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Vincent Lambert. Gambino (giurista): “Non c’è stata autodeterminazione, ma un atto di superbia della Francia”

Giovedì 11 luglio è morto Vincent Lambert. Dal 2008 viveva in stato coscienza minima per alcuni, per altri in stato vegetativo, dopo l’incidente stradale che lo aveva reso tetraplegico. "È un momento di grande tristezza e di rispetto verso il dolore della famiglia di Vincent Lambert. Ma non si può tacere che questa vicenda ha avuto dei contorni giudiziari particolarmente cruciali", dice Alberto Gambino, giurista, presidente di Scienza & Vita e prorettore dell’Università europea di Roma

(Foto: AFP/SIR)

È morto Vincent Lambert, la mattina dell’11 luglio, all’ospedale di Reims, nel nord della Francia, dove era ricoverato. Dal 2008 viveva in stato coscienza minima per alcuni, per altri in stato vegetativo, dopo l’incidente stradale che lo aveva reso tetraplegico. Avrebbe compiuto 43 anni il 20 settembre. Dal 2 luglio scorso, da 9 giorni, gli erano stati sospesi alimentazione e idratazione dopo una lunga battaglia legale. Lo stop all’idratazione e all’alimentazione disposta il 2 luglio era arrivato dopo la sentenza della Cassazione che aveva annullato la decisione della Corte d’appello di far proseguire il trattamento in attesa del parere del Comitato Onu per i diritti delle persone con disabilità. L’organismo delle Nazioni Unite aveva, infatti, chiesto alla Francia sei mesi di tempo per esaminare il caso. Jean e Viviane, i suoi genitori, hanno condotto una strenua battaglia legale per impedire che al figlio fossero interrotte alimentazione e idratazione, che lo tenevano in vita. Di parere opposto la moglie Rachel e i medici che lo avevano in cura. Lunedì 8 luglio i genitori, in una lettera a quanti li avevano sempre sostenuti, ha scritto: “Questa volta è finita. I nostri avvocati hanno moltiplicato questi ultimi giorni i ricorsi ed hanno condotto tutte le azioni possibili per far valere l’appello sospensivo deciso dall’Onu di cui ha beneficiato Vincent. Invano. La morte di Vincent è ora ineluttabile. È stata imposta a lui come a noi”. Mercoledì 10 luglio in un tweet Papa Francesco ha invitato a pregare “per i malati che sono abbandonati e lasciati morire. Una società è umana se tutela la vita, ogni vita, dall’inizio al suo termine naturale, senza scegliere chi è degno o meno di vivere. I medici servano la vita, non la tolgano”, mentre giovedì 11 luglio, dopo la notizia della morte di Vincent, la Pontificia Accademia per la vita ha scritto: “Mons. Paglia e tutta la Pontifica Accademia per la vita pregano per la famiglia di Vincent Lambert, per i medici, per tutte le persone coinvolte in questa vicenda. La morte di Vincent Lambert e la sua storia sono una sconfitta per la nostra umanità”.

“È un momento di grande tristezza e di rispetto verso il dolore della famiglia di Vincent Lambert. Ma non si può tacere che questa vicenda ha avuto dei contorni giudiziari particolarmente cruciali”, dice al Sir Alberto Gambino, giurista, presidente di Scienza & Vita e prorettore dell’Università europea di Roma. Ricordando la vicenda giudiziaria, Gambino sottolinea: “Da ultimo, c’è stato un intervento di un Comitato delle Nazioni Unite che aveva chiesto alla Francia di soprassedere rispetto all’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione. Davanti a questa richiesta che interviene, dopo che per dieci anni sono state portate avanti alimentazione e idratazione, francamente non averla accolta è sembrato, mi si passi l’espressione, un atto di superbia di uno Stato che non ritiene di dover sottostare a richieste di organismi internazionali, di cui la Francia peraltro fa parte ma che non rappresentano tuttavia la giurisdizione francese”.

Per il presidente di Scienza & Vita, “si sarebbe potuta accogliere la richiesta del Comitato delle Nazione Unite, che, oltretutto, chiedeva una moratoria ai fini di un approfondimento, non dava una lettura definitiva alla vicenda. Solo al termine dell’approfondimento si sarebbe potuti arrivare a una decisione definitiva. Per questo, descrivo l’aver precipitato le cose come un atto di superbia”.

“La vicenda di Vincent Lambert pone l’accento su un grande problema di fondo – riflette Gambino -: i malati cosiddetti inguaribili talvolta vengono ritenuti non degni di essere curati, dove per cura andiamo al di là dell’aspetto terapeutico, comprendendo anche l’accudimento e il sostentamento con presidi vitali, che fanno parte della più appropriata solidarietà umana verso le persone più vulnerabili e più fragili”. Secondo il giurista, “questa confusione, che si fa talvolta anche per motivi di efficienza economica del sistema sanitario, implica che quando si è inguaribili si verifica qual è una qualità della vita in termini di efficienza e, se si ritiene che tale vita non sia pienamente efficiente, si smette di curarla e di accudirla. Questo avviene in quei casi di interruzione di alimentazione idratazione, che sono presidi vitali”. Nel caso specifico, “ciò è avvenuto in assenza di una volontà espressa del paziente: Vincent Lambert non ha mai dichiarato espressamente di non continuare a somministrargli alimentazione e idratazione”. Per il presidente di Scienza & Vita, “in assenza di tale dichiarazione espressa,

il principio di precauzione vuole che si vada verso la prosecuzione della vita, non verso la sua interruzione, altrimenti il ‘bene vita’ retrocede a una lettura di qualità e, se non è efficiente, a questo punto degrada”.

Per Lambert, conclude Gambino, “non siamo davanti a un problema di autodeterminazione, quindi il tema è più profondo e riguarda proprio la lettura che si dà alle vite umane in stato di coscienza minimale: sono vite, hanno anche delle reazioni e relazioni, pur piccole, che meritano di essere accudite, come le altre vite, fino al decesso naturale e non devono subire invece un’accelerazione verso la morte su una valutazione tutta di qualità”.

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