Meeting Rimini. Rumiz (scrittore): “Le radici dell’Europa battono nel forte cuore dell’Appennino terremotato”

A colloquio con lo scrittore e giornalista Paolo Rumiz. Il suo racconto di un viaggio nei monasteri benedettini di tutta Europa dopo essere stato "intralciato", nel cammino nelle zone terremotate, da san Benedetto da Norcia. Il Patriarca dei monaci di Occidente, la cui statua bianca era rimasta intatta nel sisma del 2016, stava lì a ricordare che “i semi della ricostruzione erano stati piantati nel peggior momento possibile per l’Occidente segnato dalla violenza, da immigrazioni di massa, guerre, anarchia, degrado urbano. Qualcosa di simile all’oggi”.

“Non ero andato io a cercare Benedetto e fino a quel momento non avevo minimamente pensato al Santo, al suo rapporto con Norcia e con il terremoto, con la terra madre del Continente cui appartenevo”. Paolo Rumiz, giornalista e scrittore, ricorda così il suo incontro con il patriarca dei monaci di Occidente, Patrono d’Europa. Nella piazza di Norcia dove era arrivato dalla Piana di Castelluccio dopo un cammino lungo la linea di faglia che, il 24 agosto del 2016, aveva scosso l’Appennino.

foto SIR/Marco Calvarese

Lì, in mezzo a palazzi crollati e alle macerie della basilica tenuta in vita solo dalla facciata col suo rosone, la vista di quella statua con la barba bianca e il braccio destro teso verso il cielo. Completamente intatta, recante la scritta San Benedetto, Patrono d’Europa. Da quell’incontro è nato un libro “Il Filo infinito” (Feltrinelli, 2019) che Rumiz ha presentato al Meeting di Rimini. Un viaggio nei monasteri benedettini che arriva fino ai nostri giorni e che parte dall’Europa del VI secolo dopo Cristo segnata da invasioni, saccheggi e violenza devastanti cui i monaci risposero con la concretezza dell’“Ora et labora et noli contristari in laetitia pacis” (Prega, lavora, e nella gioia della pace non intristirti). Scrive Rumiz: “che uomini erano quelli. Riuscirono a salvare l’Europa, senza armi, con la sola forza della fede… Il germe della rinascita del Continente era partito dal forte cuore appenninico del mio Paese”. Benedetto stava lì a ricordare che “i semi della ricostruzione erano stati piantati nel peggior momento possibile per l’Occidente segnato dalla violenza, da immigrazioni di massa, guerre, anarchia, degrado urbano. Qualcosa di simile all’oggi”.

La spinta a ricostruire l’Europa arriva proprio dall’Appennino, terra sismica, che ben conosce il termine “ricostruzione” e per questo abituata a risorgere da secoli. Domani saranno tre anni dal terremoto del 24 agosto 2016, ma la ricostruzione stenta a partire…
La cosa che mi ha più colpito è che questa terra, che ha prodotto uomini che hanno ricostruito l’Europa, dotati di una forza che nasceva proprio dalla coabitazione con i terremoti, per la prima volta dopo millenni non è in grado di ripartire. Uomini frenati dalla macchina burocratica e dalla perdita di manualità causata dal mondo moderno che ha reso tutto virtuale. Ho visto un popolo carico di fierezza e di memoria della sua storia ma al tempo stesso deprivato di una sua cultura millenaria. Scandalosamente l’Italia ignora la dignità e la forza simbolica di queste terre che vengono lasciate prive di ricostruzione a distanza di tanto tempo. Sono le terre da cui è partita la ricostruzione dell’Europa. Per me è un segno gravissimo di quella scarsa autostima che l’Italia ha di se stessa.

foto SIR/Marco Calvarese

Nel suo libro “Il filo infinito”, camminando “nel cuore vivo della distruzione… Amatrice era Bosnia in guerra” afferma di percepire “l’esempio tutto italiano di una macchina burocratica capace di uccidere più del terremoto, ostacolando i ritorni con regole e divieti”. Come superare la burocrazia, nemica della ricostruzione?
Bisogna tornare alla politica che oggi si è ridotta a semplice talk show o a pura, pedissequa, ripetizione di interessi economici o peggio finanziari. La politica dovrebbe narrare questi luoghi, emozionare gli italiani sul ruolo europeo, mondiale, di questi luoghi attraversati da terribili linee di faglia ma anche da percorsi di fede unici al mondo.

C’è anche un’Europa “malandata” da ricostruire. La statua di san Benedetto, intatta in mezzo a tanta distruzione, quale messaggio lancia al  Vecchio Continente?
Benedetto ci dice che per rimettere in piedi l’Europa non bisogna aspettare che le cose siano favorevoli. L’Europa non ha alternative all’accoglienza, ma con delle regole. Benedetto comprende ciò che la geografia stessa insegna: l’Europa non è altro che l’ultimo pezzo dell’Asia. Un luogo dove i popoli arrivano e non possono proseguire perché c’è l’Atlantico. Un luogo dove i popoli non hanno altra alternativa che coabitare o massacrarsi tra loro. Tutta la nostra storia ci offre due grandi insegnamenti: le cose meravigliose che siamo capaci di fare quando impariamo a coabitare e gli orrori che commettiamo quando decidiamo di massacrarci tra di noi. La scelta è tra la guerra e la coabitazione. E il mondo benedettino ci ricorda la vocazione dell’Europa come punto d’arrivo e luogo dell’accoglienza. E anche come paesaggio di cui prendersi cura.

Sacro Speco di san Benedetto a Subiaco (Foto Sir/Rocchi)

Una vocazione che oggi pare smarrirsi tra risorgenti nazionalismi e sovranismi. I monaci di allora furono “capaci di rilanciare la civiltà in un mondo in preda alla paura”, quelli di oggi possono ancora adempiere a questa missione nel silenzio dei monasteri?
Certamente anche se hanno molta politica contro e una parte del mondo cristiano contrario all’accoglienza. Io credo il pericolo non venga da fuori ma sia dentro di noi. Noi siamo molto meno coscienti delle nostre radici culturali e religiose rispetto a quanto lo fossero gli uomini di allora. L’Europa nel VI secolo era in condizioni inimmaginabili e proprio in quegli anni i monaci hanno operato.

In questa opera di riedificazione dell’Europa hanno contribuito anche i monasteri femminili…
Assolutamente. Nel mondo monastico la donna è una pari grado. Una badessa equivale a un vescovo. Un vescovo che rende visita a una badessa si toglie i segni della sua autorità per rispetto di colei che lo ospita. Questo nasce da una percezione che definirei ‘tellurica’ di ciò che la madre terra rappresenta, una visione molto femminile di Dio di cui i monaci sono portatori.

Costruire il buono attraverso la ricerca del bello: è ciò che i monaci cercano di fare seguendo la Regola. C’è ancora spazio per il bello e per il buono in questa Europa?
Ci sono molte forze positive. Il compito di scrive, di chi fa politica è di mettere insieme queste persone, dare loro una rappresentanza. Oggi non viene fatto perché siamo ipnotizzati da alcune centinaia di blogger che non hanno altro da fare nella vita che seminare zizzania. La sensazione è che questi rappresentino una maggioranza del nostro pensiero. Secondo me, invece, sono una forte minoranza con un forte influsso sul pensiero medio perché offrono dei capri espiatori comodi anche al potere e agli uomini frustrati di oggi. Quando i reggitori non sanno dare risposte al popolo gli offrono nemici.

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