Caos a Londra: Brexit rinviato? All’orizzonte un secondo referendum

Tra governo e parlamento di Westminster non c'è accordo. La premier Theresa May punta a un rinvio del "recesso" dall'Unione. Ma i Ventisette potrebbero pretendere un secondo voto popolare. Longley (commentatore politico): “sulla scheda tre possibilità: nessun accordo, l’accordo negoziato dalla May con Bruxelles o rimanere nell’Unione europea”

C’è panico a Westminster mentre l’orologio batte i minuti che mancano alla prossima sessione del parlamento, domani sera, mercoledì 27 febbraio. Alla maggioranza dei deputati verrà chiesto di dare il via a una serie di voti, il 12, 13 e 14 marzo, nei quali dovranno scegliere tra il “no deal”, l’uscita senza accordo dall’Unione europea, o un’estensione della data del recesso per prendere tempo. Clifford Longley, ex corrispondente religioso dei quotidiani “Times” e “Daily Telegraph”, ipotizza diversi scenari: “un ritardo della data di Brexit mi sembra inevitabile, anche se è difficile dire di quanto verrà posticipato il recesso del Regno Unito”, spiega al Sir.

La palla nel campo Ue. “Se il Regno Unito imboccherà questa strada si tratterà di una scelta davvero interessante perché a quel punto la palla tornerà nel campo dell’Unione europea e sarà l’Europa a riacquistare potere e rimettersi alla guida” dell’iter per il divorzio, spiega Longley. Secondo il commentatore, Bruxelles potrebbe rispondere a Londra che un ritardo non è accettabile, a meno che non si intravveda una via d’uscita, imponendo condizioni al Regno Unito. “La Ue potrebbe dire un no condizionale alla richiesta di ritardo a meno che non si tratti di un periodo più sostanzioso, un anno per esempio, anziché due mesi”, dice Longley. “È uno scenario probabile e sono sicuro che a Bruxelles stanno considerando questa ipotesi. La Ue, che fino ad oggi è stata consultata soltanto sulle condizioni del backstop, ovvero lo status del nord Irlanda, acquisterebbe potere negoziale”.

Tre opzioni. Secondo il commentatore è molto probabile che la Ue chiederà al Regno Unito un secondo referendum come condizione per concedere più tempo per Brexit. “Questa volta, però, a differenza del primo referendum del giugno 2016, la formula sarà chiedere ai cittadini di votare su uno specifico accordo anziché soltanto un sì o un no alla Ue”, dice Longley. “Sulla scheda potrebbero esserci tre possibilità: nessun accordo, l’accordo negoziato da Theresa May con Bruxelles o rimanere nell’Unione europea”.

“People’s vote”. Per Longley il trattato esistente otterrebbe la maggior parte dei consensi alle urne perché “chi vuole una rottura netta, sapendo che quasi sicuramente non la otterrà, voterà per l’accordo di Theresa May e anche chi vuole rimanere nell’Unione europea farà lo stesso, consapevole che Brexit è ormai inevitabile”. Il commentatore è convinto che esista una maggioranza a favore di un secondo referendum anche se la gente risponde diversamente a seconda di come viene formulata la domanda. Nei sondaggi i cittadini britannici dicono no all’ipotesi di un secondo referendum, ma dicono sì quando si chiede loro se sono a favore di un “People’s vote”, ovvero un “Voto del popolo”. “La decisione presa oltre due anni fa sembra ormai scaduta”, dice Longley. “Gli elettori cambiano idea e l’argomentazione che siamo obbligati a rispettare quel risultato sembra ormai molto debole. Durante quella campagna elettorale venne sventolato lo spauracchio dell’immigrazione che non sembra più verosimile”.

Circostanze eccezionali. Westminster, in questo momento, non sta funzionando in modo normale secondo il giornalista britannico. “Di solito il governo indica al parlamento cosa fare ma, in queste circostanze, sta capitando il contrario”, spiega Longley. “Il motivo è che nessun partito da solo ha una maggioranza e Theresa May dipende dai 10 voti del partito nordirlandese Dup. Non esiste consenso per nessuna opzione. È difficile negoziare con la Ue che sente di non avere un interlocutore credibile”.

Tories e Labour a pezzi. I due partiti principali si stanno fratturando per colpa dello stress provocato da Brexit e la questione dell’antisemitismo sta provocando molte divisioni dentro il partito laburista. “Il Labour si è spostato a sinistra e molti non sono contenti della leadership di Jeremy Corbyn”, dice ancora Clifford Longley. “È possibile che altri parlamentari si dimettano – oltre a quelli che hanno dato vita a un partito indipendente – ma è una scelta difficile da compiere perché irrevocabile”. C’è una convinzione che circola a Londra: che la Ue, alla fine, cambierà le condizioni del “backstop” perché “si sentirà sotto pressione, ma non credo che questo succederà. Soprattutto adesso che il Regno Unito ha deciso di ritardare la data di Brexit”.

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