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La rotta orientale dei migranti che passa dalla Turchia, una crisi mai finita. La vita delle minoranze cristiane

A Istanbul si sono riuniti dal 2 al 4 ottobre oltre 100 delegati delle Caritas diocesane e del Mediterraneo. Il focus del Migramed 2019 è stata la rotta orientale dei rifugiati e migranti. L'iniziativa è organizzata da Caritas italiana insieme alla nunziatura apostolica in Turchia

(da Istanbul) – Per arrivare a casa di Muhammad e dei suoi connazionali iracheni bisogna scendere una scala ripidissima. L’appartamentino nel quartiere Kurtuluş di Istanbul, dove vivono in maggioranza curdi e turchi dei ceti meno abbienti, è sotto il piano della strada. E’ povero e dignitoso ma gli unici arredi sono un quadro che raffigura la Madonna, un televisore antiquato e poco altro. Ci abitano tre giovani cristiani, fuggiti da Bagdad sei anni fa perché il loro stile di vita troppo occidentale non era ben visto. Muhammad, che oggi ha 26 anni e in Iraq aveva aspirazione d’artista, è dovuto fuggire perché pesantemente minacciato dall’Isis per aver diffuso on line un video in cui ballava insieme a ragazze  e ragazzi. Parla un inglese perfetto, ha ottenuto tre anni fa lo status di rifugiato politico, lavora per poche lire turche in una clinica dove fanno trapianti di capelli low cost: vi accorrono uomini da tutto il Medio Oriente. Muhammad sente però il suo futuro bloccato. “Avrei voluto continuare gli studi all’università ma qui è molto costoso – racconta -. Ho fatto cinque volte domanda per andare in Australia, o in Canada da mio fratello, ma è stata sempre rifiutata. Ho perso tutto, la mia famiglia è in Iraq. Siamo forzati a rimanere in Turchia. Se avessi saputo cosa mi aspettava non sarei partito. Per fortuna sono stato aiutato dai salesiani: gli unici ad aprirci le porte”.

a casa di Muhammad

La difficile vita dei cristiani in Turchia. Muhammad e i suoi amici sono tra i circa 6.000 cristiani che vivono in Turchia e  frequentano le comunità cristiane, di solito ben celate alla vista. Perfino la cattedrale di Istanbul è invisibile dalla strada centrale, la facciata è nascosta dentro un cortile interno. Anche nelle messe dei giorni feriali la chiesa è piena di fedeli di tante nazionalità diverse. Ufficialmente i cristiani di tutte le confessioni in Turchia sono meno dell’1% della popolazione (70 milioni di abitanti). In una megalopoli come Istanbul, con 20 milioni di abitanti e 560.000 rifugiati siriani, le chiese cattoliche sono frequentate soprattutto da rifugiati e migranti. Da Siria, Pakistan, Afghanistan, Palestina, Paesi dell’Africa sub-sahariana. E la vita non è semplice. “In Turchia si parla turco, i cristiani medio-orientali parlano arabo. Pensare che un siriano, soprattutto se cristiano, possa sentirsi a casa è utopistico”,  spiega mons. Paul Russel, nunzio apostolico in Turchia, che ha organizzato a Istanbul insieme a Caritas italiana l’edizione annuale di Migramed, l’incontro che riunisce i rappresentanti delle Caritas diocesane e delle Caritas del Mediterraneo. Stavolta il focus su cui si sono concentrati i 100 partecipanti è stata la rotta orientale dei migranti, quella che porta all’Europa attraverso la Turchia, la Grecia e i Balcani, in continua crescita. Nelle scuole turche, ad esempio, “c’è una pressione molto forte degli insegnanti sui ragazzi cristiani – rivela il nunzio -. Per questo molti rinunciano all’istruzione”. La nunziatura si sta dando molto da fare per ripetere e ampliare, insieme a Caritas italiana, l’esperienza dei corridoi umanitari: lo scorso anno 4 famiglie siriane cristiane sono state accolte dalle diocesi di Bari, Altamura, Bergamo e Como.

Difficile costruire scuole, luoghi di culto, centri culturali. “Se non c’è la possibilità di aprire una scuola, un luogo di culto, un centro culturale, la fatica di vivere in una società dove i cristiani sono una mosca bianca aumenta molto”, dice monsignor Paolo Bizzeti, vicario apostolico d’Anatolia e presidente di Caritas Turchia. La sede del vicariato d’Anatolia è a Iskendur. “I rifugiati cristiani vivono un doppio dramma – sottolinea -. Da un lato sono stati costretti ad abbandonare la propria terra e i propri cari per la guerra o le persecuzioni subite; dall’altro hanno scoperto che l’Europa, cristiana e difensora dei diritti umani, è rigidamente chiusa nei loro confronti. Sentono che la loro identità non viene riconosciuta e accolta. Chi guarirà queste ferite?”

piazza Taksim, Istanbul

In Turchia 4 milioni di rifugiati e migranti. Negli ultimi anni la Turchia ha accolto 4 milioni di rifugiati e migranti, tra cui 3.370.000 siriani. E’ il Paese con il più alto numero di rifugiati al mondo. L’accordo del 2016 tra Ue e Turchia, messo in discussione in questi giorni, non ha però funzionato bene. Il principale ostacolo è la lentezza della burocrazia greca: solo 12.489 rifugiati siriani sono stati reinsediati in Europa (4.313 in Germania, 3.608 in Olanda, 1.401 in Francia e 1.200 in Francia). Solo 1.446 siriani sono Stati riportati in Turchia nel biennio 2016-2018. Sui 6 miliardi di euro promessi dall’Ue la Turchia pare ne abbia ricevuti solo la metà (le istituzioni Ue chiedono progetti affidabili), mentre le autorità turche dichiarano di aver speso per rifugiati migranti 40 miliardi di dollari in 8 anni.

Il dramma umanitario nelle isole greche. Le coste turche sono lontane dalle isole greche dell’Egeo solo 6 miglia. In questa tratta sono aumentati del 55% rispetto allo scorso anno gli arrivi: nel 2019 sono sbarcate 36.582 persone, su 1124 gommoni. La situazione nelle isole di Lesbo e Samos è diventata oramai ingestibile, “disumana” secondo gli operatori umanitari. Nel campo di Moria a Lesbo domenica scorsa sono morte una donna e un bambino a causa di un incendio. Ci vivono 7.000 persone, tra cui 4.000 bambini circondati dal filo spinato, con livelli di malnutrizione altissimi, rischio depressione e suicidi. Fuori ci sono accampamenti informali tra sporcizia, cibo avariato e pochissimi servizi. I pochi volontari sull’isola fronteggiano una sfida immane. “Le isole greche sono belle per i turisti ma non per i rifugiati”, afferma Maria Alverti, direttrice di Caritas Grecia.

L’altro varco della rotta orientale è quello balcanico: a Bihac, al confine nord occidentale della Bosnia Erzegovina sono ammassate tra le 7.000 e le 10.000 persone in discariche e fabbriche abbandonate. Tutti giovani migranti che tentano di passare il confine verso la Croazia in maniera irregolare. “E’ in corso una vera e propria emergenza umanitaria a pochissimi chilometri dal confine italiano”, denuncia Daniele Bombardi, operatore di Caritas italiana in Bosnia. La rotta balcanica è sempre più percorsa come alternativa al Mediterraneo centrale. I numeri sono in aumento: negli ultimi 8 mesi in Bosnia Erzegovina sono entrate 30.000 persone.  Dopo il picco di 1 milione di profughi che hanno bussato alle porte dell’Europa nel 2015 questa rotta non si è mai chiusa e rischia di diventare di nuovo un problema esplosivo. “E’ una crisi che va oltre l’emergenza – conclude Oliviero Forti, responsabile dell’area immigrazione di Caritas italiana -. Dobbiamo gestire il fenomeno nelle sue caratteristiche di stabilità, trasferendo competenze ai colleghi delle Caritas, oltre che risorse”.

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