Il muro e i muri

L’anniversario dell’abbattimento del muro di Berlino si è festeggiato in lungo e il largo. Una città che ritrovava la sua unità, i berlinesi che ritornavano fratelli. Non avevano scelto loro di separarsi in una notte e senza preavviso (13 agosto 1961), per questo si sono lanciati in un unico abbraccio la sera del 9 novembre 1989, dopo ventotto di divisione, di tentativi di fuga e di morti. Ezio Mauro, nel suo recente libro "Anime prigioniere", lo ha definito "tabernacolo della paura". Lo è stato, per la complessa macchina di costante controllo su tutto e tutti che aveva instaurato.

L’anniversario dell’abbattimento del muro di Berlino si è festeggiato in lungo e il largo. Una città che ritrovava la sua unità, i berlinesi che ritornavano fratelli. Non avevano scelto loro di separarsi in una notte e senza preavviso (13 agosto 1961), per questo si sono lanciati in un unico abbraccio la sera del 9 novembre 1989, dopo ventotto di divisione, di tentativi di fuga e di morti. Ezio Mauro, nel suo recente libro “Anime prigioniere”, lo ha definito “tabernacolo della paura”. Lo è stato, per la complessa macchina di costante controllo su tutto e tutti che aveva instaurato.
Ne sentiamo tutta l’assurdità. Quella di un potere che costruisce muri e di una popolazione che ne resta vittima: una madre da un parte, un figlio dall’altra; un ragazzo di qua, la sua ragazza di là. Separazioni che si fanno disperazioni per le estraneità forzate.
Eppure la lezione non è servita: gli Stati non elaborano concetti come i sentimenti delle persone. Conta che sventoli la bandiera giusta: Repubblica Federale da una parte, Repubblica Democratica (DDR) dall’altra, Usa da una parte Messico dall’altra. Lo stesso che tra Israele e Cisgiordania, tra Turchia e Siria, tra le barriere spinate che dividono India, Pakistan e Bangladesh come l’Arabia Saudita dall’ Iraq. Sono troppi i muri di oggi per ricordarli tutti: oltre settanta. Alla fine della seconda guerra mondiale ne erano stati censiti sette.
Può sembrare paradossale ma, nel tempo della globalizzazione, le popolazioni si dividono e si arroccano. Le ragioni sono più o meno le stesse ad ogni latitudine: evitare l’ingresso dei migranti o isolarsi da vicini pericolosi, come è nel caso del terrorismo o di gruppi ostili per ragioni etniche, religiose, politiche.
Settanta muri sono un’infinità antistorica e attualissima. E sono di difficile interpretazione: in bilico tra la necessità di una difesa e la chiusura egoista di chi sta meglio e non vuol vedere intaccare il suo sistema di vita. Così compaiono nuovi castelli difensivi: lastre di cemento ed elettrodi al posto dei fossati.
La paura, travestita da ricerca di sicurezza, è il filo rosso di ogni muro: dall’Asia (dove sorgono la maggior parte dei muri d’oggi), all’Africa, all’Europa stessa poco unita al parlamento e meno alle frontiere. L’Ungheria ha una barriera di 175 km di filo spinato che la divide dalla Serbia e un’altra verso la Croazia; la Bulgaria ha 200 km di muro contro la Turchia; separazioni esistono tra paesi baltici e Russia, tra Austria e Slovenia, tra Croazia e Slovenia. Se ne era parlato anche per il Friuli.
Il muro di Trump, iniziato già da Clinton nel 1993, continuato da Bush e da Obama, indigna per le famiglie separate, come tanti reportage hanno mostrato. In ogni epoca, chi decide guarda una mappa e nomina l’impresa “protezione dei confini”. E questo traduce – e incarna – l’eterna lotta dell’uomo contro l’uomo.
Le barriere che alziamo sono l’effige delle nostre divisioni e di differenze che vogliamo rimangano tali: di ricchezza per cominciare, ma anche di religione e di etnia. E’ arduo tracciare una linea di giustizia e ingiustizia, tra difesa ed esclusione. Un libro che raccoglie laceranti storie da Berlino al tempo del muro ha per titolo “Non si può dividere il cielo”. La terra, è evidente, quella sì.

(*) direttore de “Il Popolo” (Pordenone)

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