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In quattro capitoli le promesse dei 28 leader per l’Europa di domani

La riunione dei capi di Stato e di governo del 20-21 giugno consegna pochi risultati concreti mentre ufficializza l'Agenda strategica 2019-2024. Sicurezza, economia sostenibile, diritti sociali e politica estera: una direzione di marcia che ora attende di passare dalle parole ai fatti. Senza trascurare le possibile riforme fra Bruxelles e Strasburgo

“Ora che gli effetti dei cambiamenti climatici stanno diventando più visibili e pervasivi, dobbiamo intensificare urgentemente le nostre azioni per gestire questa minaccia esistenziale”: l’affermazione di principio – contenuta nell’Agenda strategica 2019-2024 – c’è; manca, tutto attorno, l’impalcatura politica ed economica. E resta latitante un accordo fondamentale fra i 28: quello sulle “emissioni zero” entro il 2050, per fare in modo che il vecchio continente persegua la “neutralità climatica”. Il Consiglio europeo del 20-21 giugno (nelle foto) non ha trovato la convergenza sulle euronomine (un prossimo summit straordinario è convocato per il 30 giugno), ha rinviato quella sul Quadro finanziario pluriennale, ha analizzato problemi di grosso calibro, come il Brexit, il rafforzamento dell’Eurozona, le minacce alla democrazia derivanti dalla “disinformazione”. Ma non è riuscito a convincere tutti i capi di Stato e di governo a intraprendere con decisione e lungimiranza la strada dell’economia pienamente sostenibile. Paesi come la Polonia, cui si sono allineate Repubblica Ceca e Ungheria, che dipendono ancora per la quasi totalità dal carbone, non ne vogliono sapere di inquinare meno, salvo compensazioni d’altro genere. Per ora rimangono gli impegni dell’Accordo di Parigi: riduzione di Co2 del 40%, rispetto al 1990, da qui al 2030. Meglio di niente.

Direzione di marcia. L’Agenda strategica appare, peraltro, come un successo – sottovalutato dai media – del summit d’inizio estate. Non si tratta, è vero, di un ambiziosissimo e vincolante programma di lavoro delle istituzioni comunitarie e degli Stati membri, ma è piuttosto una direzione di marcia che, se intrapresa con coraggio, potrebbe portare risultati concreti a favore dei cittadini europei. “Negli ultimi anni il mondo è diventato sempre più instabile, complesso e soggetto a rapidi cambiamenti. Ne risultano sia opportunità che sfide”, hanno scritto, e controfirmato, i capi di Stato e di governo nel documento programmatico per il quinquiennio entrante. “Nei prossimi cinque anni l’Ue può rafforzare – e rafforzerà – il proprio ruolo in questo contesto mutevole. Insieme saremo determinati e chiari nei nostri obiettivi, costruendo sulla base dei valori e dei punti di forza che caratterizzano il nostro modello”. Si tratta, se non sono parole al vento, “dell’unica via efficace per dare forma al mondo di domani, promuovere gli interessi dei nostri cittadini, delle nostre imprese e delle nostre società e salvaguardare il nostro stile di vita”.

Orientare i lavori. L’Agenda strategica “fornisce un quadro generale e un indirizzo per tale approccio”. Il suo obiettivo è “orientare i lavori delle istituzioni nei prossimi cinque anni”. L’agenda è incentrata su quattro priorità: proteggere i cittadini e le libertà; sviluppare una base economica forte e vivace; costruire un’Europa verde, equa, sociale; promuovere gli interessi e i valori europei sulla scena mondiale”. Infine, l’agenda tratta delle “modalità con cui realizzare tali priorità”, con qualche vago accenno alle riforme interne.

Protezione e sicurezza. L’Europa “deve essere un luogo in cui ci si sente liberi e sicuri” e l’Ue è chiamata a “difendere i diritti e le libertà fondamentali dei suoi cittadini”. Fra le pompose affermazioni valoriali si legge: “Dobbiamo garantire l’integrità del nostro territorio. Dobbiamo sapere – e dobbiamo essere noi a decidere – chi entra nell’Unione. Il controllo efficace delle frontiere esterne è una condizione imprescindibile per garantire la sicurezza” interna.

“Siamo determinati a sviluppare ulteriormente una politica migratoria globale pienamente funzionante”:

parole risuonate più volte e a vuoto nei palazzi Ue, dove i leader nazionali assumono impegni che poi, sul fronte migratorio, non mantengono. Nello stesso capitolo si legge: “Dobbiamo proteggere le nostre società dalle attività informatiche dolose, dalle minacce ibride e dalla disinformazione provenienti da attori statali e non statali ostili”.

Capitolo economico. “Una forte base economica è di importanza vitale per la competitività e la prosperità dell’Europa” e “per la creazione di posti di lavoro”. In un momento in cui, si sottolinea, “il panorama mondiale è riplasmato da sfide in termini di tecnologie, sicurezza e sostenibilità, dobbiamo rinnovare le fondamenta di una crescita sostenibile e inclusiva a lungo termine e rafforzare la coesione nell’Ue”. “Dobbiamo garantire che l’euro sia vantaggioso per i nostri cittadini”, approfondendo l’Unione economica e monetaria, completando l’Unione bancaria e l’Unione dei mercati dei capitali. “Nei prossimi anni la trasformazione digitale subirà un’ulteriore accelerazione, con effetti di ampia portata. Dobbiamo garantire la sovranità digitale dell’Europa”. Ma un’economia moderna e al passo coi tempi richiede anche di “intensificare gli investimenti nelle competenze e nell’istruzione delle persone”, sviluppare l’imprenditorialità, la ricerca e l’innovazione.

“Verde, equa, sociale”. Terzo punto: “L’Europa ha bisogno di inclusività e sostenibilità, accogliendo appieno i cambiamenti determinati dalla transizione verde, dal progresso tecnologico e dalla globalizzazione, e assicurandosi nel contempo di non lasciare indietro nessuno”. L’Ue “può e deve svolgere un ruolo guida al riguardo, intraprendendo una profonda trasformazione dell’economia e della società per raggiungere la neutralità climatica”.

A questo punto è saltata la parte relativa alle emissioni zero entro il 2050.

D’altro canto “il successo della transizione verde dipenderà da una consistente mobilizzazione di investimenti privati e pubblici e dalla disponibilità di un’efficace economia circolare, nonché dalla presenza di un mercato europeo dell’energia integrato, interconnesso e ben funzionante”, nel rispetto, però, del diritto degli Stati membri di “decidere in merito ai rispettivi mix energetici”. Seguono finalmente alcune righe sui temi sociali: il “pilastro europeo dei diritti sociali dovrebbe essere attuato a livello dell’Ue e degli Stati membri nel debito rispetto delle rispettive competenze. Le disuguaglianze, che colpiscono soprattutto i giovani, rappresentano un rischio politico, sociale ed economico di primo piano”.

L’Europa nel mondo e riforme interne. Infine un lungo capitolo sulle relazioni esterne e sulle necessarie riforme delle stesse istituzioni Ue. Dove, fra l’altro, si legge che l’Unione “continuerà a essere un motore determinante del multilateralismo e dell’ordine internazionale basato su regole, garantendo apertura ed equità e le riforme necessarie. Sosterrà le Nazioni Unite e le organizzazioni multilaterali fondamentali”. Ulteriori sottolineature riguardano la cooperazione internazionale, la politica di vicinato e una politica commerciale “ambiziosa”. Si passa poi al funzionamento della “casa comune”: “ciascuna istituzione dovrebbe riesaminare i propri metodi di lavoro e riflettere sulle migliori modalità per assolvere i compiti stabiliti dai trattati”. La spinta populista e anti-Ue impone un esame di coscienza fra Bruxelles e Strasburgo.

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