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Sulle ceneri di Notre-Dame

Nel rogo di Notre-Dame si può forse decifrare la giusta risposta: una sorta di triste divinazione, utile però per tradurre in rinnovata speranza quello che a qualcuno può sembrare un macabro presagio. E per rendersi conto che lo scenario da scrutare non è la cattedrale bruciata ma la gente tutt’attorno: che – proprio in Francia – il post-cristianesimo stia cedendo il passo alla post-laïcité?

Impressiona non poco accorgersi che l’incendio di Notre-Dame segna esattamente, e drammaticamente, il centenario dell’uscita,nella rinomata libreria parigina dell’editore Gaston Gallimard, di una raccolta di saggi brevi intitolata dal loro autore, Marcel Proust, alla stregua di un elogio funebre: “En mémoire des églises assassinées”. Lo scrittore francese versava lacrime amare sulla distruzione di antiche e importanti architetture religiose bombardate durante la Grande Guerra in città storiche come Amiens e Rouen. Tra quegli scritti ce n’era uno più antico, risalente al 1904, i cui contenuti – e il cui titolo: “La mort des cathédrales” – esprimevano forti perplessità su alcuni passaggi della legge con cui nel luglio 1905 la camera dei deputati avrebbe sancito il principio di laicità e di separazione (si potrebbe dire anche contrapposizione) tra Stato e Chiesa in Francia

Quella legge rischiava d’intaccare la coscienza identitaria dei francesi, o comunque di travisarla, rendendoli stranieri in patria, ancora attratti ad accorrere al suono improvviso delle campane di Notre-Dame, ma ormai soltanto come una folla di turisti “curiosi”, nel cui petto “non abita più l’anima di un tempo”.

Un tempo ormai molto lontano, Proust l’ammetteva: travolto – più che tramontato – sul finire del Settecento, allorché i rivoluzionari avevano messo a ferro e a fuoco la cattedrale parigina, devastandone gli interni e frantumando le statue della facciata e dei portali. Henri de Saint-Simon ne avrebbe comprato con piacere i ruderi per raderli completamente al suolo, se qualche altro filosofo della ghigliottina non avesse proposto di adibirla atempio della Dea Ragione. Victor Hugo se ne sarebbe lamentato nel 1831, tra le righe del suo “Notre-Dame de Paris”.

Tuttavia, il processo di laicizzazione su cui Proust rifletteva, additandone la cifra più problematica nella morte delle cattedrali, ossia nello smarrimento comune del loro significato e del loro senso, non s’è sviluppato semplicemente sulla scorta del mito razionalista, che sin dall’inizio aveva dimostrato l’improbabilità tipica delle ideologie.

È piuttosto germinato, paradossalmente, dall’alleanza fra trono e altare, che Napoleone Bonaparte aveva restaurato – per esclusivo tornaconto – facendosi incoronare imperatore proprio a Notre-Dame, nel 1804. La secolarizzazione è un processo interno alla realtà ecclesiale. E la laicizzazione della società, in tutti i suoi ambiti pubblici, dai laboratori culturali a quelli politici, dalle scuole ai municipi, dalle università ai parlamenti, va di pari passo con la tendenza ecclesiastica a gestire la vita spirituale dei credenti con criteri e stili analoghi a quelli impiegati per amministrare un qualsiasi altro patrimonio “materiale” o “immateriale” che sia. Fino a mettere sullo stesso piano un museo e una cattedrale. O a trasformare un convento in albergo.

Si sarebbe meravigliato Proust, l’altro ieri, vedendo tanti giovani cantare e pregare, accorati, davanti alla cattedrale di Parigiassaltata dalle fiamme? Avrebbe pensato che le sue previsioni erano state troppo pessimistiche osservando che molte mani riponevano in tasca i telefonini e si congiungevano in una inopinata compostezza orante?

Oppure avrebbe liquidato quella gente come dei “cattolici conservatori”, accodandosi al commento esternato negli studi della nostra Rai da una giornalista francese, evidentemente propensa a generalizzare e a fare di diverse erbe un solo fascio? Sentendo il presidente Macron, rappresentante e garante della laicità della sua nazione, dichiarare con un groppo alla gola che Notre-Dame rimane – pur penosamente incenerita – la “cattedrale di tutti i francesi”, avrebbe registrato finalmente la tenuta identitaria e l’efficacia culturale dei grandi simboli religiosie avrebbe dato ragione al parere di Tomaso Montanari, nostrano storico dell’arte, che in diretta telefonica faceva notare come quello di Parigi sia un “disastro umano”, che ferisce tutti noi indistintamente, proprio in quanto esseri umani, capaci di memoria, assetati di bellezza, consapevoli che persino le pietre trasudano lo spirito di chi le ha scolpite?

Di certo oggi avrebbe di nuovo scritto un bel pezzo provocatorio, l’autore che a lungo è stato “alla ricerca del tempo perduto”, per dirla col titolo del suo capolavoro.

Magari mettendosi in dialogo con gli intellettuali del suo Paese non meno disincantati di Proust,che – come François Jullien, autore di un recente pamphlet significativamente intitolato: “Risorse del cristianesimo” – tornano a chiedersi se l’Europa laica ci guadagni davvero a buttareil messaggio evangelico nel baule delle cianfrusaglie. Oppure confrontandosi con l’opinione di Joseph Ratzinger, che con malcelato disarmo ha capovolto nei giorni scorsi l’ottimismo ecclesiologico di Romano Guardini – suo ideale maestro, che nel 1922 vedeva “risvegliarsi la Chiesa nelle anime” – ripetendo semmai che “la Chiesa muore nelle anime”.

Chi ha ragione? Nel rogo di Notre-Dame si può forse decifrare la giusta risposta: una sorta di triste divinazione, utile però per tradurre in rinnovata speranza quello che a qualcuno può sembrare un macabro presagio. E per rendersi conto che lo scenario da scrutare non è la cattedrale bruciata ma la gente tutt’attorno: che – proprio in Francia – il post-cristianesimo stia cedendo il passo alla post-laïcité?

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