Affido: dati vecchi e famiglie lasciate sole

Quanti sono i minori fuori famiglia in Italia? Quanti sono accolti in famiglie affidatarie e quanti da comunità educative? E le famiglie che accolgono si trovano da sole ad affrontare questo cammino non sempre semplice? Sono alcuni degli interrogativi che abbiamo rivolto a Liviana Marelli (Cnca), Frida Tonizzo (Anfaa) e Marco Griffini (Aibi)

Negli ultimi anni è stato frequente l’allarme lanciato dalle associazioni sulla crisi delle adozioni. Ma c’è anche un altro modo per accogliere un bambino in difficoltà, di cui forse si parla meno, ma ugualmente importante: l’affido. Ma quali sono le criticità dell’affido oggi in Italia?

Dati vecchi. “Più volte abbiamo denunciato la carenza di dati certi, completi e fra loro comparabili in riferimento alla complessa situazione dei minori fuori famiglia d’origine. In più, gli ultimi dati disponibili, forniti dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, sono fermi al 31 dicembre 2012.

È evidente che non si può ragionare su dati così vecchi sul piano delle previsioni e delle politiche”,

sostiene Liviana Marelli, responsabile infanzia, adolescenza e famiglie del Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza). D’altra parte, “i dati forniti dalle Regioni al ministero sui minori fuori famiglia sono raccolti con criteri disomogenei. Il ministero ha predisposto un unico sistema di rilevazione (Sinba – Sistema informativo nazionale sulla cura e la protezione dei bambini e delle loro famiglie) su tutto il territorio nazionale, ma le Regioni non sono obbligate a usarlo”. Secondo i dati del ministero, al 31 dicembre 2012 erano 6.750 i minorenni affidati a parenti e 7.444 quelli affidati a terzi. Il totale dei minorenni in affidamento era dunque di 14.194, di poco inferiore ai 14.255 inseriti nei servizi residenziali. “In alcune Regioni quelli a parenti raggiungono percentuali molto elevate (ad esempio, 72,6% in Puglia, 84,7% Basilicata, 61,3% in Campania…); continuano, però, a mancare su questi affidamenti degli approfondimenti specifici, quanto mai necessari anche per avere elementi di analisi significativi e utili per una loro più corretta valutazione”, ricorda Frida Tonizzo, consigliera nazionale dell’Anfaa (Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie), che stigmatizza “anche il ridotto numero dei minorenni di età compresa tra gli 0 e i 2 anni affidati rispetto a quelli inseriti in comunità (sono solo il 35,8%), nonostante siano conosciute da decenni le conseguenze negative sullo sviluppo del bambino della carenza/deprivazione di cure familiari nei primi anni di vita”. In generale, per Marco Griffini, presidente di Aibi (Amici dei bambini), “è problematico che la metà dei minori fuori famiglia siano accolti in comunità educative, perché, dal punto di vista della relazione, un bambino deve stare in una famiglia. Le associazioni di famiglie, in primo luogo quelle cattoliche, hanno voluto la legge 149 del 2000 che ha previsto nel 2006 la chiusura degli istituti con un numero superiore di 12 minori, ma sono rimaste le comunità educative. Il nostro obiettivo era che tutti i bambini fossero accolti in famiglia;

la collocazione nella comunità educativa avrebbe dovuto essere un’eccezione, ma non è stato così”.

L’importanza di un progetto. “Gli affidi a lungo termine sono oggi una realtà molto presente – dice Marelli -: la metà degli affidi supera oggi i 24 mesi e non è detto che sia un fatto negativo. Il Tavolo nazionale affido, di cui il Cnca fa parte, continua a dire che l’affido a lungo termine può essere un progetto adeguato purché sia accompagnato e gestito e non ci sia una dimenticanza del servizio inviante”. Concorda Tonizzo: “Un affidamento non può essere giudicato riuscito o meno solo in base alla sua durata e al rientro o meno del bambino nella sua famiglia d’origine. Un buon affidamento è tale se risponde alle reali esigenze del bambino e della sua famiglia, se aiuta il minore nella sua crescita mantenendo e, per quanto possibile, rinforzando i legami del bambino con la famiglia d’origine”.

Ci sono famiglie aperte a questo tipo di accoglienza? “Nel Sud la disponibilità all’affido è meno sostenuta – ammette Marelli -. Per questo

è nata la campagna ‘Donare Futuro’, in otto regioni d’Italia: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Molise, Puglia e Sicilia.

In queste regioni, infatti, c’è una percentuale più bassa di minorenni in affido rispetto a quelli in comunità”. Le motivazioni sono diverse: “Oltre a incidere la situazione sociale ed economica più pesante, c’è un sempre minore investimento di risorse pubbliche nei servizi di tutela e affido, che lavorano maggiormente sull’emergenza. Di conseguenza la promozione, la sensibilizzazione e la costruzione di reti sono lasciate molto alla disponibilità delle realtà di cooperazione, di terzo settore e di associazioni che in proprio si preoccupano di implementare una cultura dell’affido, ma non è sufficiente”. Non solo: “Sempre più spesso sono previsti affidi di tipo riparativo, con minori grandicelli con un vissuto pesante e grave. Spesso le famiglie si ritrovano sole a gestire situazioni complicate, avendo gli assistenti sociali carichi di lavoro eccessivi.

Ma l’affido familiare regge se la famiglia non è sola”.

L’affido a famiglie farebbe anche risparmiare: “Le famiglie affidatarie – precisa il presidente dell’Aibi – prendono in media 400 euro al mese, mentre un bambino in comunità costa 90/150 euro al giorno.

Nel primo caso abbiamo una miglior qualità di accoglienza a minor costo”.

Griffini lancia anche una proposta: “Il privato sociale si deve limitare a preparare le famiglie, per poi ‘consegnarle’ ai servizi pubblici, unici titolari in Italia dell’affido. Ma questa esclusività oggi non ha senso. Molte volte le due realtà non si parlano: noi abbiamo le famiglie e loro i bambini”. Di qui “alcune proposte di legge del privato sociale per gestire l’affido come si fa con le adozioni internazionali, ma non siamo ancora riusciti a colmare questo gap”.

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