsi in gruppi, la presenza di consiglieri provenienti da una stessa Regione, che siano di diversa estrazione politica, non garantirebbe egualmente un risultato diverso. Faccio un altro esempio: gli interessi territoriali della Lombardia sarebbero rappresentati solo dai consiglieri che siano dello stesso “colore” politico dell’organo di governo della Regione. Se questo fosse di centrodestra, il suo indirizzo politico sarebbe seguito sul piano statale unicamente dai consiglieri di centrodestra, essendo scontato che un consigliere Cinquestelle seguirebbe le indicazioni che il Movimento esprimesse sul piano nazionale. Ma altri problemi si porrebbero ancora, come ad esempio il rischio di “stallo” per l’approvazione delle leggi bicamerali qualora le due Camere dovessero costituirsi con maggioranze politiche diverse: un problema che potrebbe spingere il Senato ad utilizzare i suoi poteri in modo ostruzionistico e che in alcuni casi rilevanti (come ad esempio per le leggi costituzionali di attuazione delle disposizioni della Costituzione) potrebbe rendere inattuato il sistema: tanto più che in Senato il Governo non potrebbe neppure porre la questione di fiducia. Se vincerà il No, invece, non cambierà assolutamente niente. Chiaro è che, dal punto di vista politico, la vittoria del Sì o del No potrebbe, invece, cambiare molte cose. La riforma ha già spaccato politicamente il Paese. Ma qui occorrerebbe avere la sfera di cristallo per capire cosa potrebbe accadere.

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