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Da Sofia si torna a Bruxelles con un piccolo passo avanti dei Balcani verso l’Ue

Il summit tra i Ventotto e le sei nazioni della regione si è chiuso con una "Dichiarazione" che conferma la vocazione europea dei Balcani occidentali. La novità è costituita da una serie di progetti concreti, finanziati per lo più dall'Ue, per rafforzare democrazia, economia e "connettività". Ma l'Unione pretende riforme serie. Comunque non ci saranno, salvo sorprese, adesioni prima del 2025. Nodi irrisolti e nuove speranze. Se ne riparla a giugno a Bruxelles e nel 2020 a Zagabria

Sofia: la conferenza stampa che ha chiuso il vertice sui Balcani occidentali. Da sinistra Borissov (premier Bulgaria), Tusk (Consiglio europeo), Juncker (Commissione Ue)

Si spengono i riflettori su Sofia che il 16 e 17 maggio ha ospitato il summit tra i leader dei Paesi dell’Unione europea e quelli dei sei Stati dei Balcani occidentali, ossia Serbia, Albania, Macedonia (Fyrom), Montenegro, Bosnia-Erzegovina e Kosovo. Rimangono invece accese le luci direzionali che potrebbero portare, non certo in tempi brevi, questa regione all’interno della “casa comune”. Del resto Sofia in greco significa “saggezza”. E il vertice si è svolto in centro città dove, a pochi metri, si trovano la cattedrale cattolica, quella ortodossa, la moschea e la sinagoga. Un crocevia di culture e religioni ha fatto da sfondo ai lavori grazie ai quali i Balcani segnano il loro timido ritorno sulla scena europea.

Priorità assoluta. Il vertice svoltosi nella capitale bulgara voleva ribadire la “vocazione europea” dei Balcani. E così è stato. Congedando i capi di Stati e di governo convenuti a Sofia, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha sottolineato ciò che tutti i partecipanti hanno più volte affermato: “I Balcani occidentali rappresentano una priorità assoluta per l’Ue”, perché questa regione “storicamente e culturalmente è parte dell’Europa”. Lo stesso Tusk ha però ammesso che “le cose non saranno facili”, per due ragioni. La prima riguarda le numerose e profonde riforme che l’Ue “pretende” dai Paesi candidati (anche per non commettere, si è lasciato intendere, qualche errore del passato; e il pensiero è corso agli allargamenti del 2004 e 2007); la seconda ragione è legata alla crisi che l’Ue sta attraversando e “all’euroscetticismo presente”, sarebbe meglio dire dilagante, “nei Paesi Ue”. Insomma, nemmeno l’Unione è pronta ad aprire le sue porte a nuovi ingressi.

“Sostegno inequivocabile”. La Dichiarazione di Sofia è comunque esplicita quando afferma, da parte dei Paesi Ue, “sostegno inequivocabile alla prospettiva europea dei Balcani occidentali”. L’Unione, si legge ancora, accoglie positivamente l’impegno condiviso dei Paesi della regione di “aderire ai valori e principi europei”. I leader Ue però ricordano ai loro colleghi balcanici che occorre incrementare gli sforzi soprattutto riguardo “il primato della democrazia e dello stato di diritto, la lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata, il buon governo, come anche il rispetto per i diritti umani e quelli delle minoranze”. Nel documento si sostiene inoltre che i Paesi balcanici dovranno trovare “soluzioni definitive per le loro dispute bilaterali irrisolte ereditate dal passato” investendo maggiori energie nel processo di riconciliazione. Per il quale la presenza delle diverse religioni può fare molto. Tutto ciò, secondo i partecipanti del summit, sarà possibile “anche grazie alle relazioni di buon vicinato, la stabilità regionale e la mutua cooperazione”.

Costruire ponti. La Dichiarazione di Sofia prevede che “costruire una fitta rete di connessioni e opportunità nella regione e con l’Ue sarà vitale per avvicinare i cittadini e le economie dell’Unione a quelli balcanici”, promuovendo “la stabilità politica, la prosperità economica, culturale e sociale”. L’auspicio dunque è di “promuovere la connettività”, tema di fondo del summit, “in tutte le sue dimensioni: trasporti, energia, digitale, nonché nella sfera economica e umana”. Sarà accordata priorità “alla sicurezza energetica tramite migliori connessioni transfrontaliere e la diversificazione delle fonti, saranno favoriti gli investimenti nella regione affinché si arrivi a una economia digitale e a società sostenibili rispettose del clima”. Il documento guarda con attenzione ai giovani, per i quali saranno create – almeno questa è la promessa – “nuove opportunità”, anche per evitare la fuga delle nuove generazioni verso l’Europa nord-occidentale.

Appuntamento a Zagabria. Tra gli ambiti di interesse comune figurano ancora: il controllo dei flussi migratori, la lotta al terrorismo e all’estremismo, la battaglia in campo aperto contro i traffici di armi e droga che transitano dai Balcani. Al termine della dichiarazione di Sofia si annuncia che il prossimo vertice Ue-Balcani occidentali sarà in Croazia durante la presidenza europea di Zagabria nel 2020.

Passi concreti. La stessa Dichiarazione prevede un ampio “allegato”, denominato “Programma delle priorità di Sofia”, in cui sono elencati i progetti per dare concretezza ai valori e alle buone intenzioni fin qui espressi. Ce n’è per tutti e forse sta qui la vera novità del vertice: si individuano chiare linee d’azione che, di fatto, colmino le attuali distanze tra Ue e Balcani. Si va dalle reti stradali e ferroviarie agli accordi sul fronte energetico, dalle misure per contrastare il terrorismo e la radicalizzazione alla libertà dei media, dalle opportunità offerte ai giovani nel campo dell’istruzione alla diminuzione delle tariffe roaming.

Ostacoli dimenticati? Sofia peraltro non ha risolto tutto. Sullo sfondo sono rimasti i difficili rapporti col gigante turco, l’influenza e gli interessi economici e strategici russi sulla regione, le tensioni latenti tra le diverse etnie e nazionalità. Nessuno ha sollevato la fragile situazione bosniaca, si è aggirato l’ostacolo dei nazionalismi che qui pesano ancor più che nel resto dell’Ue. Qualche ulteriore elemento positivo va però rimarcato: a Sofia i premier di Grecia e Macedonia si sono quantomeno parlati in relazione al problema del nome della Fyrom, grande ostacolo all’avvio dei negoziati; i leader di Serbia e Kosovo si sono incrociati sotto l’egida Ue. Il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno ha in agenda la questione balcanica per fare il punto sui negoziati con Serbia e Montenegro e stabilire se con Albania e Macedonia possono partire le trattative per un’adesione comunque molto lontana nel tempo. Da Sofia si torna a Bruxelles, ma con qualche speranza in più.

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