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La Serbia guarda all’Ue, ma la strada è lunga. Janijic: servono riforme profonde

La Commissione di Bruxelles ha appena comunicato che la data per l'ingresso di Belgrado nell'Unione potrebbe essere il 2025. Ma l'ipotesi deve trovare conferma in significativi passi avanti nei negoziati. Il fondatore del Movimento europeo nel Paese balcanico analizza la situazione per il Sir e segnala i principali problemi da affrontare, interni ed esterni, fra cui i rapporti con Kosovo e Croazia. E osserva: i Ventisette hanno un debito verso la regione

Incontro tra il presidente serbo Aleksandar Vucic e la presidente della Croazia Kolinda Grabar-Kitarovic

“L’Unione europea ha un debito nei confronti dei Paesi dei Balcani occidentali, perché negli ultimi cinque anni gli Stati europei non avevano un parere unico sull’adesione e i Balcani sono stati non solo marginalizzati, ma sembrava che in Occidente nessuno fosse interessato a ciò che succedeva nella regione”. Lo afferma Dusan Janijic, analista politico del Forum per i rapporti interetnici e fondatore del Movimento europeo a Belgrado.

Maggioranza europeista, per ora… Janijic spiega al Sir che “in Kosovo e in Bosnia-Erzegovina sono rimaste aperte questioni spinose, le divisioni”, dopo le guerre degli anni Novanta, “non sono superate, la corruzione dilaga e tutto questo succede di fronte agli occhi dei rappresentanti europei che non trovano modi adatti per aiutare queste società”. “In questo modo – afferma l’esperto – le persone comuni vedono un divario tra i valori dell’Ue e la realizzazione in pratica delle politiche europee”. Janjic però è fortemente convinto che il futuro della Serbia sia nell’Ue; dello stesso parere sono anche il 52% dei serbi come dimostra l’ultimo sondaggio condotto dal ministero per l’integrazione europea. La tendenza è in lieve aumento rispetto al precedente sondaggio nel luglio 2017, ma lontano dall’entusiasmo del 2014, anno in cui Belgrado ha iniziato i negoziati per la futura adesione: allora il futuro europeo era appoggiato da oltre il 73% della popolazione.

Influenza di Russia e Cina. L’analista serbo però sottolinea che “a parte la coalizione al governo, guidata dal Partito progressista del centro-destra, molti altri leader politici e intellettuali sono contro l’integrazione europea”. “Non mancano antieuropei anche all’interno dello stesso esecutivo e una sostanziosa parte della società (24% secondo il recente sondaggio) ritiene che Belgrado debba orientarsi verso la Russia e la Cina oppure rimanere partner con tutti”, spiega ancora Janjic. A suo avviso, in questo momento

“le autorità dovrebbero porre un forte accento sull’integrazione europea”,

spiegando “la sua necessità e importanza per la Serbia”. Infatti, dall’inizio delle negoziazioni ci sono state molte dichiarazioni politiche, ma pochi passi avanti.

L’obiettivo 2025. Finora la Serbia ha aperto 12 dei 35 capitoli previsti per il processo di adesione, di cui due sono stati chiusi. “Per adesso il presidente della Commissione europea Juncker ritiene che il 2025 sia una data possibile per l’entrata della Serbia nell’Ue”, come ha dichiarato la scorsa settimana a Strasburgo, “ma io non credo che saremo pronti per allora”, confida l’analista politico. Un fattore importante a suo avviso è “impedire la forte influenza russa nel Paese, che si sente molto nella vita pubblica, nei media e nel business”.

I punti deboli. I problemi principali in Serbia in questo momento, che richiedono riforme rapide ed efficaci, secondo Janjic, sono “la carenza dello stato di diritto, il sistema giudiziario che si trova sotto il controllo dei politici mentre sul piano economico il processo di privatizzazione non è finito”: le maggiori compagnie “sono pubbliche e lo Stato le amministra male”. Inoltre “non ci sono sufficienti garanzie per la proprietà privata e per questo gli imprenditori non si azzardano a fare grandi progetti”. Dusan Janijic rileva inoltre una forte influenza da parte della criminalità organizzata nella società serba: “A Belgrado ogni giorno i vari clan si sparano per strada”.

Difficili rapporti con Pristina. Una questione cruciale rimane ancora il Kosovo, la provincia autoproclamatasi indipendente che la Serbia non riconosce ancora, mentre il dialogo con Pristina, capitale kosovara, è posto come priorità principale da Bruxelles. “Anche se molte persone sono contrarie, la strada è di accettare il Kosovo come uno Stato indipendente”, afferma Janjic, ritenendo che “l’Ue dovrebbe intervenire affinché le autorità del Kosovo rispettino le regole europee”. Un esempio “clamoroso” in proposito è stato l’assassinio del leader dei serbi in Kosovo, Oliver Ivanovic, che continua a scuotere gli animi nei Balcani. “Se l’assassino e i mandanti non saranno scoperti presto, seguiranno altri eventi di destabilizzazione, nuovi assassini e nuovi scontri locali a base etnica”, prevede l’analista politico serbo. Che racconta:

“nei Balcani ci sono numerosi gruppi che promuovono la divisione etnica e queste occasioni sono perfette per loro”.

“Per questo – conclude – la regione ha bisogno di un forte sostegno politico concreto da parte degli Usa e dell’Ue, per impedire ai nazionalismi e ai gruppi criminali di impadronirsi della zona”.

Da Belgrado a Zagabria. Ma non c’è solo il nodo-Kosovo. Anche i rapporti con altri Paesi dell’area sono delicati. Tanto è vero che il presidente serbo Aleksandar Vucic ha appena reso visita all’omologo croato Kolinda Grabar-Kitarovic. Le tensioni tra i due Paesi si trascinano ancora dalla guerra e molte ferite rimangono aperte. I due leader hanno discusso di pace e cooperazione, economia, frontiere, migrazioni, diritti delle minoranze. Per l’ingresso nella “casa comune” Belgrado avrà del resto bisogno del voto favorevole dei Paesi balcanici che fanno già parte dell’Unione, ovvero Croazia e Slovenia e dell’importante appoggio della Bulgaria, che in questo semestre presiede il Consiglio Ue.

 

 

 

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