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Mosca, la diocesi si ripensa. Uscire dal “ghetto” per essere missionari

“Il futuro delle nostre parrocchie” è stato il tema affrontato durante una recente conferenza a livello diocesano che ha fatto il punto sul processo di riflessione e rilancio avviato dall'arcivescovo Pezzi. Il vicario padre Gorbunov traccia per il Sir i principali elementi emersi: Chiesa "in uscita", formazione, dialogo ecumenico. Non mancano i problemi, ma emerge la volontà di testimoniare il vangelo nel grande Paese a maggioranza ortodossa

Al centro, padre Kirill Gorbunov. Nelle altre immagini, alcuni momenti della conferenza svoltasi a Vilnius (foto Olga Galkina)

L’arcidiocesi di Mosca, tre zone pastorali, 65 parrocchie in tutto, vuole ripensarsi e rinnovarsi. Rinata dalle ceneri del comunismo (erano rimaste in piedi due Chiese nel 1991), si è ricostruita, ha vissuto un periodo di “crescita esplosiva” ma ora attraversa un periodo di “stagnazione”. Per questo l’arcivescovo Paolo Pezzi, nell’autunno scorso ha lanciato un processo di riflessione che attraverso un questionario distribuito nelle parrocchie e comunità religiose ha dato vita a un documento di lavoro, oggetto di confronto durante la VI Conferenza pastorale, dedicata al tema “Il futuro delle nostre parrocchie” (Vilnius, 18-21 giugno). Alla luce di quanto emerso, “l’arcivescovo preparerà l’esortazione post-conferenza, che indicherà il cammino per il futuro”, spiega al Sir padre Kirill Gorbunov, vicario dell’arcidiocesi e membro del gruppo che ha redatto l’“instrumentum laboris”.

Come è andata a Vilnius?
La conferenza è andata bene. È stata una tappa del processo voluto dall’arcivescovo, che ha come obiettivo di avviare la discussione nelle parrocchie. In alcune è già partito in modo deciso, con molto coinvolgimento, in altre no. Si sa che la prassi ecclesiale è portata avanti anche attraverso documenti. Alcuni la considerano procedura burocratica, ma è un modo efficace per cogliere e formulare i problemi attuali, le opinioni su che cosa fare. Aiuta a sviluppare un senso di auto-consapevolezza per la nostra Chiesa locale e favorisce la discussione che si svolgerà in ogni parrocchia, attorno al parroco, e magari anche in modo informale, nel nostro tempo digitale, attraverso i social media.

Quali priorità per il futuro sono emerse dalla conferenza?
La prima direi è la consapevolezza che tutta la Chiesa deve convertirsi dall’atteggiamento di auto-conservazione alla modalità dell’evangelizzazione. Questo vale per la Chiesa in generale e anche per noi: passare dalla comoda esistenza in ciò che è stato costruito negli anni a una modalità che si assume il rischio dell’evangelizzazione e della missione. Sappiamo che quando le persone vanno in Chiesa anche tutte le domeniche, questo può scivolare facilmente in una sorta di soddisfazione personale di un bisogno religioso. C’è poca attenzione al fatto che siamo rappresentanti di questa grande, bella, significativa tradizione secondo cui Dio si rivela all’uomo moderno. Le persone hanno un bisogno disperato e anche il diritto di sentirne parlare.

Quindi i fedeli devono comprendersi come missionari, come strumenti che Dio ha per rivelarsi all’uomo moderno. La parrocchia deve essere un ambiente che nutre questa consapevolezza missionaria: si custodisce solo ciò che si condivide. E la seconda cosa emersa riguarda la responsabilità: la Chiesa cattolica in Russia è stata ricostruita con il denaro proveniente dall’aiuto generoso di altri Paesi e per molti questo è diventato il modus operandi della Chiesa, povera che non riesce ad auto-sostenersi senza i soldi che arrivano da altrove.

Ciò deve cambiare perché è insano per la crescita, impedisce alle persone di assumersi la responsabilità pratica per gli edifici e le attività della parrocchia. Per accettare questa responsabilità c’è bisogno di sentire che si è incaricati di cose importanti nella Chiesa, in spirito di condivisione e con grande trasparenza, discutendo apertamente anche del denaro. Dobbiamo provare a iniziare questo cammino…

Nel documento si fa riferimento al fatto che alcune parrocchie non abbiano voluto partecipare al percorso. Ora com’è la situazione?
Per alcune si è trattato di problemi di comunicazione. Altre hanno pensato si disprezzasse ciò che è stato fatto. Perché in molte c’è l’impressione che le cose vadano bene e non sia quindi necessario discutere di cambiare. In altre c’è stata la sensazione che fosse una discussione formale che non porta da nessuna parte. Ma come ha detto l’arcivescovo nell’introduzione a Vilnius, queste risposte mostrano quanto ci sia bisogno di più comunicazione e collaborazione tra le varie realtà della diocesi perché il rinnovamento sia efficace.

Si è discusso del rapporto tra la Chiesa e il contesto sociale e politico in Russia? Nel documento si evidenziava come la Chiesa rischi di vivere in un “ghetto”…
La generazione più adulta dei cattolici ortodossi ha ancora la paura di dover soffrire per la propria identità cattolica, paura di cui non è facile liberarsi. I più giovani non hanno questa esperienza, ma soprattutto nelle città più piccole pensano che rivelare il loro credo possa danneggiare la loro carriera professionale, possa essere frainteso. Abbiamo delle celebrità in Russia che sono cattoliche, ma non parlano mai apertamente del loro essere cattolici, e questo dice molto di come si sentono le persone. Questa mentalità dovrà essere superata. La società è anche molto poco informata sull’identità cattolica e c’è anche tanta disinformazione. Per esempio il fatto che la traduzione del Padre Nostro sia stata cambiata qui ha avuto grande eco e con toni negativi: che cosa ti puoi aspettare dai cattolici se cambiano addirittura le parole della preghiera insegnata da Gesù? Si ritiene che la Chiesa cattolica non abbia abbastanza coraggio per “uscire”, lasciandosi coinvolgere in iniziative altrui, magari unendosi alla Chiesa ortodossa o alle altre comunità religiose in attività che tali realtà promuovono a livello caritativo o educativo.

Naturalmente bisogna ricordare che i fedeli cattolici sono meno dell’1% e la Chiesa non ha risorse per un coinvolgimento a larga scala, ma dobbiamo trovare la strada per una partecipazione significativa nella società.

Certo, servono anche persone preparate per declinare il pensiero sociale della Chiesa con l’attualità politica. Aspettiamo una nuova generazione di intellighenzia cattolica, coraggiosa e formata.

Lei appartiene a quale generazione?
Io ho 46 anni ed essendo cresciuto nell’Unione sovietica, mi sento una persona la cui coscienza è stata formata da quella mentalità totalitaria. Alcuni pensano che sia una caratteristica non solo della “generazione sovietica”, ma ancora prima dell’impero zarista. Anton Cechov diceva che “il significato della vita di ogni persona è spremere via lo schiavo da se stessi, goccia dopo goccia”. Questo è il vero problema di molti oggi. I più giovani in effetti sono più aperti.

Com’è il rapporto con la Chiesa ortodossa a livello locale?
Purtroppo dobbiamo ammettere che nonostante le relazioni ai livelli più alti siano cresciute significativamente nell’ultimo decennio, raggiungendo un picco con l’incontro tra papa Francesco e il patriarca Kirill, a livello più basso non sta avvenendo molto. In molte parrocchie ci si limita a invitare alcuni fedeli ortodossi durante la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Questo dipende in larga parte dall’atteggiamento della Chiesa ortodossa russa, che ha tra i fedeli e il clero opinioni diverse sulla Chiesa cattolica, e molti sono critici. Però dobbiamo ammettere che non usciamo abbastanza. Quando io a 17 anni, figlio di una famiglia completamente atea, mi sono convertito alla Chiesa cattolica, l’esperienza ecumenica sembrava assolutamente essenziale per la nostra identità cattolica. Adesso non c’è più interesse nel dialogo ecumenico e c’è delusione. In parte è vero: non ci sono stati molti successi negli ultimi anni, anche se l’aspetto più importante è quello personale, non quello istituzionale o teologico. Se non riusciamo a fare preghiere liturgiche insieme, possiamo creare piccoli gruppi di confronto, iniziative congiunte di carità, programmi formativi per i non credenti, partecipare insieme a iniziative promosse dalle pubbliche autorità. A Mosca qualcosa avviene, nelle città più piccole non ancora. Le persone a volte sono molto confuse e hanno bisogno anche di spiegazioni più profonde su come siano le nostre relazioni con la Chiesa ortodossa, quale il livello di unità tra di noi. Dobbiamo spiegare loro che la Chiesa ortodossa per noi è una vera Chiesa, con un vero episcopato, un vero clero, una vera eucarestia: è una Chiesa sorella.

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