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Femminicidio. Verso un osservatorio europeo tra crisi di identità e “questione maschile”

Un osservatorio europeo sul femminicidio. È il progetto al quale sta lavorando un network di 32 Paesi per studiare il fenomeno e scambiare buone pratiche di prevenzione e contrasto. In Italia, nazione a basso "rischio omicidiario" ma dove una donna viene uccisa ogni due/tre giorni dal partner, secondo la sociologa Consuelo Corradi, coordinatrice di una ricerca europea, esiste un vuoto di identità maschile. Intanto i centri antiviolenza annaspano in attesa dei finanziamenti promessi

Un Osservatorio europeo sul femminicidio. È il progetto al quale sta lavorando una rete Cost (Cooperation in Science and Technology) di 32 Paesi europei. Le sociologhe Consuelo Corradi, studiosa di violenza come fenomeno sociale e contro le donne, e prorettore dell’Università Lumsa di Roma, e Shalva Weil (Hebrew University of Jesusalem), hanno coordinato la ricerca “Femicide across Europe”, presentata nei giorni scorsi a Vienna in occasione del Forum of Sociology e che segue i dati diffusi da Eurostat, secondo i quali in Europa circa 13 milioni di donne l’anno sono vittime di schiaffi, aggressioni, tentati omicidi; fenomeno intensificatosi negli ultimi sei anni e che uno studio dell’Università di Monaco spiega anche con l’aumento della disoccupazione e il conseguente incremento di frustrazione e insicurezza maschile.

Dall’indagine “Femicide across Europe” emerge che in Italia il cosiddetto “rischio omicidiario” (indicatore stabilito dall’Onu per misurare la violenza) è basso, meno di 1 per milione di abitanti, simile a quello di Germania e Olanda e pari alla metà della media continentale (2/1.000.000). Solo quattro Paesi europei (Slovenia, Germania, Malta e Austria) hanno tassi inferiori, “eppure – ci spiega Consuelo Corradi – nel nostro Paese ogni 2-3 giorni una donna viene uccisa dal partner, analogamente a quanto accade in Inghilterra e Spagna”. Nell’Europa occidentale la maglia nera va al Portogallo con 4-6 donne uccise per milione; decisa impennata nell’Europa dell’est con punte di 20 donne ogni milione. “Il confronto internazionale – sottolinea Corradi – dimostra tuttavia che è possibile prevenire questa ecatombe fatta per lo più di morti annunciate”. Di qui il progetto al quale sta lavorando il network europeo con un duplice obiettivo: produrre per marzo 2017 delle raccomandazioni ai governi locali, regionali, nazionali “perché la prima prevenzione si fa sul territorio”, e “formulare linee guida per la costituzione di un osservatorio permanente sui femminicidi in Europa per studiare a fondo il fenomeno e consentire lo scambio di best practice finalizzate alla prevenzione”.

Nei giorni scorsi il Viminale ha reso noto che nei primi sei mesi di quest’anno in Italia si sono registrati 74 femminicidi, il 22,92% in meno dello stesso periodo 2015 (erano 96), ma il dato rimane ancora troppo alto. La sociologa esclude che nel nostro Paese si respiri un clima di violenza privata:

“L’emergenza consiste piuttosto in una ‘costante’ che non si riesce a intaccare e che trasforma il confronto uomo-donna in scontro e contrapposizione dagli esiti drammatici”.

Esiste dunque una questione maschile, un vuoto di identità? “Sì, di fronte ai mutamenti delle identità maschile e femminile gli uomini soffrono di una sorta di ‘vuoto’ perché i ruoli maschili tradizionali sono stati messi in discussione dal percorso di emancipazione della donna e dai traguardi conseguiti in termini di parità, libertà, riconoscimenti sociali”. Una crisi di “autorità” che non riguarda solo i più anziani:

“Molti giovani faticano a ripensarsi e a porsi di fatto in una condizione di parità e non più di controllo e dominio”.

Spesso la miccia esplode in caso di separazione, ma era già innescata da tempo.

Mentre è in corso il dibattito sulle linee guida nazionali del Miur, quali potrebbero essere efficaci strumenti di prevenzione? “Occorre partire dai giovani ma io non sono tra chi sostiene che a scuola si debba parlare di violenza di genere.

Il tema specifico della violenza rientra all’interno del tema più ampio del rispetto dell’altro, dell’educazione alle relazioni nell’accoglienza e nella valorizzazione di ciascuno.

La scuola può fare la sua parte ma la prevenzione primaria si fa in famiglia. E pure la Chiesa con le parrocchie, le associazioni e gli oratori può fare molto in termini educativi”. E non solo: secondo Corradi, anche se non esistono dati precisi, “molte organizzazioni di religiose sostengono le vittime di violenza”, ma sarebbe utile intervenire prima. “Di fronte all’insorgere dei primi conflitti di coppia sarebbe importante la presenza di un mediatore. Talvolta si tratta soltanto di mancanza di dialogo: lo stress, i ritmi di vita frenetici portano facilmente allo scontro, mentre abbiamo bisogno soprattutto di dialogo e relazioni pacificate. Una figura ‘terza’, esterna alla coppia, che forse si potrebbe trovare anche in parrocchia”.

Ogni femminicidio è una “morte annunciata” perché preceduto da episodi di stalking e violenza che le donne, prosegue Corradi, “dovrebbero denunciare o di cui dovrebbero almeno parlare, ma molte non sanno che esistono i centri antiviolenza dove trovare ascolto e magari, in caso di pericolo, anche rifugio per sé e i propri figli”. Realtà che però hanno il fiato sempre più corto. Secondo Di.re Donne in rete che ogni anno accoglie nei suoi 75 centri (sui circa 450 presenti sul territorio nazionale) 15mila donne in cerca di aiuto, per il biennio 2013-2014 sono stati stanziati 16,5 milioni di euro da destinare alle Regioni per questi centri, ma ne è stata corrisposta solo una piccola parte, mentre i 18 milioni stanziati nella Legge di stabilità per il biennio 2015-2016 non sono ancora stati erogati in attesa della Conferenza Stato-Regioni. Intanto, solo nell’ultimo mese, tre centri antiviolenza hanno chiuso i battenti.

La voce maschile. Nelle scorse settimane il ministro delle Riforme con delega alle Pari opportunità Maria Elena Boschi ha annunciato una task force contro il femminicidio che, ha spiegato, “non è questione femminile” ma richiede “l’impegno di tutti”. Tra i consulenti anche Lucia Annibali, l’avvocato pesarese sfregiata con l’acido dall’ex fidanzato, che insieme alla vice capogruppo del Pd alla Camera, Alessia Morani, lancia agli uomini, attraverso la petizione #seseiunuomofirma (piattaforma Change.org) l’invito a scendere in campo in prima persona. “Le leggi ci sono”, afferma, ma da sole non bastano:

“Dobbiamo spostare la questione dalle donne agli uomini. La loro voce non si sente”.

La voce maschile: forse sarebbe proprio questo il vero cambio di passo per mordere la realtà, il primo della rivoluzione culturale necessaria a ridefinire identità e ruoli e a sconfiggere il fenomeno.

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