Graglia (storico): i governi nazionali frenano l’Europa. “E in Italia c’è il complesso di Calimero”

Dal dramma britannico del Brexit ai populismi, fino ai punti deboli delle istituzioni di Bruxelles e Strasburgo, l’analisi dello storico dell’Università di Milano. Ma il vero problema resta il “metodo intergovernativo”, con il peso eccessivo degli Stati membri. “Ci vuole una nuova iniziativa costituente che spero possa partire dal prossimo Parlamento”. Non mancano metafore e immagini eloquenti, come quella del tacchino che non festeggia il Natale. Infine tre buoni motivi per recarsi alle urne il 26 maggio

Strasburgo: la sede del Parlamento europeo (foto SIR/Marco Calvarese)

“A maggio voterò per il rinnovo del Parlamento europeo perché la partecipazione popolare, meglio se consapevole e critica, è il sale dell’Unione e della sua possibile evoluzione politica”. Ne è convinto Piero Graglia, docente di Storia dell’integrazione europea e History of Regional Integrations all’Università degli Studi di Milano, biografo di Altiero Spinelli, e autore di un fortunato volume edito da Il Mulino intitolato “L’Unione europea. Perché stare ancora insieme”.

Professore, partiamo dalla cronaca. Il Consiglio europeo ha appena concesso al Regno Unito una proroga del Brexit fino al 31 ottobre. Nel suo libro lei definisce il recesso di Londra dall’Ue come un “fatto storico e uno stimolo a riflettere sui motivi per cui dagli anni ’50 stiamo insieme”. Brexit, dunque, sia come iattura che come opportunità?
Assolutamente sì. È un problema, soprattutto per i britannici, che ovviamente sono liberi di prendere la strada che reputano più opportuna. Purtroppo l’esperienza è una pessima insegnante: prima ti dà il voto poi ti spiega la lezione. Il Regno Unito se vuole fare questa esperienza si prenderà il voto che i fatti stabiliranno. Invece i Paesi dell’Unione nel loro complesso possono riflettere su quanto l’interdipendenza europea sia cresciuta dal 1950 a oggi. Interdipendenza non è una brutta parola, significa che non puoi riprendere il controllo di qualcosa che comunque non controlleresti interamente in ogni caso: l’insieme dei rapporti economici, commerciali e anche le interazioni sociali che ormai sono cresciute all’interno dell’Unione in 60 anni di pace e di europeizzazione delle società nazionali europee. La Gran Bretagna si sta rendendo conto dell’esistenza di questa interdipendenza, e ne sente il peso, e sconta le conseguenze di cercare di negarla; noi possiamo riflettere su quanto l’Europa di oggi sia diversa rispetto a quella degli anni Cinquanta, di quanto sia entangled, gli uni con gli altri, e di quanto sia possibile articolare questa interdipendenza, modularla, articolarla, ma non negarla dicendo “stiamo da soli”. Questo, semplicemente, non è più possibile, ammettendo che lo sia stato nel passato…

Sull’Unione si concentrano critiche e strali provenienti da varie forze politiche di marca nazionalista e populista; le fake news sull’Europa si moltiplicano; i cittadini si sentono distanti dalle istituzioni comunitarie… In breve, cosa non funziona oggi nell’Unione europea che andrebbe riformato?
L’Unione sconta un paradosso informativo: ciò che fa all’interno degli Stati membri, viene rappresentato, raccontato, spesso attribuito all’azione degli stessi governi nazionali. Sono gli Stati membri, spesso, a “usare” i successi dell’Unione come strumento di creazione del consenso interno. In fondo l’operatore economico italiano, o francese, o tedesco – o anche britannico – ha come referente il suo governo, nazionale o regionale, non certo Bruxelles. Esiste una sterminata letteratura su quanto l’azione dell’Unione sia stata un potente motore per la ricostruzione della reputazione di efficienza dei governi nazionali dopo il trauma della seconda guerra mondiale. Io credo che fino a che l’Unione non avrà una sua politica di comunicazione davvero efficace, in grado di svilupparsi e articolarsi autonomamente all’interno degli Stati membri, la “palla” sarà sempre in mano ai governi nazionali, pronti ad attribuirsi i vantaggi dell’integrazione, e lesti a scaricare sull’Unione il peso di scelte impopolari. Poi ci sono i limiti interni dell’Unione, che sono stati modellati dagli stessi interessi nazionali.

A cosa si riferisce?
Direi una grande macchina di organizzazione degli interessi economici e commerciali, poco attenta alla dimensione della cittadinanza, priva di una politica fiscale autonoma e uniforme, senza una politica estera credibile e una difesa comune. Ma riflettiamo: chi ha impedito nel tempo che l’Unione si attribuisse funzioni e competenze che gli Stati membri non intendono delegare o cedere all’Unione? Sono i governi o, se preferisce, il metodo intergovernativo, a rappresentare il grosso freno per rendere l’Unione più vicina agli interessi dei cittadini, più presente nella nostra vita. Quindi fino a che i governi rappresenteranno parte del problema e non della soluzione, credo sia difficile “riformare” l’Unione europea. Ci vuole una nuova iniziativa costituente, che spero possa partire dal prossimo Parlamento, anche sopra le teste e le volontà dei governi che, con una buona dose di vanità, pensano di poter “fare da soli”.

Gli “euroentusiasti” non sembrano però avere parole e progetti convincenti per far “amare” l’Europa. Quali i possibili passi in questa direzione?
Io non sono euroentusiasta, sono “europragmatico”: vi sono mille problemi oggi che gli Stati membri presi singolarmente non possono risolvere: dall’ambiente alla migrazione, dal controllo degli armamenti e dalle nuove corse agli armamenti alla stabilità e competitività economica e commerciale dell’area vasta europea. Questo è un dato di fatto che solo una profonda disonestà intellettuale può nascondere o ridurre; i passi da compiere sono quindi quelli dell’applicazione della via della sussidiarietà o, se preferisce, del metodo federale: ciò che può essere gestito dall’istanza inferiore (lo Stato membro) deve restare a quel livello, ma ciò che necessita di un confronto e di un impegno più vasto deve essere gestito da un’Unione dotata dei poteri di intervento effettivo.

È ora di finirla di vedere ministri nazionali che chiedono un maggior impegno dell’Ue nel controllo dell’immigrazione ma poi negano all’Unione i poteri per gestire quel problema.

Non puoi dire “i confini sono miei” e poi chiedere “aiutami perché non ce la faccio a gestire il problema di controllo dei miei confini”. È un atteggiamento schizoide. Però è anche vero che non si può chiedere al tacchino di festeggiare il Natale, quindi, fuor di metafora, chiedere ai governi nazionali di cedere competenze sovrane che essi non hanno intenzione di cedere; per questo dico che solo una rinnovata azione costituente, un franco e largo, larghissimo, confronto politico su cosa l’Unione deve e non deve fare, si impone.

In questo momento il nostro Paese occupa 4 delle sette cariche più importanti dell’Ue: Antonio Tajani presidente del Parlamento europeo, Mario Draghi alla Bce, Federica Mogherini vicepresidente della Commissione e Alto rappresentante per la politica estera, Luca Jahier presidente del Comitato economico e sociale. L’Italia “cenerentola d’Europa” non la convince, vero?
No, non mi convince e mi pare una boutade buona solo per raccogliere il consenso del vittimismo tradizionale italiano riguardo alle questioni internazionali. Chi oggi dice che l’Italia non conta in Europa, ed è bistrattata, è la stessa persona, dal punto di vista intellettuale, che nel 1949 temeva l’esclusione dell’Italia dal consesso atlantico o quella che nel 1975 temeva di essere esclusa dal primo G7 a Rambouillet. Vittimismo autolesionista, il complesso di Calimero in altre parole. Non abbiamo coscienza, né consapevolezza dal punto di vista del personale politico, che noi siamo uno degli Stati fondatori di quel grande laboratorio politico e sociale che è oggi l’Unione europea, che nel tempo abbiamo contribuito con idee e competenze alla sua evoluzione, che siamo corresponsabili dei suoi successi e dei suoi errori. Chiamarsi fuori, dirsi “vittime” di un sistema del quale facciamo profondamente parte e che contribuiamo ad animare, rientra in quella psicopatologia del populismo nazionalista già presente nel caso, succitato, dell’atteggiamento verso le competenze che l’Unione dovrebbe avere ma che non le vogliamo dare. Eppure abbiamo dato idee fondamentali al processo di costruzione europea, dal Manifesto di Ventotene in poi. Ci si dovrebbe chiedere perché il federalismo di Spinelli e di De Gasperi non sono stati accettati dai governi di tutti i Paesi europei, Italia compresa, non piagnucolare perché saremmo poco considerati. Siamo i primi a non volerci considerare motori di un’integrazione politica.

Infine: tre buoni motivi per andare a votare il 26 maggio?
Io voto perché si tratta dell’unico modo per dare peso a una istituzione che è la chiave di volta di ogni cambiamento in Europa: non perché può provocare quel cambiamento da sola, ma perché può stimolare il sistema istituzionale a cambiare. Io voto perché la partecipazione popolare, meglio se consapevole e critica, è il sale dell’Unione e della sua possibile evoluzione politica. Chi oggi dice “l’Unione si abbatte, non si cambia” scimmiotta uno slogan terribile ma soprattutto rinuncia a fare politica. Come stendersi sui binari e poi lamentarsi se il treno ti passa sopra. Infine io voto perché mi voglio divertire a mettere in difficoltà i diversi candidati sulle questioni chiave: da anni formo studenti preparati e coscienti sulle questioni europee; vorrei che questa informazione e preparazione fosse patrimonio comune di tutti i cittadini italiani che cerco di raggiungere anche in questi giorni con iniziative pubbliche. Interrogare e confrontare i candidati alle prossime elezioni europee verificando quanto sanno del sistema che vorrebbero andare ad abitare è un piacere sottile, che condivido con i miei studenti.

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